Contro gli inceneritori

cronache delle lotte degli ambientalisti in Calabria contro gli inceneritori, gli impianti a CDR, le centraline a Biomasse

NO ALLA CENTRALE A BIOMASSE A LAINO (CS) . Avvistata una lontra nel fiume del Mercure

NOVITA'-    Guerra dei rifiuti anche in Calabria ?  Piccoli inceneritori crescono in Italia

Cosa sono le diossine

NOVITA' La Bio ossidazione dei materiali post consumo un alternativa all'incenerimento in Calabria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SINDACI E AMBIENTALISTI CONTRO LA CENTRALE DI LAINO MENTRE I CARABINIERI FILMANO L’ASSEMBLEA  POPOLARE

di Francesco Cirillo 

Dopo un affollata assemblea di circa 500 persone svoltasi nella palestra della scuola media di Rotonda finalmente un documento unitario firmato dai sindaci di Rotonda, Castelluccio, Viggianello, con tutte le associazioni ambientaliste contro la conversione della centrale Enel di Laino in Centrale a Biomasse. Un no netto quello uscito fuori dall’assemblea popolare di Rotonda che chiede alla Regione Basilicata, all’ASL di Lauria, alla Provincia di Cosenza, a tutti i sindaci dell’area interessata, ognuno per le proprie competenze di bloccare subito i lavori di costruzione, riconversione e messa in opera della centrale. Un Assemblea affollatissima e ricca di interventi, aperta dal sindaco di Rotonda Giovanni Pandolfi che ha illustrato sapientemente tutti i pericoli della centrale. Un assemblea che hanno seguito attentamente anche i carabinieri in borghese che hanno filmato e fotografato tutti i presenti . Carabinieri individuati fra la folla dal consigliere regionale dei verdi della Basilicata, Mollica,  che ha denunciato pubblicamente l’avvenimento all’assemblea  rimasta sconcertata dal fatto.  Evidentemente cercare di bloccare la centrale è considerato un atto sovversivo e preventivamente se ne  filmano i partecipanti. Ma i carabinieri si sono  già interessati per un altro verso della stessa centrale. Lo hanno fatto quando hanno trovato ai suoi confini ed all’interno della stessa centrale una discarica di rifiuti tossici. L’indagine è partita sotto la direzione del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Castrovillari, Baldo Pisani.  Dopo una serie di sondaggi nel terreno i carabinieri di Laino Borgo agli ordini del maresciallo Lorenzo Brogna, hanno posto sotto sequestro preventivo la discarica di rifiuti ritenuti pericolosi di circa quattrocento metri quadrati. Le operazioni di scavo si sono svolte con l'ausilio di un escavatore che ha "saggiato" il terreno sottostante rinvenendo varie tipologie di rifiuti (una sostanza nera non ancora definita, diversi tipi di rifiuti speciali, lana di vetro, eternit, un certo quantitativo d'amianto anche in polvere, buste di plastica ) al momento al vaglio degli inquirenti. Infatti è stato saggiato ulteriore terreno di questo misterioso sito (altri trecentocinquanta metri quadrati) dove pare che i militari abbiano trovato sostanze nocive dall'aspetto "gelatinoso" e "mucoso". Saranno i periti dell'Arpacal e dell'Azienda Sanitaria n° 2 di Castrovillari che dovranno esaminare il materiale raccolto per identificarne con certezza la tipologia precisa. L'operazione pertanto continuerà anche nei prossimi giorni per capire le dimensioni della discarica e sono stati sepolti gli stessi o altri materiali ritenuti pericolosi per la salute pubblica. A tal proposito l'Enel ha diffuso un comunicato sulla questione. "L’ Enel, nell'assicurare la massima collaborazione alla magistratura, - si legge nella nota - dichiara di aver sempre rispettato tutte le norme di legge e in particolare quelle che regolamentano lo smaltimento dei rifiuti. Si segnala inoltre che la centrale di Mercure è stata disattivata nel 1997. I lavori di riconversione a biomasse, iniziati nel mese di maggio 2004, si sono sempre svolti nel pieno rispetto delle norme di legge". Il comunicato dell’ENEL non ha certo rassicurato la popolazione che subito ha messo in moto proteste e denunce rivolgendosi alle autorità competenti. Ma la centrale non è stata bloccata nonostante il rinvenimento dei rifiuti tossici. Domenica 6 marzo la prima manifestazione pubblica , partita dalla piazzetta centrale di Rotonda e giunta fino alla Scuola media dove è iniziato il consiglio comunale aperto con i sindaci dell’area. Una manifestazione organizzata dal “Comitato contro la centrale per la salute” sorto a Rotonda e che ha coinvolto tutte le istituzioni e le associazioni ambientaliste accorse da tutta la provincia. Una sensibilizzazione necessaria ed utile dati i pericoli in corso se la centrale venisse riconvertita a Biomasse. Una riconversione sulla carta non supportata da alcuna relazione credibile dal punto di vista tecnico. Gli impianti a Biomasse sono impianti piccoli che usano la biomassa ( scarti di falegnameria,alberi secchi, sottobosco,olii provenienti dalla stessa zona) e che hanno una funzione riequilibratrice della natura circostante se viene bilanciata nel giusto rapporto . Ma nel caso di Laino , dove prenderebbe l’ENEL  320 mila tonnellate di Biomassa ? La centrale per produrre 40 megawatt di potenza nominale dovrà bruciare 320 mila tonnellate annue di biomassa, 300 canne (n.d.r. unità di misura locale) all’ora. La biomassa,  inoltre, ha un potere energetico quattro volte inferiore rispetto all’olio combustibile, questo significa che per produrre la stessa quantità di energia bisogna bruciare molta più materia prima producendo inevitabili gas quali diossina, furani, anidride carbonica per citarne solo alcuni. Altro elemento di non minore importanza. La valle del Mercure non ha la materia prima da bruciare nella centrale. Se pure si volessero piantare pioppi da bruciare successivamente non ci sarebbe il tempo per farli crescere perché, come ricorda il led luminoso, apposto all’ingresso della centrale mancano solo 100 giorni all’apertura dell’impianto. La biomassa, dunque, dovrà arrivare da fuori, probabilmente anche da altri continenti: America Latina e Paesi dell’Est. Arrivati al porto di Corigliano Calabro in provincia di Cosenza i materiali viaggeranno in autostrada fino all’uscita di Laino Borgo o di Lauria Sud per percorrere le strade interne fino a raggiungere località Fiumana, sede dell’impianto. Si prevedono dai 50 agli 80 tir al giorno che all’andata ed al ritorno raggiungerebbero i 160 viaggi su strade dissestate e piccole. Ma in ogni caso questi impianti non si costruiscono in zone di pregio naturalistico come quello dove insistono paesi quali Rotonda, Laino, Castelluccio, Viggianello, Lauria. Paesi all’interno del Parco del Pollino che dovrebbero avere come slogan principale la purezza dell’aria, la vivibilità nei paesi. Tutto il contrario di quello che avverrebbe con la centrale. E proprio per andare incontro all’Enel , Laino Borgo ha chiesto di uscire dal Parco ! Una mossa per togliere l’Ente Parco dall’imbarazzo dei permessi già rilasciati alla centrale. Operazione della quale si sono ben ricordati gli ambientalisti ed i cittadini presenti all’assemblea allorquando il Presidente delle Comunità dei paesi del Parco Pollino, Palermo, prendendo la parola nell’assemblea popolare è stato subissato di fischi e contumelie. La posizione dell’ente parco è considerata molto grave da tutti e la presenza del Presidente del Parco Pollino Francesco Fino avrebbe dovuto rassicurare i presenti nell’assemblea, cosa che si ben guardato dal fare, dando forfait al sindaco Pandolfi.   Si attende , su tutto , il ritiro da parte della Provincia di Cosenza dell’accordo dell’ente con l’Enel, cosa che se si verificasse metterebbe tutto in discussione. Ma anche la provincia non era presente all’assemblea del 6 marzo a Rotonda. Sembra che proprio l’assessore provinciale Marrello  in viaggio verso Rotonda sia stato fermato dall’Anas per l’assenza di catene a bordo della sua auto. Marrello avrebbe portato il suo no alla riconversione, ma quello che si attende è un atto ufficiale della provincia promesso direttamente dal Presidente Oliverio.  Su Laino insomma si giocano diverse carte , e sono tutte sporche. Dalla riconversione a Biomasse della centrale all’elettrodotto che spaccherebbe la provincia in due oltre che portatore di elettromagnetismo all’interno del parco Pollino, per giungere fino a Rizziconi in provincia di Reggio calabria, fino all’uso della stessa centrale del CDR proveniente dalla calabria ma certamente anche dalla vicina Campania. Nell’assemblea del 6 marzo si è portata la delibera della Regione Calabria del luglio 2004, che autorizza la centrale a biomasse di Cutro ad usare CDR per circa 20 mila tonnellate.  Se il CDR può essere usato a Cutro perché non dovrebbe essere usato a Laino ?

PERCHE' NO

1. La centrale potrà essere utilizzata come inceneritore di rifiuti;
2. La centrale è antieconomica per tutta la Comunità Nazionale sia perché la Biomassa utilizzata non è uno “scarto” ma proviene da foreste distrutte di proposito in Paesi Extraeuropei sia perchè L’Energia consumata per trasportare la Biomassa è superiore all’Energia prodotta;
3. I fumi ristagneranno nella Valle del Mercure proprio all’altezza dei centri abitati provocando gravi danni alla salute dei cittadini;
4. Non produrrà nessun incremento occupazionale diretto (nuove assunzioni) e indiretto (indotto per le aziende locali);
5. 100 al giorno saranno i TIR che mediamente intaseranno le nostre strade aumentando i nostri tempi di percorrenza e affumicheranno i nostri polmoni;
6. Non è stata fatta nessuna Valutazione di Impatto Ambientale;
7. Si utilizzerà la nostra acqua di ottima qualità per raffreddare gli impianti;
8. Diminuirà la portata del fiume Lao con impatto grave sull’ambiente e le attività sportive e turistiche collegate (es. rafting, pesca sportiva, etc.);
9. Non si sa come e dove verranno smaltite tonnellate di cenere;
10. Non è stato previsto nessun vantaggio economico ed energetico per le popolazioni locali;
11. Provocherà la diminuzione delle presenze turistiche;
12. Presto avremo una svalutazione del patrimonio immobiliare;
 

SCHEDA :

Nuove centrali in Calabria non servono, la Calabria è autosufficiente, anzi già oggi "esporta" energia elettrica, più della metà dell'energia prende il "volo".Quindi perchè costruirne di nuove?Sia le nuove centrali che le vecchie in "ristrutturazione" sono avversate da comuni, cittadini, associazioni hanno dato vita a comitati.Facciamo, anzi cerchiamo di fare il punto, attraverso la mappatura delle
centrali attive, in costruzione, in conversione, autorizzate, in attesa
di autorizzazione, ecc:

ROSSANO (CS) - 1736 MW - Enel
La centrale è stata costruita un po di anni fa. I lavoratori hanno vissuto diversi momenti di tensioni, espulsi dal sistema produttivo ed ancora oggi sballottati tra corsi di formazione, politici e sindacalisti
profittatori. Secondo il piano industriale dell'Enel nel 2010 questa centrale dovrà essere riconvertita a carbone. Si cominciano a sentire i primi "rumori" degli abitanti, anche se il tessuto sociale è sfibrato. Esiste un comitato che in 2 giorni ha raccolto mille firme.

