DI CARCERE SI MUORE
Di Claudio Dionesalvi
Una vera e propria “lupara bianca” di Stato. Gente che
sparisce, e non se ne sa più niente. Nelle carceri italiane, tra il gennaio
2002 ed il luglio 2003, circa cento persone recluse, morte di suicidio,
malattia, overdose o cause non accertate, sono scomparse nel nulla. Non hanno
identità, né provenienza. “Ogni due detenuti che muoiono, uno passa quasi
inosservato”.
A
questa spettrale verità è pervenuta, dopo un lungo e certosino lavoro
d’inchiesta, la redazione di Ristretti Orizzonti, periodico
d’informazione e cultura attivo presso il Centro di documentazione del carcere
Due Palazzi di Padova.
Il Gruppo Rassegna Stampa ha studiato attentamente le cronache italiane dell’ultimo biennio, esaminando centinaia di casi. Scavando tra le righe di articoli pubblicati da grosse, medie e piccole testate giornalistiche, è emerso un quadro agghiacciante.
Oltre
alle documentate schede sui singoli episodi, il dossier è corredato da due
sezioni. “Una raccoglie notizie e riflessioni tratte da giornali carcerari:
testimonianze di detenuti che conoscevano le persone morte, a volte degli
stessi compagni di cella”. L’ultima parte, costituita da tabelle riassuntive, è
riservata ai numeri: “L’elenco dei detenuti morti, la loro età e il motivo
della morte, le carceri nelle quali si sono verificati i decessi”.
Le galere calabresi sono più volte citate nel dossier. Alcuni casi inquietanti si sarebbero verificati nelle case circondariali della regione.
Ristretti Orizzonti scruta la realtà carceraria italiana, passandola al microscopio. Dalle algide carte dell’informazione, anche quella più garantista, prendono forma larve di esseri umani ridotti a numeri. Gli articoli riguardanti le tragedie che accadono dietro le sbarre, somigliano molto alle “cronache di guerra, con le dimensioni degli eserciti e con il bilancio di morti e feriti”. A voler essere cinici, tutto ciò forse avrebbe senso se si trattasse di raccontare uno scontro fra la “società civile” e il “mondo dei delinquenti” ancora liberi. Ma “occupandoci di carcere, cioè di un momento nel quale la guerra è terminata e bisogna ricostruire una qualche occasione di riscatto per chi era un nemico ed ha smesso di esserlo, non dovrebbe più esistere la distinzione tra le persone che hanno un nome e un’identità e quelle che sono rappresentate da un numero, magari inserito in una statistica di portata nazionale”.
E
invece la “guerra” contro i reclusi continua, a colpi di indifferenza, smanie
vendicative e false promesse di amnistie che non arriveranno mai.
“Nella
carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte
maggiore rispetto alle persone libere”. Avviene spesso nelle galere fatiscenti, dove minore è la presenza del
volontariato. La perdita di ogni speranza, l’ineluttabilità del proprio
destino: queste le ragioni che spingono maggiormente al gesto estremo. Per chi
sopravvive al tentativo di suicidio, la terapia è sempre la stessa: isolamento
nelle celle lisce, “oppure il ricovero in psichiatria, dove il paziente viene
immobilizzato nel letto, con cinghie che gli stringono i polsi e le caviglie, e
imbottito di sedativi”.
Non
sempre, però, il detenuto vuole realmente togliersi la vita. A volte, finge. Ma
se la simulazione è esasperata, può diventare vera e portare alla morte.
I
più votati all’autodistruzione sono i meno anziani. Recita testualmente il
dossier: “Circa un terzo dei suicidi aveva un’età compresa tra i 20 e i 30
anni e, un altro terzo, un’età compresa tra i 30 e i 40. In queste due fasce
d’età il totale dei detenuti sono, rispettivamente, il 26 e il 36 per cento;
quindi i ventenni si uccidono con maggiore frequenza rispetto ai trentenni”.
Secondo
il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, tra il 2002 e l’agosto 2003 i
tentati suicidi e gli autolesionismi sono aumentati del 58 per cento.
