IL SUD PATTUMIERA DELL’ITALIA

(prima parte)

Di Francesco Cirillo

 

Questa volta il governo Berlusconi l’ha fatta grossa e sembra dalle ultimissime notizie che , dopo la reazione popolare , abbia fatto un piccolo passo indietro bloccando la procedura sull’inizio dei lavori del deposito di scorie nucleari nella zona di Scanzano Jonico. In effetti il Governo Italiano aveva deciso di dare soluzione definitiva al problema della gestione dei materiali radioattivi prodotti dalle installazioni nucleari, di quelli che si produrranno dallo smantellamento definitivo delle stesse installazioni e di quelli che continuano a prodursi in Italia al ritmo di circa 500 tonnellate l’anno dalle applicazioni industriali, medico-sanitarie e della ricerca. Il nodo centrale del problema della gestione dei rifiuti e materiali radioattivi e del nucleare pregresso resta la localizzazione e la realizzazione di un centro nazionale di stoccaggio. La perdurante mancanza di decisioni circa questa fondamentale infrastruttura rende infatti impossibile la sistemazione dei suddetti materiali e lo smantellamento delle installazioni nucleari dismesse.  Sulla base degli indirizzi emanati nel 1999, il sito in cui realizzare il centro doveva essere individuato entro la fine del 2001 e la costruzione sarebbe dovuta iniziare nel 2005, in modo da rendere operativa l’infrastruttura all’inizio del 2009. La scelta del Governo si basa su uno studio condotto da un gruppo di lavoro Sogin con la partecipazione di esperti di altre istituzioni (Enea, università, ecc.) che ha esaminato varie opzioni di deposito pervenendo a identificare, come soluzione ottimale sotto il profilo della sicurezza e della salvaguardia ambientale, la realizzazione di un deposito geologico nel sito di Scanzano. L’indicazione è stata formulata sulla base di uno studio effettuato in passato dal Servizio Geologico Nazionale sulle formazioni saline profonde atte ad ospitare rifiuti radioattivi.  Il sito di Scanzano è stato indicato per la presenza di una formazione geologica estremamente stabile costituita da un giacimento di salgemma dello spessore di oltre 150 metri per una estensione di oltre 10 chilometri quadrati, protetto da uno strato di argilla dello spessore di oltre 700 metri. Una formazione geologica analoga è stata utilizzata nel New Mexico (USA) per la realizzazione del deposito WIPP (Waste Isolation Pilot Plant), entrato in esercizio nel 1999. L’indicazione del sito sarà seguita da una valutazione geologica approfondita e dalle attività di progettazione e realizzazione del deposito, affidate alla Sogin. La decisione del Governo è stata assunta sulla base di motivazioni connesse alla sicurezza nazionale e risponde all’esigenza di evitare che in Italia, in mancanza di una struttura centralizzata, i numerosi depositi temporanei sparsi sul territorio (spesso non progettati per questo scopo) possano essere oggetto di attentati, incidenti, intrusioni o calamità naturali; all’esigenza etica di non delegare alle generazioni future la soluzione di un problema determinato dall’uso che della tecnologia nucleare hanno fatto le generazioni passate e presenti; a una necessità oggettiva del Paese, che è il solo fra i Paesi industrializzati occidentali a non essersi ancora dotato di una infrastruttura fondamentale per l’eliminazione dei rischi per la popolazione e per l’ambiente; all’esigenza di uniformare i comportamenti dell’Italia agli indirizzi espressi in ambito internazionale dall’Onu (Aiea), dall’Ocse (Nea) e dalla Commissione Europea. La strategia nazionale sulla gestione dei materiali radioattivi e degli impianti nucleari dismessi è stata definita in uno specifico documento del Ministero dell’Industria del 14 dicembre 1999 e si fonda su tre obiettivi generali da conseguirsi in modo coordinato: sistemazione dei materiali nucleari, dei rifiuti radioattivi e del combustibile irraggiato (entro 10 anni); realizzazione di un sistema nazionale di trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi (entro 10 anni); disattivazione e smantellamento degli impianti nucleari esistenti (entro 20 anni). Gli stessi indirizzi strategici sono stati confermati nel decreto ministeriale dell’Industria del 7 maggio 2001 recante “Indirizzi operativi alla Sogin”, la società di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze incaricata dello smantellamento delle quattro centrali nucleari e dei cinque impianti di trattamento e fabbricazione del combustibile nucleare.  Prendendo atto della situazione descritta - che potenzialmente espone vaste aree del Paese alla dispersione di materiali radioattivi in seguito a incidenti, catastrofi naturali o a possibili intrusioni o attentati - il 14 febbraio 2003 il Governo ha decretato lo stato di emergenza nei territori che ospitano le installazioni nucleari italiane.  Con la successiva ordinanza della Presidenza del Consiglio n. 3267 del 7 marzo 2003, il presidente di Sogin, generale Carlo Jean, è stato nominato commissario delegato per la sicurezza dei materiali e delle installazioni nucleari con il seguente mandato: messa in sicurezza degli impianti nucleari e dei materiali radioattivi, con particolare riferimento al combustibile irraggiato e ai rifiuti ad alta attività; smantellamento degli impianti nucleari; studio delle soluzioni idonee a consentire la gestione centralizzata delle modalità di deposito dei rifiuti radioattivi, d’intesa con la Conferenza dei Presidenti delle Regioni. Quindi tutti sapevano di quanto si stava mettendo in moto in Italia. Ma non solo questo c’è dietro alla scelta improvvisa di Scanzano. C’è la spinta anche , proveniente dalle lobby del nucleare, che vuole a tutti i costi che in Italia , nonostante il referendum vinto dagli ambientalisti, ripartano le centrali. E il finto black out avvenuto in Italia è dietro tutto questo. Si vuol far credere di un bisogno assoluto di energia e che quella prodotta non basti più. Ecco il motivo urgente per  preparare l’Italia al nucleare partendo dalla costruzione dei cimiteri di scorie per poter immediatamente far ripartire le centrali nucleari esistenti. Ma la lotta delle popolazioni locali che finalmente hanno aperto gli occhi su questa problematica deve andare avanti e coinvolgere il centro della Trisaia già esistente vicino a Scanzano. Il centro di  Policoro. E’ stato il movimento no global  nel giugno 2001 ad aprire la problematica con una manifestazione fatta proprio davanti al sito. Ed è proprio  questa manifestazione che il Pm Fiordalisi ha fatto entrare nell’inchiesta del Sud Ribelle come manifestazione sovversiva e violenta. Ma sarebbe stato meglio indagare su quanto avviene in quel centro piuttosto che in chi manifesta.