ALTOMONTE (CS) - 800 MW - Edison. Nonostante l'opposizione di comitati e ambientalisti si apre il cantiere (inizio 2002). Ma poi, quando ormai la battaglia sembra persa e l'opposizione si spegne, il cantiere comincia a battera la fiacca. E' la più avanzata tra le nuove centrali Edison, si spera nella sua entrata in rete nel 2005. E' in questa centrale che Costantino Belluscio, ex sindaco di Altomonte , piduista, deputato del PSDI, aveva offerto il posto di lavoro all'assassino di Carlo Giuliani.

SIMERI CRICHI (CZ) - 800 MW - Sitel.
Come già ricordato la Sitel passa da Sondel a Edison. Ma l'Edison è già titolare della vicina autorizzazione di Pianopoli. E' un buon motivo per non farsi concorrenza. Forse è per questo motivo che l'autorizzazione edilizia arriva solo nell'ottobre 2003 e l'apertura del cantiere è
attesa per quest'anno.

PIANOPOLI - 800 MW - Edison .
Ma anche a Pianopoli non ci sono ruspe e betoniere al lavoro. Se poi tutte funzionassero, la rete elettrica non sarebbe in grado di sopportarne il carico contemporaneo.

SAN FERDINANDO (RC)
- 400 MW - Calabria Energia
in attesa di autorizzazione - parere favorevole della Comm. VIA o concl.VIA
(L.55/2002);

CROTONE  - 390 MW - Crotone Power Development

LAINO BORGO (CS) - Valle del MERCURE & POLLINO - Enel
Questa è nota per essere autorizzata all'interno del territorio del Parco Nazionale del Pollino a bruciare biomassa. C'è un ampia contestazione, le comunità locali sono agguerrite, a maggio 2005 si
prevede l'inizio della produzione. Ciò che preoccupa è che a circa cento giorni dalla apertura della Centrale del Mercure (unico segnale alle popolazioni locali è un inquietante cartello luminoso che scandisce il Kount-down dall'apertura), non sono stati resi noti i criteri per l'approviggionamento del combustibile.

CUTRO (KR) -Centrale costruita per essere funzionante a biomassa è stata autorizzata
a bruciare CDR (rifiuti).

MELICUCCO (RC) - 760 MW - Ansaldo Energia (2 soc.)

MILETO (VV) - 800 MW - Mileto Energie

RIZZICONI (RC) - 800 MW - Rizziconi Energia
Aut. rilasciata nel 2004

SCANDALE (CZ) - 800 MW - Eurosviluppo Elettrica
Aut. rilasciata nel 2004

GIOIA TAURO (RC) - 840 MW - Energia
Richiesta aut.

 

 Una centrale Enel ? Proprio nel Parco del Pollino

di Francesco Cirillo

Bisogna decidersi una volta per tutte cosa fare di questo parco. Il più grande d’Europa ma anche il più tartassato.  Una coperta tirata da più parti ma che diventa sempre più stretta e che diventa sempre più inutilizzabile.  Pochi i turisti ogni anno, poche le iniziative per attirarne nuovi, pochi gli interventi per rendere il parco parte viva e attiva e soprattutto sentito da tutte le comunità che lo abitano. La carta geografica del parco sembra sempre di più una carta geografica irakena dopo l’occupazione americana. Pozzi di petrolio a nord del parco nella valle del Diano,  l’ elettrodotto che lo spacca da Rampolla, Laino fino a Rizziconi in provincia di Reggio Calabria, grandi pale di eolico sui monti dell’Appennino lucano primo fra tutti i monti  di Muro ove è progettata una mega-centrale eolica a 300 metri dalla zona Sic e Zps (Sito di interesse comunitario e Zona a protezione speciale, ndr), l’uranio a Rotondella a pochi chilometri dal confine del parco, proprio vicino all'area verde della Plasmon, o la centrale termoelettrica a Pisticci,  e poi tanti progetti cementizi consistenti in aree di parcheggio nei posti più alti del parco oltre il rifugio “ De Gasperi ” , o la trasformazione del  Santuario di S. Maria delle Armi a Cerchiara di Calabria in un centro informazioni per i turisti, con relativa nuova struttura . Ma, soprattutto, si dà l’assalto alla parte più integra del massiccio: il versante sud. Iniziano, infatti, con la strada Frascineto-Monte Moschereto, le strade di penetrazione in quella zona che, per la particolare morfologia, si è conservata quasi intatta fino ad oggi, più che per una particolare sensibilità ambientale, per mancanza di reale convenienza economica. Questo, fino alla istituzione del Parco Nazionale del Pollino, strano ente che al sud poco o nulla tutela e che, anzi, a quanto pare, desta appetiti in aree dimenticate e, solo in quanto tali, scampate allo scempio. Ed ora l’attacco più massiccio. La centrale a Biomasse nella Valle del Mercure. Una centrale che sconvolgerà tutta l’aera attorno a Laino Borgo, inquinandola, appestandola di gas e di traffico di decine e decine di camion e tir provenienti da tutta Europa . L’allarme per la scelta dell’Enel è generale in tutta la popolazione, che minaccia di far diventare il caso una nuova Scanzano. Ma l’Enel parte in quarta ed ha posto subito, per far capire la propria determinazione a proseguire nel progetto,  un led lumninoso all’ingresso della centrale con la proiezione di un numero: 100. i giorni che mancano alla riapertura della vecchia centrale ora riconvertita a biomasse.  Accanto allo smantellamento della parti in amianto (tuttora in corso), si decide di riconvertire l’impianto secondo una fonte classificata rinnovabile che consente alla società di ottenere certificati verdi e bonus da Bruxelles. L’Unione europea, infatti, impone ai produttori di energia di ricavarne almeno il 5 per cento da fonti rinnovabili. L’Enel solo con la centrale del Mercure guadagna un bel 2 per cento! Se formalmente l’energia prodotta dalla biomassa (legno, segatura, sansa di olive) è “rinnovabile” non si può certo dire che sia pulita. Tutt’altro. Pur nell’approssimazione dei numeri (l’Enel ha sempre mostrato reticenza davanti alla richiesta di rendere pubblico il progetto tecnico dell’impianto), cerchiamo di fare due calcoli energetici. La centrale per produrre 40 megawatt di potenza nominale dovrà bruciare 320 mila tonnellate annue di biomassa, 300 canne (n.d.r. unità di misura locale) all’ora. La biomassa,  inoltre, ha un potere energetico quattro volte inferiore rispetto all’olio combustibile, questo significa che per produrre la stessa quantità di energia bisogna bruciare molta più materia prima producendo inevitabili gas quali diossina, furani, anidride carbonica per citarne solo alcuni. Altro elemento di non minore importanza. La valle del Mercure non ha la materia prima da bruciare nella centrale. Se pure si volessero piantare pioppi da bruciare successivamente non ci sarebbe il tempo per farli crescere perché, come ricorda il led luminoso, mancano solo 100 giorni all’apertura dell’impianto. La biomassa, dunque, dovrà arrivare da fuori, probabilmente anche da altri continenti: America Latina e Paesi dell’Est. Arrivati al porto di Corigliano Calabro in provincia di Cosenza i materiali viaggeranno in autostrada fino all’uscita di Laino Borgo o di Lauria Sud per percorrere le strade interne fino a raggiungere località Fiumana, sede dell’impianto. Si prevedono dai 50 agli 80 tir al giorno. E proprio il sito industriale diventa il protagonista di un altro piccolo giallo: la località ricadente del territorio amministrato dal comune di Laino Borgo, in base a una recente proposta di riperimetrazione dell’Ente Parco dovrebbe uscita fuori dall’area di tutela.  Una coincidenza per lo meno singolare per chi non vuole la centrale e ha creduto in un diverso modello di sviluppo. Mostra preoccupazioni  un Comitato spontaneo di cittadini nato recentemente a Rotonda, sede del parco del pollino. Secondo i militanti del comitato  la riapertura della centrale gode di finanziamento dell'Unione Europea (pare di circa 80 milioni di euro per 7/8 anni di funzionamento); A fronte dell'allarmante impatto ambientale della centrale ci si è chiesto quali possano essere per le popolazioni della zona i possibili vantaggi o benefici considerato che: la centrale in argomento è situata in una specie di "catino" a meno di 300 metri sul livello del mare, mentre quasi tutti i limitrofi centri abitati si trovano ad altitudini superiori, in alcuni casi oltre il doppio (Castelluccio Inferiore m.495, Castelluccio Superiore m.750, Laino Castello m.400, Rotonda m.580, Viggianello m.500),  PER CUI I FUMI DELLA COMBUSTIONE NON POSSONO DISPERDERSI ADEGUATAMENTE; l'elevata frequenza del flusso di trasporto della biomassa risulta spropositata sia rispetto alle strutture viarie del comprensorio sia per il forte inquinamento prodotto; la Valle del Mercure è una zona ad alto valore paesaggistico-naturalistico-ambientale essendo praticamente situata all'interno del Parco Nazionale del Pollino; Il rischio che si corre e non è del tutto da sottovalutare che la centrale di biomnasse possa diventare un inceneritore vero e proprio cominciando a bruciare anche quelle tonnellate e tonnellate di rifiuti ferme in aree molto vicine alla Basilicata in attesa che parta il famigerato impianto di Acerra.  Unica voce stonata nel panorama delle preoccupazione è quella dell’eurodeputato diessino Pittella , possibilista , che sostiene che la “riapertura della centrale non deve dar luogo a prese di posizione ideologiche fuorvianti” ed invita ad una riflessione in quanto “ la produzione di energia da fonti rinnovabili è favorita dall’Unione Europea” L’europarlamentare osserva inoltre che “la trasformazione della centrale ha seguito un iter procedurale autorizzativo al quale lo steso Ente Parco del Pollino ha partecipato e ha dato il proprio assenso”, e che “l'investimento dell'Enel costituisce comunque il più ingente investimento di un’impresa nell'area degli ultimi 40 anni. ”La vocazione propria del territorio del Mercure non è e non deve essere messa in discussione. Il bilanciamento della attività produttive e di servizi deve essere garantito da un ruolo attivo degli attori locali”, conclude Pittella, per il quale “è necessario che i cittadini e i loro rappresentanti locali governino questo processo che può costituire un importante elemento per lo sviluppo del territorio. In questo senso lo studio di fattibilità che le amministrazioni locali dovrebbero realizzare per poter valutare l'impatto potenziale e livello locale, è lo strumento con il quale poter assumere le decisioni più appropriate nel prossimo futuro “. E’ veramente singolare scrivono tutte le associazioni ambientaliste come il parere del diessino Pittella coincidano perfettamente con il Presidente del parco Fino di Alleanza nazionale.

