ALTRE STORIE DI CALABRIA

 

Il caso Marlane a Praia a Mare ( cs)

Le vasche della morte, da qui uscivano i vapori velenosi.

Si scava e si muore

News del 24 Nov.2007

La Marlane vista dall'alto. E' quel rettangolo bianco . Attorno i terreni dove si sta scavando alla ricerca di rifiuti tossici.

 

Poveri operai

11 novembre 2006


INTERVISTA A LUIGI PACCHIANO OPERAIO DELLA MARLANE COLPITO DA TUMORE   

25 ottobre 2005- La Procura di Paola ha respinto la richiesta d’archiviazione fatta dalla  Marlane sulle morti bianche successe fino al 1995. Ora si indaga sulla Marlane e sulle sue morti. Intervistiamo un operaio della Marlane, Luigi Pacchiano, che ha lavorato dal 1959 al 1995 in questa fabbrica, e che come tanti altri è stato colpito da carcinoma alla vescica.

di Francesco Cirillo

Sono Luigi Pacchiano nativo di Maratea residente a Praia a  mare. Vi voglio illustrare  la mia vita lavorativa. Nel 1959  sono stato assunto al Lanificio di Maratea. Ho lavorato in questa fabbrica fino al 1963. Dal 1959 al 1963 le misure di sicurezza all’interno delle fabbriche non si conoscevano proprio  però Maratea aveva solo la tessitura e l’incollaggio e non aveva altri tipi di lavorazione nocive. Dal 1963 al 1966 sono uscito per motivi personali dalla fabbrica. Nel 1966 sono rientrato  e  nel 1969 fummo trasferiti  a Praia a mare. Che si chiamava Marlane. Qui c’era la filatura, la tintoria , il fine saggio. Quando siamo arrivati noi la fabbrica è stata cambiata totalmente. Arrivando noi hanno smantellato tutti i muri divisori che prima dividevano i vari reparti e tra questi la tintoria  che nella metà degli anni 60 era divisa dagli altri reparti. E così la Marlane di Praia a Mare diventò un unico ambiente.  La tessitura e l’orditura che arrivarono dalla fabbrica di Maratea  vennero inserite fra la filatura e la tintoria  e il fine saggio senza alcuna divisione.  In questa situazione vi ho lavorato fino all’11 novembre del 1995. per questioni di salute sono dovuto uscire dalla fabbrica.

 Che tipo di lavoro facevi ?

Facevo l’orditore . cioè quelli che preparano l’ordito per la tessitura ( l’ordito è l’insieme dei fili che tesi longitudinalmente sul telaio  sono destinati a incrociarsi con la trama per formare il tessuto - nota dell’intervistatore-.) . E lavoravo a due tre metri di distanza dalle macchine della tintoria. Senza , come dicevo prima senza misura di prevenzione né di protezione.

 Quanti eravate gli operai che lavoravate in questa sezione ?

 Il reparto orditura era costituito da quattro macchine poste al centro tra la filatura e la tessitura. Nel complesso gli operai eravamo un 500.

 Tu hai lavorato sempre nella sezione dell’orditura ?

No. Nel 1972 per questioni di orari di lavoro fui trasferito al reparto finissaggio umido  e vi rimasi fino al 1983 , poi quando ci furono i primi cassa integrati dovetti  ritornare di nuovo all’orditura. Nel periodo di fine saggio in base ai criteri dei dirigenti chi lavorava a certe macchine dove si usavano prodotti nocivi veniva consegnata loro la famosa busta di latte per disintossicarci, dicevano loro.

 Ma in una situazione come questa, mi chiedo,  non venivano in fabbrica ispettori ?

 Io in tutti questi anni  non ho mai visto un’ispezione sanitaria. Io all’orditura ero in un punto strategico della visibilità dell’intera fabbrica e non ho mai visto entrare nessuno. Né abbiamo mai avuto visite personali sanitarie. In tutta la mia attività lavorativa ho avuto solo due schermografie  . Una volta a  Maratea e l’altra a Praia poi mai più. Non mi risulta neanche che ci fossero medici aziendali. E chi era addetto all’infermeria  non era altro che un infermiere. Ci avevano fatto credere per anni che questo infermiere fosse un dottore. La prima volta che ho visto un medico aziendale  è stato agli inizi degli anni 90 . 