Cosa si nasconde  difatti nel Centro di Policoro.

Scena prima: in un piccolo laboratorio nucleare, disperso tra le colline della Basilicata, viene prodotto senza autorizzazioni materiale nucleare. Scena seconda: un'auto esce nottetempo dal centro con una valigetta blindata. Scena terza: alcuni uomini escono dall'auto e scambiano in una piazzetta di sosta il "tesoro" nucleare con emissari di Saddam Hussein. Sembra un romanzo di John LeCarré, in realtà non si discosta molto da quella che è la tesi del capo della procura di Potenza, Giuseppe Galante, che ha aperto un'inchiesta sul centro di ricerche Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) della Trisaia, a pochi chilometri da Rotondella (Matera) e Scanzano. Ipotesi di reato: nel centro c'è stata una produzione illecita (non registrata in contabilità) di materiale radioattivo. Materiale poi venduto, in particolare dopo il referendum del 1987 che ha "spento" il nucleare in Italia.  Si sa, che Galante avrebbe dovuto ascoltare   Nic Outterside, il giornalista che 1'8 marzo 1996 su The Scotsman, il più importante quotidiano scozzese, ha denunciato la scomparsa dalla Trisaia di 27 elementi di combustibile, potenzialmente "25 chili di ossido di uranio utilizzabili a fini militari" che "potrebbero essere finiti nelle mani della mafia italiana". Il giornalista citava come fonte "rapporti interni dell'Enea". Proprio un anno prima a un convegno internazionale a Città del Capo, un fisico nucleare norvegese aveva battuto i pugni sul tavolo perché nessuno si attivava "per porre fine ai traffici illeciti di un impianto nucleare del Sud Italia". "Sciocchezze" tagliano corto all'Enea. "Il materiale nucleare del centro è sottoposto a infiniti controlli. Una telecamera lo riprende 24 ore su 24 e ogni sei mesi gli ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia nucleare controllano personalmente l'inventario". Insomma i gendarmi del nucleare non possono essersi fatti passare sotto il naso chili di materiale radioattivo. Ma Galante sembrava convinto che quando si parla di uranio e plutonio tutto diventa possibile. Il suo punto di partenza è un'inchiesta del procuratore di Matera (ora trasferito a Trieste) Nicola Maria Pace, che nel 1998 ha portato alla condanna di cinque dirigenti dell'Enea, due della Trisaia. Le colpe?