 

La manifestazione a Rotonda il 6 marzo 2005

NO!!!!!

alla Centrale a Biomassa della Valle del Mercure

 

Perché

I fumi del camino  provocheranno gravi danni alla salute

100 al giorno sono i TIR che inquineranno e intaseranno le nostre strade

Si danneggerà e si inquinerà il fiume Mercure-Lao

Non produce nessun incremento occupazionale diretto

• Sicuramente diventerà un inceneritore di CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) più economico del legname proveniente dall’estero

Provocherà la diminuzione delle presenze turistiche e perderemo opportunità di sviluppo e occupazione

•Nessuno comprerà più i nostri prodotti tipici che non saranno più sani e di qualità con danni diretti agli agricoltori locali

Non è stata fatta nessuna Valutazione di Impatto Ambientale

 

Province, Regioni, Ente Parco e Comuni non possono fidarsi solo della parola dell’Enel,  espropriando ai cittadini il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano LA SALUTE , LA TUTELA DELL’AMBIENTE  E IL NATURALE  SVILUPPO ECONOMICO DEL POLLINO

 

Via la centrale e l’amianto dalla Valle

Non abbiamo bisogno della centrale, ma di politiche di sviluppo concrete che favoriscano l’agricoltura, il turismo, le imprese artigiane e di servizio

 

Adesioni alla Manifestazione del 6 Marzo 2005 a Rotonda

contro la Centrale a Biomassa del Mercure nel cuore del Parco Nazionale del Pollino indetta dal Comitato Salute Ambiente Pollino.


WWF Pollino,Accademia Kronos Basilicata,Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche, Movimento Ambientalista Diamante e del Tirreno, Comitato Nazionale Rifiuti Zero,
Circolo Margherita di Tursi,Rifondazione Comunista di Viggianello,Verdi di Basilicata,Scanziamo le Scorie
NoScorie Trisaia,Associazione dei Verdi Policoro,
Legambiente Basilicata

Fiab Bicilandia Basilicata,Comunisti italiani sez. di Rotonda,Gruppo Civiltà Solidale Viggianello,Democratici di Sinistra Laino Borgo,Associazione Il Riccio Castrovillari,Lucanianet.it, Gruppo di Lavoro Sudlocation,Italia Nostra Calabria
Associazione Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Pollino,Associazione Trekking Falco Naumanni Matera,WWF Calabria


AVVISTATA UNA LONTRA

"La centrale ENEL del Mercure è compatibile con la conservazione della lontra emblema della buona salute dell'ambiente e della gente del Pollino?
Facciamo presente il problema anche dal punto di vista di questi simpatici animali la cui presenza deve essere motivo di vanto (fino a qualche anno fa si stimava che in tutta Italia la presenza di Lontre ammontasse a meno di 90 individui...).
Cosa ne pensate?

Il 31 Ottobre 2005 sulle sponde del Mercure-Lao ho rinvenuto numerose
orme di Lontra come confermato dalla IOSF (International Otter Survival Fund), oltre che dal prof. Claudio Prigioni della Università di Pavia e dalla dott.ssa Anna Loy dell'Università del Molise, i principali studiosi della lontra in Italia.
Come pubblicato recentemente da Prigioni et al. (PRIGIONI C., REMONTI L., BALESTRIERI A., SGROSSO S., PRIORE G., MISIN C., VIAPIANA M., SPADA S. and ANANIA R. - Distribution and sprainting activity of the Otter (Lutra lutra) in the Pollino National Park (southern Italy); Ethology Ecology & Evolution No. 2, Vol. 17, July 2005; 171-180 ) il Mercure-Lao è importantissimo per la conservazione della Lontra in Italia, dat o che tale animale altrove estinto ha una sua roccaforte nel Pollino.
La Lontra è difesa oltre che da normative italiane anche dalle normative internazionali della Convenzione di Berna e di quella di Washington.
La Centrale Enel del Mercure, in pieno Parco Nazionale del Pollino, userebbe l'acqua del Mercure-Lao per gli impianti di raffreddamento e dopo averle trattate chimicamente (!) le reimmetterebbe attraverso vari torrenti nel Mercure-Lao ad una temperatura superiore (!) a quella naturale. Lo stesso dicasi per le acque di scarico del laboratorio chimico annesso alla centrale stessa. Chiaramente tutto ciò senza studi di impatto ambientale.
Spero che si ritenga utile questa riflessione nel delineare un quadro completo sulla compatibilità o meno della Centrale del Mercure con l'importante situazione ecologica in cui viene a trovarsi. Spero anche che si converrà sul fatto che è necessario salvaguardare l'ecosistema fluvi ale del Mercure-Lao. Si diffonda tale notizia, la si discuta, si chieda chiarezza all'ENEL, all'Ente Parco del Pollino, al Ministero dell'Ambiente e soprattutta tutela per luoghi per la cui protezione si investe tanto denaro pubblico ma che rischiano di far parte di un parco energetico più che di un Parco Naturale. Diffondiamo e protestiamo! L'acqua del Mercure non resta a Laino, attraversa la valle del Lao e finisce nel  mare della bellissima Riviera dei Cedri!

Giovanni N. Roviello"

 

 

 

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Pubblicato su Mezzoeuro del  25 sett.2004

Guerra dei rifiuti anche in Calabria ? Arriva un poliziotto a Commissario per l’emergenza ambientale .

di Francesco Cirillo

 

Per mettere “ordine” ci vuole sempre la polizia, avrà pensato il Ministro Pisanu, guardando la situazione in Campania ed in Calabria. E difatti dalle parole è passato ai fatti. Manda un plotone di 1800 poliziotti per mettere a tacere la rivolta di Acerra contro l’inceneritore e manda in Calabria  come nuovo commissario per l’emergenza ambientale un super poliziotto che ha guidato le cariche contro la popolazione inerme che protestava. Al posto di un tecnico , inquisito per fatti legati al traffico dei rifiuti tossici in Calabria,come l’ingegnere  Papello super parente del Ministro Gasparri, al posto di un ex magistrato-Governatore Chiaravalloti, un poliziotto. Il Presidente della Regione Chiaravalloti, lo aveva preannunciato di fronte ai giudici della Corte dei Conti, il 2 luglio scorso. La Corte dei Conti era andata giù pesante sulla gestione dei rifiuti in Calabria e Chiaravalloti , per non sapere né leggere né scrivere, aveva preannunciato la restituzione al Governo delle competenze. Cambio al vertice peraltro già nell’aria da diversi mesi e così nei giorni scorsi ecco arrivare la nomina dal Ministro degli interni Giuseppe Pisanu che  ha nominato il prefetto Domenico Bagnato nuovo commissario per l'Emergenza ambientale in Calabria. La qualità della scelta operata dal ministero, però, con la nomina di Bagnato, sembra legittimare l'ipotesi di una proroga oltre il 31 dicembre della gestione straordinaria, contrariamente a quanto più volte promesso. Nato a Reggio Calabria 59 anni fa, laureato in Giurisprudenza, sposato e padre di due figli, Bagnato torna in Calabria lasciando, infatti, il ruolo di responsabile amministrativo per l'Emergenza ambientale in Campania, regione in cui ha gestito al     fianco del "commissario" Corrado Catenacci la rabbiosa protesta di Acerra. Non solo. Nel corposo curriculum del prefetto reggino si iscrive anche il ruolo, ricoperto nel 2003, di coordinatore del Por Sicurezza per le aree del Mezzogiorno. Insomma, una nomina di alto profilo che fa supporre un impegno che travalica il semplice traghettamento del comparto fino a dicembre. L’unica cosa certa è che Bagnato è già al lavoro. In polizia dal 1969, commissario a Vibo Valentia e a Crotone (dove ha operato per 13 anni), questore a Salerno, Foggia, Bologna e Venezia, Bagnato è già stato a Catanzaro venerdì scorso per incontrare il subcommissario Marcello Furriolo, il direttore generale Giuseppe Mazzitello e tutti i dipendenti dell'ufficio per l'Emergenza ambientale. Nei prossimi giorni, dopo un attento esame delle problematiche sul tavolo - a partire dalle tribolate vicende degli impianti di Gioia Tauro, Pettogallico e Rossano - il commissario presenterà il nuovo modello organizzativo e detterà i prossimi impegni. Forse proprio a partire da Pettogallico. A quanto pare, infatti, la Valutazione dell'impatto ambientale promessa dalla Regione sarebbe già stata eseguita, confermando la "bontà" del progetto dell'impianto. Una decisione che, è lecito supporre, risveglierà la protesta. Ma non sarà solo Pentagallico il problema da affrontare. Ben altre sono le gatte da pelare. Una nuova viene da Cutro. Qui il Presidente Chiaravalloti ne ha studiato una delle sue. Ha autorizzato l’incenerimento dei rifiuti all’interno di una centrale termoelettrica. Questo il dispositivo del 31 luglio scorso: 

DISPONE

1. di conferire presso la centrale termoelettrica di Cutro(KR), nei quantitativi, modalita` e specifiche richieste dalla societa`proprietaria dell’impianto, E.T.A. srl di Lainate Milano, il CDR prodotto presso gli impianti del sistema integrato di smaltimento rifiuti della Regione Calabria, per un periodo di sei mesi, nelle more dell’attivazione del Termovalorizzatore di detto sistema; 2. di stabilire che il costo di trasporto, per gli impianti di Lamezia Terme e Catanzaro a carico dell’Ufficio del Commissario (secondo quanto previsto nei relativi contratti di Concessione), e` di C/+ 0.066 per km. a valere sulle entrate derivanti dall’incasso della tariffa di smaltimento; 3. di stabilire che il costo di trasporto per il sistema Calabria Sud e` a carico di TEC (secondo quanto previsto nel relativo contratto di concessione); 4. di dare mandato al Responsabile di Area Catanzaro-Crotone, arch. Claudio Decembrini affinche´ predisponga gli atti necessari per il conferimento del CDR prodotto negli  mpianti di selezione secco-umido del sistema integrato di smaltimento rifiuti della Regione Calabria presso la centrale termoelettrica di Cutro (KR), compreso l’individuazione della/e ditta/e per assicurare il servizio di trasporto del CDR nonche´ il programma di conferimento nei quantitativi, modalita` e specifiche richieste dalla societa` proprietaria dell’impianto E.T.A. srl di Lainate Milano; 5. di notificare la presente ordinanza alla Slia spa, alla Daneco Gestione Impianti spa, alla TEC spa, alla E.T.A. srl; 6. di pubblicare la presente Ordinanza sul B.U.R. Calabria.