Non
tutti si gettano volontariamente nella braccia della morte. Molti la trovano
per mancanza di assistenza sanitaria. “I tribunali applicano in maniera molto
disomogenea le norme sul differimento della pena per le persone gravemente
ammalate e, spesso, la scarcerazione non viene concessa perché il detenuto è
considerato ancora pericoloso, nonostante la malattia che lo debilita”. In
carcere mancano farmaci comunissimi, come gli antinfiammatori, l’aspirina, o
addirittura le siringhe. L’Anlaids è convinta che “almeno il 70 per cento delle
persone sieropositive e ammalate, non ricevono cure corrette”. A volte, i
detenuti “usano la propria salute per cercare di ottenere migliori condizioni
di detenzione (una dieta speciale, una cella singola, l’autorizzazione a fare
la doccia ogni giorno, farmaci con i quali sballarsi), oppure la detenzione
domiciliare o il rinvio della pena. I medici, a loro volta, tendono a
considerare tutti i detenuti dei simulatori, a minimizzare di fronte ai sintomi
di una malattia, a rassicurare il paziente-detenuto sul fatto che non è niente
di grave”.
Infine,
le morti per cause non chiare e per overdose. Pestaggi da parte di guardie ed
altri detenuti, avvelenamenti da assunzione di gas delle bombolette o
psicofarmaci... sono autentici delitti silenziosi. Soltanto raramente, si
riesce a dare a questi casi il nome naturale: omicidi.
Reggio Calabria, morte per causa non chiara
Il dossier ripropone un brano tratto dal Rapporto sulle
carceri 2001 dell’associazione Antigone. C’è la notizia del processo contro 24
agenti del carcere di Reggio Calabria, 12 dei quali accusati di omicidio
volontario: Francesco Romeo, 28 anni, muore il 29 settembre 1997 nel carcere di
Reggio Calabria. Dagli atti giudiziari emerge che Romeo sarebbe stato aggredito
da almeno cinque persone; successivamente il corpo sarebbe stato trasportato
sotto un muro per simulare un tentativo di evasione. La messinscena è stata
smascherata dopo la consulenza medico-legale che ha dichiarato la assoluta
incompatibilità delle lesioni con la caduta dall’altezza di tre, quattro metri.
La causa diretta della morte sarebbe invece una serie di colpi di bastone, o
manganello, che avrebbero provocato la frattura del cranio. Le lesioni alle
braccia hanno invece evidenziato un tentativo di protezione del volto.
Risultano lesioni allo scroto ed al coccige. Il Pm, dopo due anni di indagini,
ha rinviato a giudizio 24 agenti di polizia penitenziaria, di cui 12 per
omicidio volontario e 12 per favoreggiamento. Quasi tutti gli imputati negano
la propria presenza al momento e sul luogo del fatto. I registri delle presenze
risultano alterati con il bianchetto. Nessuno ha attivato l’allarme.
Intercettazioni ambientali dimostrerebbero che tutti gli escussi in qualche modo
sono a conoscenza di come sono andati i fatti il giorno della morte di Romeo.
Le intercettazioni hanno evidenziato, secondo quanto richiesto dal Pm nel
rinvio a giudizio, una naturale tendenza al pestaggio all’interno della
struttura carceraria (anche) da parte del personale di polizia penitenziaria.
Castrovillari, suicidio
Giuseppe Pirrone, 42 anni, si uccide il 10 marzo 2002,
strangolandosi con una corda. Era in carcere dal 21 maggio 2001, per scontare
un cumulo di pene di un anno e otto mesi per minacce e lesioni. Verso le dieci
del mattino ha fissato la corda all’inferriata della finestra del bagno;
qualcuno, dall’esterno, si è accorto delle sue intenzioni ed è subito scattato
il piano d’emergenza, con l’intervento del medico dell’istituto. Il sanitario,
accortosi della gravità del caso, ha disposto il trasferimento immediato del
Pirrone all’ospedale Ferrari, dove è morto poco dopo il ricovero. Il Pm Carmen
Ciancia ha disposto accertamenti investigativi sul cadavere, mentre tutti si
chiedono come abbia fatto ad entrare nel carcere la corda che Pirrone ha usato
come strumento di morte. Nei giorni precedenti il suicidio 113 detenuti del
carcere di Castrovillari avevano inviato delle lettere di protesta al
presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia, per denunciare le
difficili condizioni di vita nell’istituto.
Castrovillari, suicidio
Ilir Kakri, 38 anni, albanese, si impicca durante la notte
del 9 gennaio 2003.
A scoprire il corpo dell’uomo sono gli agenti di polizia
penitenziaria che, all’ora della sveglia, trovano l’albanese ormai privo di
vita. Ilir Kakri era stato arrestato nei primi giorni dell’ottobre 2002, a La
Spezia, dove era emigrato da oltre un anno per sfuggire a un’ordinanza
cautelare emessa dal Gip di Castrovillari, Assunta Napoliello, su richiesta del
Pm Livio Cristofano. Dopo l’arresto l’uomo era stato condannato, col rito
abbreviato, a quattro anni e otto mesi per un tentato omicidio perpetrato
nell’aprile del 2001 nella cittadina di Firmo. La salma dell’uomo è stata
trasportata nell’obitorio dell’ospedale civile di Castrovillari, dove sarà
sottoposta ad esame autoptico che stabilirà le effettive cause del decesso. Sul
caso è stata aperta un’inchiesta della magistratura per accertare le modalità
del suicidio e, nello stesso tempo, chiarire i motivi che hanno spinto
l’albanese nel portare a compimento un gesto così disperato. Ricordiamo che,
dal 2000 ad oggi, è il terzo suicidio che avviene nella casa circondariale
castrovillarese.