Primo: aver lasciato allo stato liquido per 20 anni, quattro volte il tempo consentito dalla legge, pericolosi rifiuti radioattivi; secondo; non aver denunciato alle autorità due emergenze nucleari all'interno del recinto della Trisaia (nel '93 si era rotta una tubatura, contaminando la spiaggia, nel '94 si era forato uno dei serbatoi che conteneva liquido radioattivo).

A Rotondella il direttore della Trisaia, Donato Viggiano,  parla del suo impianto come di un giocattolo: battezzato nel '70, serviva a sperimentare in epoca di pionierismo nucleare la bontà del combustibile a base di uranio e torio, all'epoca considerato alternativo e meno pericoloso dell'accoppiata uranio-plutonio. Nient'altro. Viggiano, chimico lucano, quando cita il torio, quasi si illumina. Sa che tra gli addetti ai lavori viene considerato innocuo quasi come una caramella. Poi inizia a far di conto; in 30 anni sono entrati solo 84 elementi di combustibile provenienti dal reattore Elk River del Minnesota. Tra il '75 e il '78, ne sono stati riprocessati 20, cioè tagliati a fettine e sciolti nell'acido nitrico per recuperare circa 600 chilogrammi di ossidi di uranio e torio. Da allora l'impianto ha smesso di sciogliere combustibile che è parcheggiato in piscina (1.600 kg di torio e 72 di uranio). Tutto perfettamente sotto controllo. Come dire niente plutonio, siamo a Rotondella.Non la pensava certamente allo stesso modo il pm Pace, quando incalzava i testimoni sulla possibilità di produrre in Trisaia plutonio, la materia prima della bomba atomica. Ottenendo dai tecnici sempre risposte negative. Con un piccolo distinguo: in molti avevano sottolineato come l'impianto di riprocessamento (Itrec) della Trisaia fosse piuttosto versatile e in grado di trattare diversi tipi di combustibile. I dubbi di Pace sono ora diventati quelli di Galante.

Scenari da fantapolitica e inchieste vecchie e nuove non allarmano Viaggiano il direttore del centro della risaia.: "Siamo tranquilli. A dicembre abbiamo concluso la cementificazione di 2,7 metri cubi di rifiuti liquidi. E qui di plutonio non ne abbiamo mai visto". Nei serbatoi c'erano materiali radioattivi come cesio e stronzio, risultato della fissione nucleare degli elementi di Elk River. Un concentrato di radiazioni. Basti pensare che quei pochi metri cubi di rifiuti sprigionano 800 mila miliardi di becquerel (100 becquerel di cesio vengono considerati pericolosi per la salute). Ora i liquidi velenosi della Trisaia sono stati trasformati in 335 fusti di cemento e sono stati ammassati vicino ai 433 fusti di materiale meno pericoloso. Nel bunker dietro all'impianto di ripro-cessamento nucleare Itrec, uno scatolone rosso a cui è impossibile avvicinarsi, si trovano sigillati 4 metri cubi di uranio e torio sciolti nell'acido nitrico, in pratica quel che resta dei venti elementi di combustibile di Elk River trattati nel laboratorio. Ma il problema più inquietante è forse quello del sarcofago di cemento sepolto nel cuore del centro sotto uno strato di bitume, negli anni Sessanta. Come in un omicidio di mafia, dentro a quattro pozzi larghi un metro e profondi quattro, ci sono 26 metri cubi di rifiuti altamente radioattivi, soprattutto cobalto e cesio.

Resta quindi un nodo da sciogliere. Non si sa fino a quando le popolazioni continueranno la lotta contro il nuovo deposito di scorie, ma una cosa è certa almeno fino ad ora. Che il centro di Policoro nonostante i blocchi e le nuove scelte del governo resterà dov’è. Con i suoi misteri e i suoi inquinamenti in tutta la zona che si crede e si vuol far credere isola ecologica.