Il Dirigente Generale Il Commissario Delegato Dr. Avv. Giuseppe Mazzitello On. Giuseppe Chiaravalloti

Insomma gli inceneritori che vengono rifiutati dalle popolazioni per le esalazioni di diossina che sprigionano nell’area di 30 chilometri , escono dalla porta , ed entrano dalle finestre. Cutro senza sapere perché si ritroverà quindi con un inceneritore che brucerà tonnellate di rifiuti provenienti da tutta la Calabria, in attesa che gli inceneritori di Gioia Tauro vengano messi in funzione. E non mancano subito le reazioni da Cutro. Le prime sono quelle del WWF della provincia di Cutro che subito lancia l’allarme. ­ Il Wwf provinciale teme che "i rifiuti di buona parte della Calabria" possano finire a Cutro. Che la centrale termoelettrica dell'Eta srl (Gruppo Marcegaglia) possa diventare una sorta di grande pattumiera regionale.: «Possibile che nessuno ci informi? Perché i politici tacciono?». E ancora: «Si può facilmente capire da questa nota che i rifiuti di buona parte della Calabria verranno portati a Cutro. Questa delibera che dovrebbe suscitare un minimo di rabbia viene nascosta dai nostri politici regionali, perché? Noi del Wwf Crotone abbiamo appreso solo ora questa notizia. Purtroppo la complessità del problema ci porta a rinviare eventuali considerazioni su possibili danni per il nostro ambiente ad un altro intervento che faremo a breve». All'oscuro della vicenda è il sindaco di Cutro, Francesco Sulla, che si è riservato di approfondire la vicenda e, pur dicendosi «non pregiudizialmente contro» l'ipotesi di cui all'ordinanza del commissario, a meno che «i quantitativi di cdr siano compatibili con le potenzialità degli impianti di Eta e che non vi siano conseguenze sul piano della salute pubblica», è andato su tutte le furie: «come può la Regione fare delle scelte che riguardano un territorio senza confrontarsi con gli amministratori comunali? Si violano principi garantiti costituzionalmente». Ma, soprattutto, «la cosa da approfondire è quanto cdr dovrebbe essere trattato a Cutro. Se non si superano soglie di tollerabilità il Comune potrebbe anche essere d'accordo ma, al tavolo delle trattative, dovranno essere previsti benefici per la comunità locale. L'azienda dovrà pagare un prezzo per lo sviluppo avendo in cambio ridotte le difficoltà di reperire il cdr». Come dire che i tumori ce li possiamo anche prendere ma almeno vediamo quali benefici ne potremmo ottenere. Non crediamo che la popolazione possa essere d’accordo a questo tipo di ragionamento. Stando alla denuncia del Wwf, che appare sproporzionata rispetto alle rassicurazioni di Garavaglia, tutti i rifiuti della Calabria verrebbero a Cutro. Secondo  Garavaglia le cose non stanno affatto così. «Voglio rassicurare i cittadini, gli ambientalisti, gli amministratori, i giornalisti. Abbiamo chiesto quantitativi minimi di combustibile da rifiuto per fare delle prove, per vedere come questa miscela si comporta nel nostro impianto, che ha tutte le autorizzazioni previste dalla legge». Insomma, da una parte c'è «l'esigenza del commissario regionale di individuare impianti che trattino il cdr», dall'altra «l'azienda è interessata a effettuare delle prove, con dei quantitativi minimi che non avranno alcun impatto ambientale. in attesa dell'entrata in funzione del termovalorizzatore di Gioia Tauro. Allo stato a Cutro non è arrivato neanche un chilo di cdr, che poi è un rifiuto ottimizzato». Fin qui le varie dichiarazioni. Resta da vedere come reagiranno le popolazioni appena saranno messe al corrente delle vere intenzioni. Altro problema scoppierà nel tirreno cosentino. Sempre secondo le ultime ordinanze estive fatte dal presidente Chiaravalloti, c’è la necessità di individuare dei siti di trattamento dei rifiuti con impianti di trasformazione in CDR. Uno dovrebbe nascere a Altilia nel Savuto , l’altro a Santa Caterina Albanese, e l’ultimo ad Acquappesa. Questi impianti tratterebbero i rifiuti e diventerebbero intanto discariche  dove arriverebbe immondizia non differenziata. Si presume quindi la chiusura delle attuali mega  discariche. Per esempio per quanto riguarda il Tirreno cosentino , si chiuderebbe quella sull’Abatemarco a Santa Maria del Cedro. Ma rimane irrisolto il problema dell’incenerimento. Se la regione adotta il Piano dei rifiuti la raccolta differenziata se ne va a gambe all’aria, e tutto potrebbe essere messo in discussione , nonostante la Giunta provinciale di Cosenza abbia bocciato tale piano regionale pur senza averne le competenze per farlo. Il nuovo Commissario rimetterà tutto in discussione, forte dei suoi super poteri e forte della linea Acerra ?  O gli  basterà nella provincia cosentina la costruzione degli impianti di CDR, portando a bruciare il tutto a Cutro ed a Gioia tauro ? O metterà a bruciare i CDR nelle centrali termoelettriche esistenti già in provincia di Cosenza ?  Per esempio nel cementificio di Castrovillari o nella nascente centrale termoelettrica di Altomonte o in quella funzionante di Rossano. Gli ambientalisti sono già in allarme e si susseguono le riunioni in tutto il territorio cosentino nelle quali trovano buona sponda nel neo assessore all’ambiente Luigi Marrello .


Agosto 2005

PICCOLI INCENERITORI CRESCONO

 Un'improvvisa mania di grandezza ha colpito gli  inceneritori italiani.  In tutt' Italia si stanno approvando piani che prevedono significativi aumenti della quantità di  rifiuti inceneriti in impianti già  esistenti. Quello che segue è un elenco aggiornato, ma probabilmente non completo,  degli inceneritori in crisi di "crescita". Accanto alla città interessata, in parentesi, sono riportate le attuali tonnellate di  rifiuti che ogni anno sono  inceneriti in ciascun impianto e le tonnellate  che si prevede saranno trattate dopo l'operazione: Bolzano (da 90.000 a 130.000);  Ferrara (da 40.000 a 150.000); Firenze,  in località Rufina (da 20.000 a 70.000); Modena (da 140.000 a 240.000);  Piacenza (da 105.000 a 125.000), Poggibonsi (da 21.000 a 100.000);  Reggio Emilia (da 73.000 a 170.000); Rimini (da 127.600 a 220.000).  Ma non sono solo i piccoli inceneritori di antica data a voler crescere. La sindrome delle "piccole dimensioni"  colpisce anche  nuovissimi inceneritori. Quello di Milano (Silla2), inaugurato  in  pompa magna dal sindaco Albertini non più di due anni or sono, non pare accontentarsi delle 900 tonnellate di rifiuti che incenerisce ogni giorno. Già si parla di portarlo a 1.450 tonnellate al giorno (circa 510.000 tonnellate all'anno). La paranoia della crescita ad oltranza colpisce anche gli inceneritori non ancora costruiti! In Sicilia, il Piano Regionale prevede di incenerire ogni anno 958.000 tonnellate di rifiuti ma, tanto per stare sicuri, la capacità di trattamento prevista per i quattro inceneritori siciliani è di 1.656.370 tonnellate all'anno (414.000 tonnellate a testa). Tuttavia ad oggi, la gara nazionale di chi ce l'avrà più grosso, sembra essere appannaggio dell'inceneritore di Acerra, con le sue 600.000  tonnellate all'anno. Ma il record del gigantismo  lo detiene l'inceneritore di Brescia che nato nei primi anni novanta, per un trattamento di sole 250.000  tonnellate, oggi incenerisce qualcosa come 750.000 tonnellate di rifiuti all'anno e propria questa sua caratteristica è rappresentativa del cosiddetto "modello Brescia" che  si vuole esportare in tutt'Italia  e che si può sintetizzare con lo slogan: " inceneritore grande, grande guadagno". Come sappiamo, gli italiani pagano lautamente sia l'incenerimento dei loro rifiuti, sia l'elettricità prodotta bruciandoli, pertanto i guadagni del gestore di un inceneritore aumentano in proporzione alla  quantità dei rifiuti "termovalorizzati" . Al contrario, grazie alle economie di scala, le spese del gestore, per tonnellata di rifiuto incenerito, diminuiscono, in modo esponenziale, con  l'aumentare della  capacità di trattamento del loro impianto. In soldoni, incenerire una tonnellata di rifiuti in un impianto da 70.000 tonnnellate all'anno, costa al gestore uno sproposito, 210 euro.  Ma se l'inceneritore brucia  560.000 tonnellate di  rifiuti all'anno, il costo scende a 80 euro a tonnellata, con un sostanziale aumento del guadagno per ogni tonnellata di rifiuto incenerito.  Capito il gioco, non ci si meraviglia a scoprire che pur di aumentare la capacità di un inceneritore c'è gente che,  letteralmente, ha fatto carte false.  E carte false sono state certamente fatte a  Colonia (Germania) per favorire la realizzazione di un termovalorizzatore da 700.000 tonnellate all'anno, a fronte di una produzione di 200.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da parte dei 960.000 abitanti della città renana. E per la cronaca, tutti i responsabili di questa truffa sono  stati regolarmente giudicati e condannati.  Ma cosa significa, per il territorio che ospita l'inceneritore,  l'aumento della sua capacità di trattamento ? Ovviamente, ci sarà un proporzionale aumento del traffico pesante (e  delle sue emissioni inquinanti) adibito al trasporto dei rifiuti e delle ceneri.  E in proporzione, aumenteranno le dimensioni della discarica a cui le ceneri saranno conferite e la quantità di eluati prodotti dalla discarica da tenere sotto controllo in quanto le  ceneri sono meno inerti di quanto di vuol far credere. Infine, sempre in proporzione alla quantità di rifiuti inceneriti,
 aumenterà la quantità di fumi e la quantità di  inquinanti immessi, con    i fumi, nell' atmosfera e nell'ambiente.  In particolare, la velocità di deposizione al suolo di composti  organici persistenti quali diossine, furani, policlorobifenili, idrocarburi policiclici aromatici e di metalli  tossici (mercurio,  cadmio..) aumenterà in modo proporzionale alla quantità di rifiuti  inceneriti, anche se la concentrazione nei fumi  di  questi inquinanti  continuerà a rispettare i limiti previsti per legge.
 Pertanto, inevitabilmente aumenterà, sempre nella  stessa proporzione,  la dose giornaliera di questi composti tossici assunta attraverso il  consumo di acqua e di alimenti prodotti nella zona d'impatto  dell'inceneritore. Quindi il vero slogan, applicabile alla sindrome della crescita degli inceneritori italiani  è: " Grande inceneritore?  Grande inquinamento!".

 

 

 

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DIOSSINE, AMBIENTE E SALUTE

Federico Valerio

Le diossine sono cancerogene

Nel 1976, un incidente nell’ industria chimica "ICMESA" di Seveso, rese famigliare il nome di una classe di composti chimici, fino allora sconosciuta ai non addetti ai lavori: le diossine.

Il volto deturpato dall’ acne di una bambina di Seveso fece il giro del mondo e mise tutti davanti agli effetti devastanti prodotti dall’ esposizione acuta a questi composti.

Invece, ci sono voluti venti anni per porre fine all’ accesa polemica, scoppiata subito dopo Seveso, sui danni prodotti dalle diossine, a seguito di un’ esposizione cronica, a basse dosi, quale quella prodotta dagli inceneritori di rifiuti urbani.

Nel 1997, l’ Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro pubblicava i risultati sulla valutazione della tossicità della Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (TCDD), ovvero la più pericolosa tra le circa trenta molecole appartenenti alla classe chimica denominata diossine.

Il verdetto formulato dagli esperti indipendenti dell’ Agenzia non lasciava dubbi: la TCDD è cancerogena per l’ uomo, e l’ esposizione a questo composto aumenta il rischio di particolari tumori quali i sarcomi dei tessuti molli e le leucemie.

Dosi tollerabili giornaliere

Anche a seguito di questo autorevole giudizio, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 1998, riuniva i suoi consulenti per riesaminare il valore della Dose Giornaliera Tollerabile di diossina che la stessa Organizzazione, nel 1991, aveva fissato a 10 pico grammi (pg).