Nel gergo carcerario, si chiamano “colombe”. Sono quelli
che muoiono di morte violenta. Ogni detenuto sa di non essere mai sicuro nella
propria cella, anche quando la condivide con gente di rispetto.
Le
galere sono sature spugne di disperazione. Assorbono gli istinti, strizzano i
corpi dei condannati. Ai piani bassi si aggirano larve umane in decomposizione
psichica, imbottite di farmaci. Tra i corridoi viaggiano topi grossi grossi.
Nei film, come nella realtà, i detenuti spesso li adottano. Preferiscono i
roditori veri a quelli con le sembianze umane, che compongono le “squadrette”
pronte a “svezzare” qualche malcapitato. Uomini pagati dallo Stato,
incappucciati, ringhianti ed odiosi, entrano di notte, picchiano, gettano tutta
in aria e poi se ne vanno.
È
un ambiente pieno di animali pericolosi. “Lupi, corvi, cicale e mastini”!
Rispettivamente: killer, ufficiali giudiziari, spie e guardie violente. Si
impara presto a masticare il linguaggio della giungla senza colori.
Se
non fai in fretta ad “accavallarti”, rischi di imbatterti in qualche banda di
“balordi”: gente che sguazza nei circuiti della mala. Allora sono guai.
Ma
se riesci a dimostrare di essere solo un “turista”, uno di passaggio, e non fai
l’infame, è difficile che gli altri ti manchino di rispetto. Anzi, a volte
nascono amicizie sincere ed eterne.
Il
peggiore di tutti i nemici, lo hai dentro. È la tua salute fisica. È il tuo
equilibrio mentale. Vietato ammalarsi. Non c’è un medico disposto a prendere
sul serio i tuoi malanni. Inutile chiedere, invocare, lagnarsi. Le lamentele
danno fastidio ai tuoi compagni di cella. Imparerai a soffrire in silenzio.
E
se proprio non riesci a risolvere i tuoi problemi, qual è il problema?!
Ti
puoi sempre suicidare.
Morire
in galera di appendicite a soli 47 anni.
Di Vincenzo
Brunelli
Potrebbe
sembrare il titolo di un vecchio articolo di giornale dei primi del secolo,
invece, è accaduto proprio quest’estate, nel mese di agosto del 2003, presso la
casa circondariale
di Catanzaro. Emiliano Mosciaro stava scontando una pena per associazione,
di sette anni, nel carcere di Siano ed era in attesa di usufruire di forme
alternative alla carcerazione, avendo scontato più di due terzi della pena.
Il 4 agosto ha telefonato alla madre per dire che non si sentiva bene e
che le cure dei medici del carcere non funzionavano. Emiliano soffriva di
crisi depressive e quei dolori addominali che accusava da qualche giorno,
sono stati forse scambiati per effetti di una qualche forma di somatizzazione.
Il giorno dopo la telefonata alla madre, Emiliano viene trasferito d’urgenza
all’ospedale di Catanzaro su richiesta di un medico esterno che lo ha visitato
in carcere. Troppo tardi. Mosciaro viene operato ma l’appendicite si è ormai
trasformata in peritonite acuta con stato necrosi avanzata. Emiliano combatte
per sette lunghi giorni con la morte ma senza risultati positivi. Morirà
la mattina del 13 agosto del 2003. I familiari, da quel giorno, non
riescono
a darsi pace per quella che ritengono una morte assurda e assolutamente
evitabile. Il giorno dopo, infatti, viene sporta denuncia presso la Procura
della Repubblica. La dottoressa Pezzo, nel chiedere l’autopsia, ha aperto
un’inchiesta per stabilire e verificare colpe o negligenze da parte di qualcuno
e nei prossimi giorni si potrebbero conoscere gli esiti e gli sviluppi di
tale inchiesta. Un caso emblematico che per l’ennesima volta lancia un grido
di allarme sulla condizione dei detenuti in Italia, che è poi anche la nemesi
dell’ampio garantismo offerto, invece, dai tre gradi di giudizio del sistema
italiano. Un divario troppo netto per un paese civile e democratico.