Ma il problema per la Calabria e la Basilicata non sono solo i rifiuti radioattivi, ma anche quello riguardanti i rifiuti tossici. 1 milione di tonnellate di rifiuti tossici sono stati sotterrati nel sud provenienti da tutta Italia . Ma di questo ci occuperemo nel prossimo numero.

 

 

 


UN MILIONE DI TONNELLATE  DI SOSTANZE TOSSICHE  DAL NORD AL SUD E SPARITE NEL NULLA ! SOTTERRATE DOVE ?

 

Di Francesco Cirillo 
La Calabria non solo è nel mirino delle cosche mafiose per il sotterramento dei rifiuti tossici ma da pochi giorni è anche nel mirino del governo e del ministro dell’”anti”ambiente Matteoli che ha individuato in una miniera nella Valle del Neto una cava dove sotterrare parte dei rifiuti nucleari diretti in precedenza solo a Scanzano. E’ una guerra , non dichiarata ufficialmente , contro il Sud, aperta in segreto dalla Lega e dal ministro Bossi che vuole fuori dalla sua Padania tutte le scorie radioattive e i rifiuti pericolosi. Trattando così la Calabria ed il sud come negli anni 70/80 si trattava la Nigeria dove venivano mandati milioni e milioni di rifiuti tossici di ogni genere.  Ma la rivolta pacifica di Scanzano ha dimostrato che il sud non è più disposto ad essere discarica d’Italia. E le immediate proteste avvenute nel crotonese dopo la notizia della discarica nel Neto dimostrano una elevata presa di coscienza su questa tematica. Lo stesso non avviene negli ambienti istituzionali. I processi che si imbastiscono sul traffico dei rifiuti , così come questi, spariscono poi nel nulla.

Operazione Cassiopea: responsabilità pesantissime

Il sei novembre scorso è scattata l’Operazione Cassiopea con 97 richieste di rinvio a giudizio per il traffico illecito di un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi da parte del PM della procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere ( Caserta), Donato Ceglie. Accuse pesantissime, quali l’associazione a delinquere, il disastro ambientale, l’avvelenamento delle acque, la realizzazionee gestione di discariche abusive, il getto pericolo si cose, la truffa e l’abuso d’ufficio, che grazie alla depenalizzazione dei reati ambientali , non ha portato ad alcuno arresto. Solo la fissazione dell’udienza preliminare fissata già per il 3 dicembre 2003. I rifiuti  , come al solito provenivano dall’opulento nord diretti a tutto il sud. Rifiuti come al solito tossici e rifiuti, come al solito diretti a cosche mafiose e cammorristiche che provvedevano a sotterrarle in terreni agricoli. Terreni agricoli che , come al solito, non vengono mai individuati . Esprime soddisfazione per l’operazione ,la Legambiente che dal 94 porta avanti una battaglia ferma contro il traffico di rifiuti tossici e che vede impegnato in Calabria un valido giovane avvocato , Rodolfo Ambrosio, a contrapporsi a tale traffico. La notizia della richiesta di 97 rinvii a giudizio per la vicenda degli enormi traffici di rifiuti dal Nord verso il sud - fa ben sperare Enrico Fontana, responsabile ambiente e legalità di Legambiente. "Quello dei traffici di rifiuti, dello smaltimento e delle discariche abusive- spiega Fontana - è una piaga enorme per il nostro Paese. E dopo lo scalpore del caso Enichem di Priolo, l'Operazione Cassiopea, ce lo ribadisce". Basta pensare che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti speciali scompaiono nel nulla. Basta ricordare che in questa attività sono coinvolti ben 22 clan criminali e che il mercato della monnezza connection si aggira, per i soli rifiuti speciali, intorno ai 2,6 miliardi di euro. "Inchieste come questa - conclude Fontana - dimostrano la crescente aggressività delle ecomafie. Ecco perché chiediamo che, come previsto dalla Direttiva della Commissione europea e dalla Decisione quadro del Consiglio d’Europa, i delitti contro l’ambiente, per le fattispecie più gravi, vengano introdotti nel codice penale. Per il traffico di rifiuti l'Italia lo ha già fatto con l'art. 53bis del Decreto Ronchi, grazie al quali sono stati ottenuti risultati importantissimi. Se non verrà imposto questo salto di qualità anche per gli altri illeciti, la giustizia rischia di trovarsi disarmata contro la criminalità ambientale."
Ma i processi intanto, che fine fanno ? Dopo i grandi titoli , sugli arresti e perquisizioni sui quotidiani regionali, molti processi finiscono nel nulla . Come rischia di finire nel nulla il processo sui rifiuti tossici nella sibaritide. Zona ad alto rischio ambientale, a pochi chilometri dalla discarica nucleare di Policoro.