I nuovi dati sulla cancerogenicità delle diossine suggerirono l’ opportunità di un ulteriore abbassamento di questo limite: tra uno e quattro pico grammi per chilogrammo di peso (pg/kg).

Questa norma significa che, giornalmente, una persona di 70 chili, può assorbire al massimo 210 picogrammi di diossine (70 kg x 4 pg/kg), mentre per un bambino di 5 chili la dose giornaliera di diossine non dovrebbe superare 20 picogrammi.

E’ utile precisare che la Dose Giornaliera Tollerabile proposta dall’ OMS, non corrisponde ad una dose sicura (rischio zero) ma è il giusto compromesso tra un rischio aggiuntivo, estremamente basso e la concentrazione "naturale" nel cibo, nell’ acqua, e nell’ aria di questi composti che si formano anche a seguito di eventi naturali quali, ad esempio gli incendi di boschi.

L’ inconsueta unità di misura , il picogrammo, richiede una spiegazione, con riferimento ad una unità di peso più famigliare, il milligrammo: un picogrammo equivale ad un miliardesimo di milligrammo.

Quantità così piccole sono giustificate dalla elevata tossicità di questi composti e dal loro comportamento, una volta immessi nell’ ambiente.

Le diossine e la catena alimentare

Le diossine sono molto stabili e si sciolgono bene nei grassi. A causa di queste caratteristiche le diossine hanno la pericolosa e subdola caratteristica di concentrarsi, anche di migliaia di volte, lungo la catena alimentare, in particolare nei cibi ad alta concentrazione di grassi ( burro, oli alimentari, latte, formaggi, carne,...)

Ad esempio, la "storia" di un po' di diossine immesse nell’ aria da un inceneritore potrebbe essere questa: le diossine, dopo essere uscite dal camino si disperdono nell’ aria e la loro concentrazione diminuisce man mano che il vento le allontana dalla sorgente. E’ comunque inevitabile che queste molecole , prima o dopo, cadano al suolo e quindi è altrettanto inevitabile che, con il tempo, la concentrazione di diossine nel terreno, sottovento all’ impianto, aumenti progressivamente, a causa della continua deposizione al suolo, giorno dopo giorno.

Diossine nel terreno e nei sedimenti

E’ stato possibile studiare l’ accumulo progressivo di diossine nel terreno analizzando un archivio di campioni di suolo raccolti, a partire dal 1856, nel Sud dell’ Inghilterra e provenienti da un campo mai adibito ad uso agricolo. Nel 1856 , in un chilo di terreno raccolto in questo campo si potevano trovare 31 nanogrammi di diossine (un nanogrammo equivale ad un milionesimo di milligrammo, mille volte più grande di un pico grammo). Nei campioni raccolti negli anni successivi le diossine aumentavano progressivamente (1.2 % all’ anno), fino a raggiungere la concentrazione massima nell’ 1986 (92 ng/kg). Pertanto, in 130 anni, la contaminazione da diossine di questo campo è aumentata del 300%, un risultato che conferma come un terreno contaminato da diossine resta tale molto a lungo, in quanto sono trascurabili fenomeni di decontaminazione naturale.

Un risultato analogo si è ottenuto analizzando i sedimenti di un lago scozzese, ( Loch Corie nan Arr) posto in zona remota. La concentrazione di diossine nei sedimenti formatisi intorno ai primi anni del 1800 era di circa 1 ng/kg. Questo valore aumentava progressivamente nel tempo, per raggiungere il valore massimo (4.3 ng/kg) tra il 1930 e il 1949. Successivamente si registrava un leggero calo e la concentrazione nei sedimenti più recenti (1970-1993) era di 3.4 ng/kg.

Questi dati, relativi alla contaminazione di terreno e di sedimenti sono stati interpretati come l’ effetto del trasporto, a lunga distanza, di diossine prodotte da attività industriali o di incenerimento.

Ovviamente, nelle zone industriali la situazione è peggiore. Ad esempio, in Germania, nel terreno raccolto nel raggio di 500 metri da un’ azienda per il recupero di metalli, la concentrazione di diossine diminuiva esponenzialmente con la distanza da questa fonte, con un valore minimo pari a 12 ng/kg e un valore massimo di 14.000 ng/kg (sic).

Diossine nell’ erba

Anche l’ erba può essere contaminata dalla diossina. Campioni d’ erba raccolti sistematicamente in Inghilterra, nello stesso campo in cui si sono analizzate le diossine nel terreno, hanno permesso di verificare che per un intero secolo, dal 1860 al 1960, la concentrazione di diossine è rimasta stabile e pari a circa 12 ng/kg. Successivamente, nei campioni d’ erba raccolti nello stesso campo, tra il 1961 ed il 1965 e in quelli tra il 1976 e il 1980, si registravano due netti aumenti della concentrazione di diossine, pari a 96 e 85 ng/kg . Questo aumento della concentrazione di diossine pari a circa sette volte rispetto al valore iniziale, era attribuito, rispettivamente, al maggior uso di pesticidi clorurati e all’ aumento della quantità di rifiuti inceneriti, fatti avvenuti in quello stesso periodo.

Anche in questo caso sottolineamo il fatto che la contaminazione misurata non è attribuibile a fatti locali, ma al trasporto degli inquinanti su lunga distanza.

Diossine nel latte

Se l’ erba contaminata è mangiata da erbivori, le diossine si trasferiscono dall’ erba ai tessuti grassi di questi animali. In questo caso lo strato adiposo funziona come "serbatoio" di diossine, da cui tali sostanze sono "prelevate" durante l’allattamento, per passare nel latte. Ovviamente questo fenomeno riguarda tutti i mammiferi.

La Tabella I sintetizza i risultati di studi condotti, all’ inizio degli anni novanta, sia sul latte di mucche tedesche che di mamme svedesi. La scelta della nazionalità di questi soggetti messi a confronto dipende solo dal fatto che in questi due paesi esistono numerosi studi sistematici di questo tipo, mentre poco o nulla ancora si sa sul latte italiano , sia quello delle nostre mucche, sia quello delle nostre mamme.

 

TABELLA I. DIOSSINE NEL LATTE

( picogrammi per grammo di grasso)

  anno picogrammi/gr
mucche tedesche 1993

0.7

mamme svedesi 1992

18

Come si può vedere dalla tabella, la quantità di diossine che si trova nel latte delle mamme svedesi è circa 25 volte più elevato di quello che si trova nel latte delle mucche tedesche.

Questa differenza è generalizzata: la quantità di diossine nel latte materno è sempre maggiore di quello del latte di mucca. Il motivo è che, nella catena alimentare, le mamme (e i papà) si trovano sempre ad un livello superiore alle mucche, quindi gli umani concentrano le diossine nei propri grassi a livelli maggiori di quelli che si trovano nel cibo con cui si alimentano, in particolare latticini, carne, pesce.

Peraltro, le mamme svedesi hanno valori di diossine relativamente bassi, leggermente maggiore di quelli delle mamme spagnole ed ucraine (6-11 pg/gr). Situazioni peggiori si sono trovate nelle mamme tedesche abitanti in zone industriali (41 pg/gr) e, ancor peggio, nelle mamme di New York (189 pg/gr).

Ma anche nel popolo delle mucche si registrano importanti differenze. Ad esempio, nel latte di mucche belghe allevate in pascoli lontani da fonti inquinanti si trovarono, nel 1997, concentrazioni di diossine pari a 0.6 pg/g , mentre negli allevamenti vicini a zone industriali e ad inceneritori le concentrazioni di diossine erano nettamente maggiori (1.2 - 4.5 pg/gr).

Bambini e diossine

Tuttavia, le mamme non sono l’ ultimo anello della catena alimentare a base di diossine, questo primato spetta ai loro figli. Per questo motivo si ritiene che la quantità maggiore di diossine che si assimila nel corso della vita sia proprio quella ricevuta attraverso l’ allattamento al seno materno.

Se si confrontano i dati della Tabella I con i valori massimi tollerabili fissati dall’ OMS (4 pg/kg di peso) emerge una situazione inquietante.

Un neonato di 5 chili, giornalmente dovrebbe essere esposto a non più di 20 picogrammi di diossine, ovvero la quantità contenuta in 37 millilitri di latte di mamma svedese. Naturalmente un bambino di quel peso "ciuccia" , ogni giorno , molto più latte ( 200-300 millilitri) , quindi ingerisce, in proporzione, una quantità di diossine superiore al valore massimo tollerabile.

Ovviamente l’ esposizione neonatale a diossine è da evitare. Comunque, è opinione dei ricercatori che l’ allattamento al seno, in situazioni "normali", quali quelle riscontrate in Svezia, sia sempre da preferire, per i suoi indubbi vantaggi sull’ equilibrato e sano sviluppo del neonato.

E’ evidente , comunque, che bisognerebbe fare tutto il possibile per diminuire al massimo la quantità di diossine presenti nel latte materno.

Da dove vengono le diossine

In base al più recente (1995) inventario delle emissioni di diossine, le maggiori fonti industriali di diossine in Europa , in grado di coprire il 62% delle diossine immesse in atmosfera, sono:

Il restante 38% è attribuito a:

La quantità di diossine emesse annualmente in Europa da queste fonti è riportata nella Tabella II. Le quantità sono espresse in grammi di diossine di tossicità equivalente.

Questo sistema di misura, tiene conto della intrinseca tossicità di ciascuna diossina, quindi permette di confrontare, in termini di tossicità equivalente, miscele di diossine di diversa composizione.

TABELLA II Quantità di diossine prodotte annualmente in Europa da diverse fonti.

(1995)

Fonte g TEQ/anno
Inceneritori rifiuti urbani

1641

Fonderie

1125

Riscaldamento domestico a legna

945

Inceneritori rifiuti ospedalieri

816

Conservazione legno

381

Incendi

380

Produzione metalli non ferrosi

136

Trasporto veicolare non catalizzato

111

   

totale

5.535

Come cambia nel tempo l’ esposizione a diossine

Da quanto fin qui esposto, risulta ovvia la necessità di tenere sotto stretto controllo la presenza di diossine nell’ ambiente in generale e negli alimenti in particolare.

Solo a partire dagli anni settanta si sono rese disponibili tecniche analitiche in grado di misurare le diossine alle concentrazioni richieste dalla loro elevata tossicità e la complessità di queste tecniche ha fatto si che solo in pochi paesi siano disponibili dati accurati e sufficientemente sistematici.

Ad esempio, i dati sulla concentrazione di diossine nel latte, presentati nella Tabella I fanno parte di misure ripetute regolarmente nel tempo. Questi risultati, riportati nelle Figure 1 e 2 permettono di fare utili osservazioni.

 

FIGURA 1

La Figura 1 mostra come, in Svezia, le diossine nel latte materno si siano drasticamente ridotte tra il 1970 e il 1980.

Questo calo è sicuramente da attribuire a tutte le misure adottate per ridurre l’ emissione di diossine, anche a seguito del drammatico incidente di Seveso, in particolare il blocco della costruzione di inceneritori.

Rispetto al 1972 la quantità di diossine nel latte materno si è più che dimezzata, ma è rimasta sostanzialmente costante tra il 1984 ed il 1992.

