Un comunicato firmato dai 13 imputati del
processo noglobal
A Cosenza l'inquisizione riscrive la verità su Genova
Apprendiamo con estrema soddisfazione della completa o parziale archiviazione
delle posizioni di cinquantuno indagati nell’inchiesta giudiziaria sul Sud
Ribelle, che nel novembre 2002 aveva portato nelle carceri speciali di Trani,
Latina e Viterbo o agli arresti domiciliari attivisti ed attiviste del
movimento globale con l’accusa di cospirazione politica finalizzata a
sovvertire l’ordine economico dello stato.
In particolare, colpisce l’archiviazione completa per ben nove persone su venti
che erano state arrestate. Sbattute in prima pagina come mostri, accusate delle
peggiori azioni violente, arrestate da reparti speciali di polizia con agenti
incappucciati (i GOS), tradotte in carcere anche in presenza, per alcuni, di
gravissime condizioni di salute, queste persone apprendono oggi che non esiste
alcuna gravità indiziaria sul proprio conto, tanto da non meritare neppure che
si vada nel loro caso a un dibattimento di merito. Come dire: scusate, per metà
di voi ci eravamo sbagliati!
L’inconsistenza di un teorema accusatorio montato ad arte per colpire l’intero
movimento trova così l’ennesima conferma, quando una procura si adopera a far
sparire alcuni indagati e a farne comparire di nuovi, quando sbatte nelle
carceri speciali del paese soggetti ritenuti fortemente pericolosi salvo poi
riammetterli in libertà dopo pochi giorni sulla base di semplici dichiarazioni
o annullare completamente ogni provvedimento a loro carico.
Alla vigilia dell’udienza preliminare, che si terrà il 24 maggio presso il
tribunale di Cosenza e che deciderà in merito alla richiesta di rinvio a
giudizio per tredici indagati, il provvedimento di archiviazione offre lo
spunto per alcune riflessioni.
Intendiamo innanzitutto denunciare l’uso strumentale che una certa magistratura
fa degli organi di informazione e, non da ultimo, il ruolo spesso asservito che
almeno una parte della stampa ha verso gli organi inquirenti. La dimostrazione
sta nel totale silenzio su un decreto di archiviazione a dir poco imbarazzante.
Il provvedimento è stato emesso il 2 aprile 2004 e nessun giornale ne ha fatto
finora menzione, a fronte dei titoloni sparati in prima pagina per una
richiesta di rinvio a giudizio che, nella più completa inosservanza del
legittimo diritto alla difesa, non era ancora stata notificata ai diretti
interessati. Apprendere delle proprie disgrazie a mezzo stampa sta
evidentemente diventando un fatto normale nel nostro paese!
Le vicende giudiziarie che in questo anno e mezzo si sono dipanate intorno alla
cosiddetta inchiesta “no global” sono al tempo stesso grottesche ed
inquietanti. La ricostruzione di alcuni passaggi salienti può aiutare a fare
luce sulla vicenda.
1) Dopo gli arresti, è la stessa gip che ha firmato l’ordinanza di custodia
cautelare nelle carceri speciali a fare un primo passo indietro rimettendo in
libertà due degli arrestati a partire da una presunta quanto fasulla “abiura”
della violenza. Un provvedimento che mostra tutta la debolezza di un impianto
accusatorio costruito ad arte dai ROS e dalla Digos, ed accolto solo in un
secondo momento, dopo il diniego di altre procure, dalla Procura di Cosenza.
2) Il Tribunale della libertà di Catanzaro nel dicembre del 2002 produce una
sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, demolisce dalle
fondamenta l’impianto accusatorio del provvedimento. “Esprimere il dissenso non
è reato” è il messaggio cardine delle motivazioni di quella sentenza.
3) Nel maggio del 2003, nonostante la richiesta dello stesso procuratore
generale di rigettare il ricorso presentato dal pm titolare dell’indagine, la
Cassazione annulla la sentenza del tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di
forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi
in discussione.
4) Tra la fine di ottobre ed i primi di novembre del 2003 la nuova sentenza del
tribunale della libertà di Catanzaro rimescola le carte. Solo a carico di
cinque su diciotto già scarcerati dal tdl di Catanzaro rimangono i gravi indizi
di colpevolezza. A tre di loro viene addirittura imposto l’obbligo di firma,
per tutti gli altri cade ogni contestazione.
5) Tra marzo e aprile di questo anno gli ultimi episodi della vicenda. Notifica
di archiviazione di chiusura indagine prima e notizia della richiesta di rinvio
a giudizio dopo, solo per tredici degli indagati, due dei quali completamente
estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria. Solo per 11 dei 18
arrestati nel novembre 2002 è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio,
cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni
contestazione a proprio carico.
Che si tratti di una montatura giudiziaria, che l’obbiettivo del provvedimento
sia di carattere strettamente politico (orientato cioè a scaricare le
pesantissime responsabilità che le forze dell’ordine hanno nella violentissima
repressione delle mobilitazioni in occasione del Global Forum a Napoli e del G8
a Genova) lo sappiamo bene e con noi lo sanno le centinaia di migliaia di
uomini e donne che a Cosenza, nel resto del paese e anche all’estero si sono
mobilitate all’indomani degli arresti.
L’inchiesta di Cosenza appare quindi estremamente emblematica sia da un punto
di vista tecnico-giudiziario sia da un punto di vista politico. Infatti, oltre
a riesumare cadaveri antistorici del Codice Rocco, imputa a tutti gli indagati
il reato di “cospirazione politica finalizzata alla turbativa delle funzioni
del Governo”: ovvero non ci si può organizzare per contestare le decisioni
politiche del Governo! Così diventa un processo-laboratorio contro tutto il
movimento e contro tutte le forme del dissenso. Non a caso, a seguire, ci sono
stati arresti e procedimenti giudiziari che hanno preso spunto dall’inchiesta
cosentina che, perla tra le perle, ci imputa anche la responsabilità morale
della morte di Carlo Giuliani.
Nessun pezzo del movimento, noi compresi, può fare da capro espiatorio alla
sospensione dei più elementari diritti costituzionali a Napoli e a Genova, né
tantomeno al programmato massacro di piazza finalizzato a bloccare l’espansione
del movimento anti-neoliberista. Non ci stiamo a rimanere in silenzio mentre il
provvedimento giudiziario che ci vede indagati si manifesta in tutta la sua
contraddittorietà.
La libera espressione del dissenso non può essere processata, e se questo è
vero per cinquanta, non può non essere vero per gli altri tredici!
Cosenza, 23 aprile 2004
I 13 indagati e indagate dell’inchiesta No-global