 

UNA STORIA DI RIFIUTI TOSSICI CHE RISCHIA DI ESSERE ARCHIVIATA

 

Sono 19 e sono indagati e imputati di smaltimento di rifiuti tossici. Fra il 95 ed il 98 avrebbero dovuto smaltire, attraverso una serie di autorizzazioni ottenute dalla Regione Calabria, attraverso l’assessore regionale Sergio Stancato, 35mila tonnellate di rifiuti di ferriti di zinco provenienti dalla Pertusola di Crotone. Ma queste ferriti non sono mai giunte all’impianto sito in Sardegna e sono state sotterrate in alcuni terreni di Cassano Jonio e della sibaritide.  Il processo all’inizio unico per tutti gli imputati, è stato diviso grazie ad artifici burocratici in due tronconi. Uno riguardante il reato  di corruzione è nelle mani dei giudici di Castrovillari , l’altro per disastro ambientale in quelle dei giudici di Catanzaro. A Castrovillari dopo il rinvio a giudizio sono state fatte sei udienze,  a Catanzaro dove , invece , il rinvio a giudizio ancora non è stato fatto , le udienze sono state sette. Dopo sette anni  e mezzo 19 persone coinvolte a vario titolo nel traffico illecito di rifiuti tossici in Calabria, attendono di essere giudicate.

 

Ecco i fatti, secondo le ipotesi dell'accusa.

Ciascuno degli indagati avrebbe avuto un ruolo preciso. Alessio Bargagliotti di Pieve Ligure, Orsomarso Pompeo di Fagnano, Cicero Eugenio di Diamante, Guerriera Michiele di Scalea, Brusco Rinaldo di Fagnano, Gaetani Francesco di Cassano e Violante Vincenzo di Vico Equense avrebbero smaltito i residui tossici della “Pertusola” mediante la simulazione di operazioni di recupero e successivo occultamento in siti agricoli di Cassano Ionio e di altre zone del territorio calabrese. In particolare, Bargagliotti, Orsomarso e Brusco avrebbero costituito una società, la “Atmc Sud”, con oggetto sociale il trattamento e la lavorazione di materiale inerte da casa e di rifiuti industriali. Successivamente, Bargagliotti, Orsomarso e Gaetani, avrebbero promosso la “Eco Mediterraneo”. Tutto ciò, secondo l'accusa, per ottenere con la prima azienda la commessa relativa allo smaltimento delle ferriti di zinco prodotte nello stabilimento della Pertusola, e con la seconda il proseguimento dell'illecita attività intrapresa. In tutta questa ipotizzata vicenda, Cicero avrebbe avuto il ruolo di intermediario con i funzionari della Regione allo scopo di ottenere dall'allora assessore all’ambiente Sergio Stancato  l'illecita attestazione che avrebbe consentito di derogare illegittimamente al D.M. 126/94, in relazione al recupero delle ferriti. Guerrera, capocantiere della “Atmc Sud”, avrebbe ricevuto le sostanze tossico-nocive nell'impianto di Cerchiara di Calabria e curato il successivo trasferimento verso i siti d'interramento. Gaetani, che era il procuratore della “Atmc Sud”, si sarebbe occupato di contattare i proprietari dei terreni agricoli disposti a ricevere i rifiuti tossici. Violante, invece, in qualità di dirigente del “Settore 36-Tutela dell'inquinamento” dell'assessorato all'Ambiente della Regione, avrebbe rilasciato, in seguito alla pretesa mediazione di Cicero, un illecito atto con il quale si sarebbe consentito lo smaltimento delle ferriti di zinco. Un'attestazione che avrebbe permesso a Bargagliotti, Orsomarso, Cicero, Guerrera, Brusco e Gaetani di ricevere le sostanze tossiche provvedendo, dopo averle miscelate con inerti, al trasporto ed all'interramento in siti agricoli di Cassano Ionio e di altri centri non individuati. Luini Fulvio di Roma , amministratore unico della “Imichimica”, che era una ditta appaltatrice di “Pertusola Sud”, si sarebbe attivato per l'affidamento del recupero delle ferriti alla “Atmc Sud”, consapevole sia che quest'ultima fosse sprovvista di struttura operativa idonea al perseguimento dello scopo sociale, e sia che i rifiuti sarebbero stati in realtà illecitamente smaltiti, anzichè venire recuperati. Inoltre, tre dipendenti dell'“Enirisorse”: Monti (responsabile dell'ufficio sicurezza), Ciancio (capo dell'ufficio acquisti, appalti e servizi) e Notari (impiegato). Sempre secondo l'accusa, i tre si sarebbero adoperati per conto della stessa “Enirisorse”, avvalendosi anche dell'intermediazione della “Eco Italia” ed “Imichimica”, per l'affidamento della commessa relativa allo smaltimento delle ferriti alla “Atmc Sud”. Francese Paolo di Cassano avrebbe, invece, nel '95, individuato terreni agricoli di Cassano ed impartito direttive agli autotrasportatori durante lo scarico e l'occultamento di ingenti quantità dei pericolosi residui, impiegati per il riempimento di una scarpata. Infine Ordine Dario  e Caporale Giuseppe entrambi di Cassano, che avrebbero effettuato trasporti di materiale tossico-nocivo dalla “Atmc Sud” a terreni agricoli di Cassano, mettendo, pure, a disposizione della “Eco Mediterraneo” il proprio impianto di miscelazione.