FIGURA2

La Figura 2 riporta i risultati dei controlli annuali effettuati tra il 1993 e il 1998 sul latte di un allevamento di mucche tedesche che segnalano un evento inaspettato, degno di essere commentato. Nell’allevamento tenuto sotto controllo, la concentrazione di diossine nel latte, dal 1993 al 1997, rimase sostanzialmente costante ma , improvvisamente, nel corso del 1998, si registrò un brusco aumento, con un raddoppio delle concentrazioni.

La concentrazione di diossine raggiunta (1.4 pg/grammi di grasso) risultava superiore al valore guida per il controllo del latte, fissato in Germania nel 1993 e pari a 0.9 pg/gr. Per questo motivo si attivava uno studio per verificare le cause di questo fenomeno che rischiava di mettere fuori commercio il latte prodotto che, in base alla normativa tedesca non può essere utilizzato per l’ alimentazione umana se le diossine superano la concentrazione di 3 pg/gr.

L’ indagine evidenziò subito il motivo della contaminazione: l’ uso, a partire dalla fine del 1997, di bucce di limone come mangime per gli animali, provenienti dal Brasile !

Ovviamente, l’ uso di bucce di agrumi per l’ alimentazione delle mucche risultava più che lecito , (specialmente in periodi di "mucche pazze") ed era anche encomiabile l’ iniziativa di riciclare un sottoprodotto della lavorazione degli agrumi.

Purtroppo si era trascurato il piccolo particolare che gli oli della buccia del limone sono un efficiente sistema di assorbimento e concentrazione di diossine presenti, presumibilmente, o negli antiparassitari usati per il trattamento dei limoni o nelle emissioni di impianti industriali sopravvento alle coltivazioni di questi agrumi.

Insomma, gli allevatori tedeschi si sono trovati di fronte ad un inaspettato, sgradito regalo della globalizzazione del mercato e dell’ inquinamento ambientale che avrebbe inevitabilmente aumentato la dose giornaliera di consumatori e consumatrici se non fosse esistito un regolare e qualificato controllo dei prodotti.

Riteniamo che di questa esperienza si faccia tesoro per valutare l’opportunità di realizzare inceneritori o industrie inquinanti in presenza non solo di agrumeti ma anche di ulivi e di basilico, ovvero vegetali ricchi di sostanze oleose.

La situazione diossine in Europa

La tutela della salute della popolazione ha motivato, nel 1993, la scelta dell’ Unione Europea di inserire nel quinto Piano d’ Azione l’ obiettivo, entro il 2005, di ridurre del 90 % le emissioni di diossine, rispetto ai valori del 1985.

La Tabella III riporta la stima della quantità di diossine emessa pro capite in alcuni paesi europei, in base alle valutazioni effettuate per il 1985 e il 1995

TABELLA III

RIFIUTI INCENERITI (tonnellate/abitante)

ED EMISSIONE PRO CAPITE DI DIOSSINE

IN EUROPA

(microgrammi pro capite)

 

Ton incenerite/ab

1985

1995

obiett. 2005

         

Comunità Europea

0.11

29

13.2

2.9

         
Austria

0.04

35.1

15.1

3.5

Belgio

0.22

52.4

45.2

5.6

Danimarca

0.44

26.9

8.3

2.7

Francia

0.19

35.8

18.2

3.6

Germania

0.14

24.4

7.0

2.4

Inghilterra

0.06

32.8

14.8

3.3

Irlanda

0

17.5

8.5

1.8

Italia

0.03

26.9

16.8

2.7

Lussemburgo

0.40

188

75.2

18.8

Olanda

0.20

31.3

6.5

3.1

Portogallo

0

21.2

12.2

2.1

Spagna

0.02

18.2

7.4

1.8

Svezia

0.21

48.1

8.4

4.8

Fonte: OEKO- Institut

In Europa la quantità di rifiuti avviata all’ incenerimento è mediamente di 110 chili all’ anno.

Danimarca e Lussemburgo hanno indici di incenerimento nettamente superiori alla media europea (oltre a 400 chili per abitante).

Portogallo ed Irlanda non hanno inceneritori e l’ Italia si trova in coda a questa classifica (30 chili per abitante) con valori confrontabili a Spagna ed Austria.

Per quanto riguarda gli indici nazionali di emissione di diossine occorre premettere che l’ inventario delle emissioni di diossine è molto lacunoso con poche stime supportate da misure e statistiche accurate. Nonostante ciò, il quadro che emerge , in base ai dati al momento più aggiornati, è la sostanziale riduzione delle emissioni di diossine in tutti i paesi della comunità, nel decennio tra il 1985 e il 1995.

La situazione peggiore si registra nel Lussemburgo dove la quasi totalità dei rifiuti è incenerito e la posizione del Belgio , al secondo posto tra i paesi "produttori" di diossine, potrebbe non essere estranea alla crisi, scoppiata nel 1999, con i suoi polli "alla diossina".

L’ Italia , che nel 1985 si trovava in una situazione leggermente migliore rispetto alla media europea, si è vista sorpassare, dopo dieci anni, da Germania ed Olanda, paesi che da tempo hanno puntato sulla raccolta differenziata e il riciclaggio dei propri rifiuti.

Peraltro, la Tabella III mostra come siano ancora importanti gli sforzi che i diversi paesi della Comunità devono fare se vogliono veramente raggiungere gli obiettivi del quinto Piano d’ Azione.

In particolare, l’ Italia dovrebbe ridurre di sei volte le emissioni di diossine, rispetto al 1995 e la scelta di privilegiare l’ incenerimento al riciclaggio non va nella giusta direzione.

Se in Italia si passerà, dall’ attuale 16 %, ad incenerire il 65 % dei rifiuti prodotti , è inevitabile che la quantità di diossine immesso nel nostro ambiente da questa specifica fonte aumenti, nonostante il minor impatto ambientale dei nuovi inceneritori.

Inoltre, le esperienze in atto dimostrano che la politica degli inceneritori incrementa la produzione di rifiuti e ne disincentiva il riciclaggio. Il motivo è banale: i grandi investimenti necessari per la costruzione e la gestione degli inceneritori richiedono, per realizzare profitti, la costruzione di grandi impianti (più di 800 tonnellate al giorno) e l’ afflusso costante di materiale ad alto potere calorifico.

Quante diossine produce un moderno inceneritore

La Comunità Europea, al fine di contenere l’ emissione di diossina negli Stati Membri, ha fissato per le diossine un limite all’ emissioni degli inceneritori di 0.1 nanogrammo per metro cubo ( un nanogrammo è pari ad un milionesimo di milligrammo).

Questa concentrazione è nettamente inferiore a quelle riscontrabili nelle emissioni di "vecchi" inceneritori (da 10 a 100 volte), ma questi nuovi valori non sono sinonimi di sicurezza, rispecchiano solo le prestazioni possibili con questi nuovi impianti.

Come si è già visto, il pericolo delle diossine non deriva da quanto se ne respira, ma letteralmente da quanto se ne mangia.

Pertanto, una corretta valutazione dell’impatto ambientale e sanitario deve calcolare la quantità complessiva di diossine emessa nel tempo e valutarne l’ accumulo nei diversi ecosistemi ed in particolare negli alimenti. Occorre, quindi, calcolarne le concentrazioni all’equilibrio, ossia nelle condizioni in cui la quantità di diossina immessa nell’ambiente in un determinato tempo, corrisponde a quella che, nello stesso tempo, " scompare " per degradazione.

Si è già detto che le diossine sono molto stabili, in particolare nei tessuti umani le diossine hanno un’ emivita di ben sette anni. Questo significa che anche interrompendo del tutto l’assunzione di cibi contaminati , occorrono sette anni perché la concentrazione di diossine acculata nei grassi si riduca della metà.

Fatte queste considerazioni generali, calcoleremo insieme la quantità di diossine emessa giornalmente da un moderno inceneritore e cercheremo di capire se tale quantità è trascurabile o meno.

Come abbiamo detto, in ogni metro cubo di fumi emessi da un moderno inceneritore ci devono essere, al massimo 0.1 nanogrammi di diossine. Ma quanti metri di cubi di fumi emette un inceneritore? La risposta può venire dalle specifiche del progetto dell’ inceneritore di Genova che dovrebbe trattare 800 tonnellate di rifiuti al giorno che, come si è già visto, corrisponde alla capacità minima di trattamento per rendere economica l’ intera operazione. Ebbene, un inceneritore che tratta 800 tonnellate al giorno di rifiuti emette, ogni ora, dal proprio camino, 210.000 metri cubi di fumi.

Questo grande volume di fumi è inevitabile, in quanto corrisponde alla quantità d’aria che occorre immettere nelle caldaie per avere l’ossigeno sufficiente per bruciare completamente i rifiuti.

Di conseguenza, la quantità di diossine emessa, in 24 ore, da un moderno inceneritore si può così calcolare:

0.1 nanogrammi x 210.000 metri cubi x 24 ore = 504.000 nanogrammi / giorno

Sappiamo già che è meglio pesare le diossine in picogrammi, per cui, essendo un nanogrammo pari a 1000 picogrammi

504.000 nanogrammi = 504.000.000 picogrammi.

Pertanto, un moderno inceneritore da 800 tonnellate al giorno emette in atmosfera, nel pieno rispetto delle norme, 504 milioni di picogrammi di diossine, ogni 24 ore.

La Tabella che segue ci può aiutare a dare un significato a questa quantità.

Infatti, nella Tabella IV sono riportati quanti picogrammi di diossine sono stati mediamente trovati in Belgio nel pollame contaminato, la quantità massima di picogrammi a cui giornalmente un adulto di 70 chili può essere esposto in base ai parametri proposti dall’ OMS, la quantità massima di diossine ammessa in un litro di latte in base alla normativa francese ed , infine, quanti picogrammi di diossine sono immessi nell’ ambiente dai gas di scarico di un’ auto catalizzata, per ogni litro di benzina consumato.

 

TABELLA IV

PICOGRAMMI DI DIOSSINE IN DIVERSE SITUAZIONI

  picogrammi
In un pollo "belga"

70.000

Dose massima giornaliera di un adulto

280

Dose massima in un litro di latte

175

Emissione auto catalizzata ( 1 l. benzina)

7.2

In base a questi dati, si può facilmente calcolare che la quantità di diossine prodotta giornalmente da un moderno inceneritore che rispetta i più restrittivi limiti alle emissioni, fissati dalla Comunità Europea (504 milioni di picogrammi ) equivalgono a :

 

.

Quindi, le quantità di diossine emesse da un grande e moderno impianto di incenerimento possono avere effetti indesiderati se incautamente immessi nella catena alimentare.

Al contrario, le equivalenze riportate suggeriscono che la quantità di diossine emesse da un moderno parco autoveicolare (anche di dimensioni nazionali) sia trascurabile, rispetto a quella prodotta da un parco inceneritori fatto di centinaia di impianti.

Ovviamente, non tutte le diossine prodotte da un impianto di incenerimento finiscono nel latte o nei polli ma un impianto di incenerimento funziona in modo pressoché continuo per almeno venti anni, e le prospettive in Italia sono che la quantità di rifiuti inceneriti aumenti di quattro volte, rispetto alla situazione attuale (da due a otto milioni di tonnellate all’ anno) e nei cassetti degli Enti locali si trovano già i progetti per la costruzione di 173 nuovi inceneritori, anche grazie ai generosi incentivi statali per la produzione di elettricità dei rifiuti (una forma occulta di Tassa sui Rifiuti a carico della collettività ) e alle procedure semplificate per le autorizzazioni alla costruzione di questi impianti.