 

 

Ma dopo otto anni, la società civile della Calabria ancora non riesce a conoscere la verità su quanto sia realmente successo. Nessuna inchiesta televisiva, nessun interesse da parte della stampa nazionale e regionale, e ancora di più totale disinteresse da parte del mondo politico calabrese. Eppure si parla di ben 35 mila tonnellate di rifiuti tossici. Nel silenzio assoluto il dibattimento non riesce a decollare e  si rischia che il tutto venga ora archiviato. Restano pochi i mesi disposizione dei giudici per iniziare il processo, e le prossime  due udienze saranno importanti e basilari. Una quella del 20 giugno scorso a Catanzaro per disastro ambientale ha già subito un rinvio e sembra che vada verso l’archiviazione. L’altra del 20 novembre scorso che si è svolta a Castrovillari ha di nuovo subito un rinvio per un cavillo burocratico legato ad un giudice della corte e se riparlerà a Gennaio dell’anno prossimo.  Udienze nelle quali dovranno essere esperite una serie di formalità burocratiche che gli avvocati difensori da tempo portano avanti per ulteriori rinvii. Un collegio difensivo di oltre venti professionisti fra i migliori della regione e contro solo tre avvocati  incaricati dal Comune di Cassano e dalla Legambiente Calabria. Tre avvocati che dovranno dimostrare la pericolosità sociale del gruppo che si era formato per tale affare e dei rischi che ancora oggi le popolazioni calabresi corrono dall’occultamento di tali rifiuti. Quanto alimenti sono stati contaminati ? Quanto di quelle ferriti è finito nelle nostre tavole ? E cosa c’è di vero su misteriosi morti avvenute nella sibaritide. Si parla di un camionista di una ditta di Cassano che aveva partecipato all’affare dell’occultamento che improvvisamente nei mesi scorsi è deceduto per tumore. Cose che  gli avvocati di parte civile, l’avvocato Francesco Martorelli par il Comune di Cassano, l’avvocato Rodolfo Ambrosio per la Legambiente e l’avv. Angelo Algieri per i verdi stanno raccogliendo in voluminosi dossier che forse nessuno leggerà. Così come forse non è stata valutata a fondo la lettera-denuncia indirizzata al Procuratore generale della Corte d’Appello di Catanzaro, al Procuratore della Repubblica di Castrovillari ed al Procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna scritta dai tre avvocati della parte civile.

Nella lettera gli avvocati ponevano importanti questioni, mettendo in guardia sulla pericolosità di tale situazione provocata dall’occultamento, sia di carattere ambientale ma anche e soprattutto di carattere sociale.