 

Gli inceneritori francesi hanno contaminato il latte

Peraltro, la possibilità che le diossine prodotte da un inceneritore possano contaminare in modo grave il latte, non è solo un evento virtuale. E’ già successo, in tempi recenti, che le ricadute di inceneritori per rifiuti urbani, accumulandosi lungo la catena alimentare abbiamo contaminato il latte prodotto nelle vicinanze.

Il fatto è accaduto in Francia, nel 1998 . Uno studio su campioni di latte raccolti in 26 diversi allevamenti evidenziava una chiara anomalia nei campioni provenienti da allevamenti, le cui mucche si alimentavano su prati posti sottovento ad un inceneritore, a circa un chilometro di distanza.

In questo latte, le concentrazioni di diossine erano maggiori di 5 picogrammi per grammo di grasso, nettamente superiori al valore massimo ammesso in Francia (1 pg/gr). A seguito di quest’ indagine l’ inceneritore incriminato (localizzato a Maubeuge, nel nord della Francia) fu, senza grande clamore, chiuso ed il latte dell’ azienda a rischio distrutto.

Il principio di precauzionalità applicato anche all’ incenerimento dei rifiuti

La direttiva CEE sugli inceneritori stima che, applicando i nuovi limiti alle emissioni, il contributo alla produzione di diossine dagli inceneritori si ridurrà’, in Europa dal 40 % allo 0.3%, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi del 5° Programma quadro. Tuttavia , come si è visto la produzione residua di diossine, quanto meno nei dintorni di ogni impianto, non potrà considerarsi trascurabile ed i fenomeni di accumulo a livello locale o per trasporto transfrontaliero, grazie al mercato globale, come evidenziato dall’ episodio tedesco delle bucce di limone contaminate, suggeriscono di non abbassare la guardia.

A tal riguardo, è utile ricordare le raccomandazioni del Comitato per la Tossicità delle Sostanze Chimiche negli Alimenti (UK) che, nel 1995, a conclusione di una valutazione dei rischi sanitari connessi con l’ esposizione a diossine afferma:

"l’ azione più utile che può essere presa per ridurre l’ esposizione a queste sostanze indesiderabili è, per quanto possibile, identificare le maggiori fonti di diossine e prendere le appropriate misure per ridurre le emissioni a lungo termine nell’ ambiente, con lo scopo di ridurre i livelli negli alimenti e nei tessuti umani."

Questo giudizio rientra nella nuova politica di attivare misure precauzionali a tutela della salute pubblica, ovvero quella di prevenire il danno, invece di mitigarlo.

Poiché non è assolutamente obbligatorio incenerire i rifiuti urbani e questa pratica non è neanche giustificata dal punto di vista energetico ed economico, l’ applicazione del principio della precauzionalità alla gestione dei rifiuti obbligherebbe a rinunciare all’incenerimento e a puntare, in modo prioritario, sulla riduzione, il riuso e il riciclaggio dei materiali post consumo, in quanto queste pratiche inducono un impatto ambientale nettamente inferiore a quello degli inceneritori.

 

 

 

 

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La Bio ossidazione dei Materiali Post Consumo:

un¹ alternativa all¹ incenerimento.

 

Nel nostro bidone dei rifiuti, l¹unico scarto che può creare  problemi  per la salute e l¹igiene pubblica è quello  definito come frazione putrescibile.  Lasciata a se, questa frazione può sviluppare cattivi odori, attrarre mosche ed animali (ratti,  gabbiani, cani randagi..) e  quindi  diventare una potenziale fonte di rischio.E¹ fuor di dubbio che occorre eliminare questi rischi, ma è altrettanto importante rendersi conto che i materiali putrescibili sono, prevalentemente,  scarti dei nostri cibi  e che,  nei nostri cassonetti,  essi rappresentano  solo circa il 20 %  di tutto quello che, giornalmente,  tentiamo di liberarci. Inoltre, più della metà del loro peso è fatto d¹innocua acqua.L¹unico vero problema  del resto dei nostri scarti dentro i cassonetti, pari all¹ ottanta per cento in peso, è il loro ingombro.Da qualche tempo,  dopo il loro uso, non sappiamo cosa fare di  questi scarti ingombranti: giornali, cartoni, vestiti, imballaggi in vetro, metallo, plastica.La soluzione più semplice è diventata quella di disfarcene, facendoli diventare rifiuti da smaltire.Eppure, nessuno di  questi materiali è pericoloso, come pure  pile, lampade al neon, computer obsoleti ed elettrodomestici giunti alla fine della loro onorevole carriera.  Sono tutti oggetti e materiali innocui durante il loro uso che continuano ad essere innocui, una volta diventati materiali di scarto. Tuttavia, sia questi materiali che gli scarti di cibo (quest¹ ultimi innocui per definizione), possono diventare pericolosi se sono  smaltiti nel modo sbagliato.E l¹ incenerimento è uno di questi modi sbagliati.

Da tempi remoti il fuoco è stato considerato, giustamente, un elemento purificatore  e la  scelta, durante le tante epidemie che hanno tormentato l¹umanità, di bruciare abiti infetti o i cadaveri di appestati ha certamente limitato  e circoscritto i danni di questi eventi tragici.Ma se oggi, dopo la scoperta degli antibiotici, nessuno pensa più di cauterizzare con ferri roventi una ferita infetta, forse occorre chiedersi se non esistano altre possibilità d¹inertizzare i nostri scarti putrescibili, senza le controindicazioni del fuoco (i fumi tossici che inevitabilmente si producono con la combustione).Ovviamente, questa soluzione esiste ed è stata inventata fin  dagli albori della vita su questo Pianeta: la bio-ossidazione.Dal punto di vista chimico si tratta di far reagire il carbonio e l¹idrogeno presenti negli organismi viventi (piante ed animali) con l¹ossigeno dell¹aria. Questa reazione produce anidride carbonica ed acqua e libera energia termica (calore)  che gli esseri viventi utilizzano per le loro funzioni. Si tratta dello  stesso tipo di reazione (ossidazione)  che avviene  con il fuoco, ma  con l¹ importante differenza che   gli esseri viventi hanno imparato ad ossidare a bassa temperatura. E mentre noi umani, nelle nostre cellule, ossidiamo i cibi di cui ci nutriamo  a soli 37 gradi centigradi,  per realizzare la stessa ossidazione con il  fuoco, in un inceneritore, la temperatura da raggiungere deve essere di diverse centinaia di gradi (700 ­ 800 °C).A queste alte temperature è inevitabile che avvengano reazioni incontrollate tra i diversi componenti della miscela  sottoposta ad incenerimento,  con la formazione di composti indesiderati, in quanto tossici: ossidi di carbonio ed azoto, anidride solforosa, acido cloridrico e fluoridrico, polveri, idrocarburi policiclici aromatici, diossineŠQuesti composti non si formano, in nessun caso, nella bio ossidazione in quanto, a causa delle basse temperature a cui questa reazione avviene, non sussistono le necessarie condizioni chimico fisiche  per la loro sintesi. 

Esempi di bio-ossidazione: il compostaggio 

E¹ esperienza comune verificare come, nei boschi,  gli spessi strati di fogliame che si formano in autunno, nella primavera successiva sembrano scomparsi. Al loro posto si trova un terriccio scuro, dal tipico profumo di sottobosco (di funghi!), ricco di una complessa miscela di composti organici, a cui si da il nome di ³humus².La trasformazione da  foglia ³putrescibile² ad humus  avviene proprio  grazie alla bio-ossidazione effettuata da miriadi di micro-organismi (funghi e batteri) che si sono nutriti delle sostanze organiche presenti nelle foglie morte. Con il compostaggio  l¹uomo, fin da epoche remote,  ha imparato ad utilizzare gli stessi micro-organismi  per  bio-ossidare  i suoi scarti  ³putrescibili²: stallatico, scarti di cibo e dell¹orto, potature di alberi, sfalci d¹erba. E fin da epoche remote, lo stesso uomo ha imparato che il compost, così prodotto, è un ottimo ammendante del terreno, nella produzione agricola.I trucchi per produrre compost senza complicazioni sono semplici: un¹equilibrata miscela degli scarti, una giusta umidità, tanta aria per  i batteri.Utilizzando esattamente gli stessi trucchi, la bio-ossidazione degli scarti putrescibili si può realizzare in una piccola compostiera da poggiolo  (quantità trattata annualmente: 60  chili) o in un grande impianto di compostaggio industriale (70.000.000 di chili all¹ anno). Nel primo caso, con ventilazione naturale ed occasionali rimescolamenti, ci vogliono circa due mesi di trattamento. Nel secondo caso,  all¹ interno di celle di compostaggio chiuse e termicamente isolate, con aria forzata ed in condizioni di umidità e  temperatura  controllate, il processo di compostaggio  e di bio-ossidazione richiede circa venti giorni.Inoltre, il calore sviluppato dai batteri durante la bio-ossidazione degli scarti,  riscalda la massa in fase di compostaggio a temperature fine a 60-70 gradi.  Si tratta di un vero e proprio recupero energetico della frazione putrescibile, con uno sviluppo di calore simile a quello ottenibile  dalla combustione della stessa quantità di materiale putrescibile (bio-ossidabile), ma con un inquinamento atmosferico nettamente inferiore.A queste temperature non sopravvivono  eventuali batteri patogeni, larve di mosche,  semi di piante infestanti e quindi si realizza una vera e propria sanificazione del compost prodotto che rende sicuro il  suo successivo uso agricolo. 

La Bio-ossidazione dei materiali post consumo indifferenziati. 