 

Si tratta di un organizzazione criminale scrivono i tre avvocati  specificando :

II GIP di Catanzaro, in data 4/5/98, in accoglimento di una richiesta del Procuratore della Repubblica, ordinava la cattura di 11 tra questi imputati facendo proprie le contestazioni del p.m-, il quale muoveva in particolare dal rapporto associativo tra gli imputati "allo scopo di organizzare una Stabile struttura finalizzata all'illecito smaltimento di rifiuti tossico-nocivi'"; struttura integrante la fattispecie del 416 c.p.. Il rapporto associativo veniva dettagliatamente illustrato nelle contestazioni del p.m- con l'individuazione di chi era preposto alla compilazione degli atti amministrativi da far firmare alle autorità regionali; di chi era preposto alla turbata libertà degli incanti; di chi, ancora, alla scelta del docente universitario da far nominare nella commissione di collaudo degli appalti; e di chi, infine, doveva corrompere i pubblici ufficiali fino all'assessore regionale. Questa radiografia dell'organizzazione criminale non ha precedenti e forse è la prima volta che un organo di accusa vi sia pervenuto,-con grande soddisfazione delle associazioni ambientaliste che, in molte parti del territorio nazionale, hanno chiesto alle associazioni calabresi notizie di queste importanti iniziative giudiziarie da far valere anche nei loro territori. Per questi motivi i sottoscritti avvocati sono stati interessati da diverse associazioni nonché dal Comune di Cassano Ionio a predisporre la costituzione di parte civile nell'interesse degli abitanti della Calabria e dei Comuni interessati: si pensi che una ricerca dell'Università di Bari ha evidenziato che questi rifiuti tossici sono anche nocivi perché radioattivi; per quanto tempo non potremo mangiare la verdura di Sibari ? “

 

 

L’inchiesta si aprì quando la Guardia di Finanza, nel 1995, scoprì sotterrati in alcuni terreni di Cassano bidoni pieni di liquidi tossici provenienti dalla Pertusola di Crotone . Da quei primi ritrovamenti si arrivò all’assessore all’ambiente Sergio Stancato che venne arrestato .  Un traffico che produceva diverse centinaia di milioni e che vedeva coinvolti funzionari, politici e ditte compiacenti della Regione Calabria. Tra i rinviati a giudizio anche altri nomi di spicco, della vecchia Giunta Nisticò fra i quali l’ing. Giovan Battista Papello oggi ancora sub commissario per l’emergenza dei rifiuti, con la Giunta Chiaravalloti, nonostante l’inchiesta. Cosa della quale si sarebbe dovuto tenere conto negli incarichi regionali. Difatti secondo l’accusa ogni indagato avrebbe avuto un ruolo ben preciso nell’operazione. C’era chi si occupava di ottenere le autorizzazioni regionali, chi doveva contattare i proprietari terrieri dove sotterrare i rifiuti, chi doveva gestire tramite ditte fantasma il passaggio dalla Pertusola verso impianti autorizzati e che invece si fermavano a Cassano. Dall’inchiesta sui rifiuti tossici provenienti dalla Pertusola di Crotone e sotterrati nel Comune di Cassano , ritrovati solo in parte dal nucleo ecologico dei Carabinieri, sono state stralciate le responsabilità  della Giunta regionale che portarono all’arresto dell’ ex assessore regionale all’ambiente Stancato , verso il quale esiste solo il reato commesso contro la pubblica amministrazione.

” Questo fatto- ha dichiarato l’avvocato Martorelli parte civile per conto di associazioni ambientaliste- è preoccupante perché scindendo i due reati, quello ambientale da quello amministrativo si rischia, da una parte di salvare il potere politico e amministrativo e dall’altra di far svilire l’intero processo che invece è di una gravità eccezionale, e lo dimostrerò durante le udienze con carte alla mano”.

E di fatti ce ne sono tanti su questa vicenda, che vede ancora una volta la Calabria al centro di traffici sui rifiuti tossici, mai definitivamente stroncati, oltre ad una classe politica compiacente e comunque silenziosa.

 

Compiacente perché all’arresto dell’assessore Stancato questi era nel Patto Segni e vicino al centrosinistra. Alle elezioni regionali del 97 Stancato cercò di entrare, pur indagato ,nella compagine di centrosinistra con il candidato a presidente Fava. Fu Rifondazione Comunista che puntò i piedi imponendo l’uscita dallo schieramento di Stancato. Il quale passò subito nello schieramento di centrodestra composto da Forza Italia e Alleanza Nazionale con Chiaravalloti presidente.  Attualmente Sergio Stancato è nel PSI di De Michelis  diventandone un autorevole esponente paolano e regionale e si prepara ora per le prossime provinciali nel collegio Paolano. .

 

Ed è proprio Stancato in qualità di assessore regionale che predisponeva gli atti amministrativi per predisporre secondo l’accusa il grande traffico. Anche di questo parlano i tre avvocati della parte civile : “Quando si dice – scrivono nella lettera  gli avvocati- che fondamentale per l'organizzazione del programma criminoso che autorizzava la ATMC SUD a derogare, illegittimamente, al DM 5/9/'94 n. 126 consapevole che il predetto atto / avrebbe consentito di smaltire illecitamente le ingenti quantità di ferriti di zinco (sostanze tossico-nocive), provenienti dalla PERTUSOLA SUD di Crotone. In tal modo, in virtù di tale organizzazione, i primi sei ricevevano sostanze tossico-nocive provenienti dalla PERTUSOLA SUD di Crotone e provvedevano, dopo una mera miscelazione con inerti, al trasporto ed interramento delle stesse presso terreni agricoli siti nel Comune di Cassano Ionio ed in altri Comuni non identificati. Tutti commettendo, pertanto, fatti diretti a cagionare un disastro ambientale dal quale derivava pericolo per l'incolumità pubblica....." è chiaro che siamo in presenza di un'associazione a delinquere, a livello dei fatti contestati, che più eclatante non potrebbe essere. Quanto riportato si riferisce alla contestazione dell'accusa di cui al capo A La struttura associativa criminosa si fa ancora più evidente nelle contestazioni di cui al capo G in cui alla serie di imputati ivi indicati (Cicero Eugenio, Carminati Alberto, Corno Maurizio, Cicero Claudio, Stancato Sergio e Arrigucci Giulio Maria) si addebita il concorso nei reati di cui agli artt. 319 e321 c.p. "tutti con la finalità dell'illecita aggiudicazione di appalti pubblici, di forniture e servizi nel settore della tutela ambientale; contestando la promessa di somme di denaro ad amministratori pubblici e pubblici impiegati; contestando la predisposizione degli atti amministrativi delle gare di appalto allo scopo di precostituire le condizioni necessario affinchè la scelta del contraente avvenisse a favore delle imprese comunque a loro facenti capo; Stancato ed Arrigucci nelle rispettive qualità d’assessore all'ambiente presso la Regime Calabria e di segretario particolare del primo compivano atti contrari ai propri doveri d'ufficio in cambio della promessa di somme di denaro nonché della consegna di regali di diversi milioni. Atti contrari ai doveri d’ufficio consistiti, in particolare, nel predisporre artificiosamente tutti gli atti amministrativi, delibera della Giunta regionale, bando di gara, capitolato speciale d’appalto, schema di convenzione di contratto in ordine alle procedure d'appalto relative alle gare d’appalto. Alla lettera H si contesta ai soliti Cicero Eugenio, Carminati Alberto, Corno, Maurizio, Cicero Claudio Mastromarchi Carmencita, Attardo Francesco, Stancato Sergio e Arrigucci Giulio Maria il reato di cui all'alt 353 c.p...... "tutti quanti utilizzando mezzi fraudolenti consistiti nel predisporre artificiosamente l'intera documentazione amministrativa delle procedure d'appalto, nonché nel contattare un docente universitario, esperto del settore, da nominare quale componente della commissione incaricata della valutazione delle offerte, dell'aggiudicazione e dei collaudi, al fine di ottenere una valutazione delle offerte a loro favorevole......". Quest'associazione a delinquere, a livello di contestazione, è il fatto più clamoroso della prima e della seconda Repubblica- La capacità di penetrazione nei pubblici poteri delle COSCHE MAFIOSE non ha bisogno di commenti. La Calabria e le sue istituzioni sprofondano in un vortice truffaldino e criminoso di vario genere finalizzato, soprattutto, all'assalto del pubblico denaro. I vertici raggiunti dalle organizzazioni camorristico-mafiose della Calabria hanno già formato oggetto di una approfondita ricerca dell'Università Bocconi di Milano la quale ha concluso che la Calabria è la regione a più alta vocazione criminale, molto più della Sicilia. “.