Circa 15 anni or sono,  ci si rese conto che la bio-ossidazione poteva essere una valida alternativa per rendere inerti e stabili i materiali post consumo  che non si era riuscito a raccogliere in modo differenziato.In questo caso,  l¹obiettivo non poteva essere quello di produrre compost per uso agricolo a causa dell¹inevitabile  contaminazione di vetro, plastica, metalli ma quello di  eliminare la frazione putrescibile e fruttare al massimo il calore prodotto con la bio ossidazione di questa frazione per ridurre drasticamente l¹ umidità dei MPC.Si sono pertanto brevettati diversi metodi di bio-essiccazione (bio-ossidazione)  che sfruttano principi simili: reattori a celle chiuse (volumi da 60 a 300 m3) in cui è immessa aria in pressione, impianti modulari con  celle  in parallelo, in numero  idonee per trattare  le quantità  necessarie  di materiali post consumo (da 5 a 22), fase finale di trattamento ad alta temperatura (80 °C) per ottenere la massima essiccazione, riciclaggio degli eluati e dell¹aria, massima automatizzazione. Il materiale biostabilizzato, nella maggior parte dei casi, è ulteriormente trattato per produrre il cosidetto Combustibile da Rifiuto (CDR). Di solito, a questo scopo,  con sistemi magnetici si recuperano i metalli (acciaio, alluminio)  e con sistemi meccanici si separano gli scarti inerti  pesanti (pietre, vetro, ceramica). Dopo questi trattamenti si ha una perdita di massa complessiva che si aggira sul 40-50 %, rispetto alla massa originaria. A questa perdita contribuisce la riduzione dell¹ umidità, che passa dal  35-40 % a valori inferiori al 15 %,  la bio-ossidazione della frazione putrescibile (5-10%) con liberazione di anidride carbonica ed acqua, l¹eliminazione dei componenti inerti.Il bio essiccato ha un ottimo potere calorifico (16.000-18.000 kJ/kg)  confrontabile con quello di un buon combustibile fossile. Per questo motivo,  in particolare in Italia, la bio-essiccazione è adottata per la produzione di combustibile derivante da rifiuto(CDR).  Tuttavia esistono difficoltà ad immettere sul mercato questo tipo di combustibile, più per motivi tecnici e normativi che di compatibilità ambientale.Ad esempio, le prime prove di utilizzo di pellet di bioessiccato in sostituzione del carbone nella centrale termoelettrica di  Fusina (VE), effettuate nel 2003, hanno avuto problemi tecnici a causa della  plastica presente nel bioessiccatoPeraltro,  il bio-essiccato, rispetto al carbon fossile, ha un minore contenuto di zolfo   e anche la concentrazione di metalli tossici nel bioessiccato è, in generale, inferiore a quello presente nel carbon fossile, ad eccezione del piombo.Queste caratteristiche suggeriscono vantaggi ambientali nel caso in cui il bio essiccato possa essere utilizzato in parziale sostituzione del carbone in impianti termici già esistenti.  Tuttavia, esistono già esperienze di chiusura del ciclo dei MPC, immediatamente a valle della bio-ossidazione, con compressione  e  stoccaggio dei MPC  resi stabili ed inerti con la bio-ossidazione.I paragrafi successivi forniscono dati ed informazione su questa possibilità che, nei fatti, rende inutile l¹incenerimento. La Bio ossidazione e il rispetto degli accordi di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Un recente studio (Luglio 2001), commissionato dalla UE alla AEA Technology-Environment, ed intitolato: ³Waste Management Option and  Climate Change² ha messo a confronto diverse opzione nel trattamento dei MPC  per valutare quello che comporta minori emissioni di ³gas serra², in particolare:

·                               Discarica MPC non trattati

·                               Incenerimento di massa con recupero di elettricità e/o calore

·                               Trattamento meccanico biologico ( bio-ossidazione)

·                               Compostaggio

·                               Digestione anaerobica

·                               Riciclaggio

 

Lo studio ha dimostrato che la raccolta differenziata dei MPC, seguita dal riciclaggio di carta, metalli e plastica e compostaggio o digestione anaerobica  della frazione putrescibile, produce  il più basso flusso di gas serra, rispetto alle altre opzioni per il trattamento dei MPC tal quale.Sulla frazione residuale non sottoposta a raccolta differenziata, il sistema di trattamento che precede la messa a discarica   e che produce il minimo flusso di gas serra  (-340 kg CO2 eq/ton MPC)  è  proprio il trattamento meccanico biologico (TMB) con recupero dei metalli e messa a discarica  degli inerti e del compost stabilizzato.L¹ efficienza della filiera ³TMB ­ discarica del bio essiccato², al fine del contenimento delle emissioni di gas serra, migliora se nella discarica si adottano le migliori tecniche per il controllo della produzione di biogas.Nel caso specifico, il bio-essiccato può essere compattato con le normali presse  usate per i MPC,  con il raggiungimento di densità molto alte (1.5 ton/mc).  In questo modo si ottengono conduttività  idrauliche  molto basse (da 1 x 10-10  a 5 x 10 ­9 m/s).   Per la conseguente bassa infiltrazione di acqua nel bio-essiccato compattato, si minimizza la produzione di lisciviato  e la quantità totale di azoto e carbonio presente in questo lisciviato, in base a dati sperimentali, si riduce rispettivamente del 95% e del 80¸90%, rispetto alle quantità di questi due elementi che si trova nel lisciviato di discariche tradizionali.Inoltre, l¹emissione di bio-gas da una discarica di bio-essiccato si riduce del 90 %, rispetto ai rifiuti non trattati. Se il bio essiccato compattato è ricoperto con un primo strato di drenaggio permeabile (gli inerti recuperati con la bioessiccazione ?) e con uno strato di bio-essiccato e/o compost grigio non compattato, di circa 0.8 metri di spessore, l¹eventuale metano che si libera dagli strati compatti potrà essere ossidato biologicamente durante l¹ attraversamento dello strato superficiale che agisce da bio filtro. Misure sperimentali hanno verificato che nel materiale compattato si sviluppano condizioni di anaerobiosi (attività microbica in assenza di ossigeno che degrada i composti organici a metano) ma la ridotta attività microbica nel materiale essiccato garantisce una bassa  produzione di bio-gas. Complessivamente, il trattamento descritto rende stabile la discarica grazie alla ridotta attività biologica dei materiali stoccati,  evita la necessità di raccogliere il biogas formato, riduce in modo significativo le emissioni di gas serra e riduce a valori minimi il lisciviato da trattare.E¹ da sottolineare il fatto che la riduzione complessiva di massa che si ottiene con la bioessiccazione (-50%) non è molto diversa da quella che si ottiene con l¹ incenerimento dei rifiuti indifferenziati (-70%) e che la densità del bioessiccato pressato (1,5 tonnellate per metro cubo) può essere anche maggiore di quella delle ceneri  prodotte da  un termovalorizzatore (da 0,90 a 1,2  tonnellate per metro cubo).Pertanto, a parità di peso, il bio-essiccato compresso può occupare un volume inferiore a quello delle ceneri.  Il minor volume del bio-essiccato  compresso, rispetto alle ceneri  prodotte da un termovalorizzatore, può essere anche maggiore  del 39 %.Se i valori di densità da noi riportati per il bio-essiccato compresso e le ceneri di un termovalorizzatore che tratta i MPC tal quali (ipotesi caldeggiata dall¹AMIU)  fossero confermati anche per la tipologia di MPC prodotti nella Provincia di Genova, questo significherebbe che la stessa quantità di MPC avviati a trattamento di termovalorizzazione e di bio-ossidazione,  produrrebbe lo stesso volume  di scarti inerti da  mettere a discarica. In questo caso, l¹adozione del Piano per la gestione dei MPC  proposto dalle associazioni ambientaliste (riduzione del 15% della produzione di MPC e 50% di riciclaggio- http://www.village.it/italianostra/pianorif/index.html) potrebbe addirittura comportare una riduzione dei volumi da mettere a discarica, rispetto all¹ attuale Piano provinciale. 

Misure di diossine nell¹ aria immessa ed emessa da un bio-ossidatore 

L¹Istituto Mario Negri di Milano, nel Novembre del 2002, ha effettuato una serie di misure di diossine nell¹aria in ingresso ed in emissione da un impianto per la produzione di CDR, secondo la tecnica della bio-essiccazione. Questa indagine  è stata commissionata dai gestori dell¹ impianto di bio-essiccazione per verificare se fosse vero che anche gli impianti di bio-essiccazione sono una fonte di contaminazione da diossine, affermazione fatta dall¹ Università di Trento nella relazione d¹impatto ambientale dell¹ inceneritore da loro progettato per la Provincia di Trento.

Le misure hanno riguardato l¹aria esterna, l¹aria in ingresso nei biofiltri proveniente dall¹ impianto di bio-essiccazione, l¹aria in uscita dai biofiltri e l¹aria in uscita dal reparto per la preparazione del CDR a partire dal prodotto bio essiccato. In sintesi, i risultati sono riportati nella tabella seguente.

 

Concentrazioni di TCDD equivalenti nella linea aria di un impianto di 

bio-essicazione

 

 

 

TCDD equivalenti

      (pg/Nmc)

Aria ambiente

            (a 100 metri dagli impianti)

0,181

Aria a monte Bio filtro

0,129

Aria in uscita dalBio filtro

0,033

Aria in uscita dal trattamento CDR

0.015

     

 Come risulta dalla tabella, la concentrazione di diossine ³naturalmente² presenti nell¹aria utilizzata dall¹impianto di bio-essiccazione, si riduce progressivamente, in particolare dopo l¹uscita dal biofiltro.Questo risultato è stato confermato da ulteriori misure ripetute a distanza di alcuni mesi, ma non è inaspettato. Infatti, le condizioni operative della bio-essicazione  non permettono in assoluto la sintesi ex-novo di diossine e furani.  Invece, diossine e furani sono presenti, come contaminanti,  già nei  MPC. Dati di letteratura  (Abad, 2002) riportano concentrazioni di diossine nei rifiuti urbani in quantità estremamente variabile, a seconda del livello di contaminazione dei rifiuti stessi: da 64  ng I-TEQ/Kg a  2.2  ng I-TEQ/Kg.I risultati del Mario Negri  smentiscono l¹ ipotesi che nella bio-essiccazione  l¹insufflazione d¹ aria possa volatilizzare le diossine presenti nei rifiuti e contaminare l¹ aria stessa a concentrazioni superiori a quella prodotta dall¹ incenerimento di una pari quantità di MPC. Questa ipotesi ignora il fatto che le diossine sono intrinsecamente poco volatili  e che, in presenza  di  matrici di natura organica e di  particellato fine,  come nel caso dei bio essiccatori, si adsorbono a questi substrati e, grazie a questo tipo di interazione, la loro volatilità  si riduce ulteriormente. L¹effetto di abbattimento   di diossine e furani  a valle dei biofiltri, oltre ad una spiegazione di natura chimico­fisica  (adsorbimento da parte del bio-filtro) potrebbe essere attribuita ad una vera e propria biodegradazione che ceppi di microorganismi sviluppati sui bio filtri possono esercitare  sui composti organici clorurarti.Questa  ipotesi deve essere confermata, ma in base a risultati sperimentali già disponibili, essa è plausibile, in quanto in terreni contaminati da diossine sono stati selezionati ceppi di micro-organismi capaci di degradare le diossine.
 

Superfici occupate dagli impianti di bio-ossidazione

 

Tra le tante critiche che si sono sollevate per evitare che la bio-ossidazione possa sostituire la termovalorizzazione c¹è quella che, per trattare con la bio-ossidazione i MPC prodotti dalla Provincia di Genova, sarebbero necessarie superfici  di cui il nostro  territorio non dispone.

Questa critica non tiene conto del fatto che è la termovalorizzazione, che per essere economicamente sostenibile deve avvenire necessariamente  in grandi impianti con elevata occupazione di superfici,  tanto è vero che si propone un unico termovalorizzatore per tutta la Provincia di Genova.

Invece la bio-ossidazione non  ha  questo limite, anzi il suo vantaggio è proprio la modularità e la flessibilità che permette l¹adattamento di questi impianti alle esigenze del territorio.

Ad esempio, un impianto di bio-ossidazione  di scarti di cucina e di giardino per la produzione di compost di qualità, in grado di trattare la quantità di MPC putrescibile prodotta da 65.000 abitanti (6.500 tonnellate/anno) richiede solo 5 celle di bio-ossidazione  ed una superfice complessiva (comprese le aree di stoccaggio)  di 2.300 metri quadrati, ossia quella occupata da un quadrato di 50 metri di lato