Niente controlli quindi nessuna precauzione per i prodotti nocivi che usavate. Come vivevate in questa fabbrica ?

Si,  lavoravamo senza alcuna misura di prevenzione, senza controllo medico, ci davano questo latte in base ai criteri dei dirigenti e dei caporeparto, a chi si a chi no. Non c’erano aspiratori  né in alto né in basso, i cosiddetti aspiratori a terra, che esistevano ma che non hanno mai funzionato. D’estate si lavorava a 40 grandi di caloria ed a 80 gradi umidità, era una cosa impossibile lavorare  e spesso abbiamo fatto dei piccoli scioperi uscendo dalla fabbrica, ma subito dopo eravamo costretti a rientrare pena il licenziamento. Parecchie giornate . all’interno della fabbrica ,erano contraddistinte da un grande quantitativo di polvere e fumo. Tanto che noi dicevamo entrando “ oggi nebbia in Val Padana “. I vapori provenienti dalla sezione tintoria coprivano tutto il reparto  e non si vedeva niente. Il cattivo odore era terribile, anche perché per coprire la puzza venivano usate le amine aromatiche . Ci facevano credere che le puzze provenivano dall’esterno o che erano conseguenza non legata ai prodotti usati. Difatti quando arrivavano i fusti con i coloranti toglievano le etichette dai fusti dove c’era il teschio di morte con scritto i prodotti contenuti nel fusto. Venivano tolti subito, E i capireparto ci dicevano di prendere i fusti a secondo dei colori esterni.  E si andava avanti così. La tintoria era composta da tinto pezza e tinto top. La Marlane lavorava molto per lo Stato  e produceva divise militari. Le vasche che tingevano le pezze erano aperte e venivano alimentate con i coloranti che vi si scaricavano direttamente . Una lavorazione a mano. Loro sostenevano che i vapori provenienti da queste vasche venivano aspirati da cappe poste su di esse. Ma da una brochure stessa diffusa dalla Marlane si poteva notare che queste cappe non erano mai esistite. Loro non tenevano le vasche chiuse per  fare raffreddare subito la lana. Quindi l’acqua ribolliva all’aperto e questo creava i vapori che si disperdevano per tutta la fabbrica coinvolgendo tutti  gli operi.  

Si è i sentito parlare anche di uso di amianto.

L’azienda dice che non è mai stato usato. Non è vero . I 108 telai esistenti nella fabbrica avevano i freni che funzionavano ad amianto. E questi freni si consumavano abbastanza spesso e velocemente. Quando dai freni usciva la polverina ad amianto per eliminarla dagli ingranaggi ci si soffiava con una pistola ad aria compressa e tutto andava in aria . E quindi tutti respiravamo queste polveri .  

Quando sono cominciati i primi casi di decesso fra gli operai ?

 I primi casi sono avvenuti nel 1973. Operai di trent’anni addetti ad una macchina che bruciava i fili  usando degli acidi. I due operai addetti a questa macchina sono morti entrambi, e per quello che abbiamo saputo il motivo era per questi acidi. Da lì in poi di decessi ne sono avvenuti in continuazione . Chi per tumore chi per altro. E quando  qualcuno protestava si diceva di stare zitti e di farsi gli affari propri pena il licenziamento. Secondo una mia idea, una sessantina per quello che ricordo ma ci sono operai che hanno lavorato in fabbrica e che nessuno conosceva. Non tutti eravamo di Praia e di Maratea. Molti operai provenivano dai paesi del circondario. E quando sparivano e nessuno li vedeva più, nessuno poteva avere informazione se era morto o se era stato licenziato, o se aveva trovato un altro lavoro. Io avevo chiesto più volte di fare un monitoraggio su tutti quelli che avevano lavorato nella fabbrica per sapere che fine avessero fatto, chi è morto e come è morto. Un lavoro che volendo ancora oggi si potrebbe fare e che spero si faccia al più presto.

Uno degli ultimi decessi fu quello di Teresa Maimone di Maratea. Cosa ricordi di lei ?

Mi viene la pelle d’oca a pensare a questa giovane operaia. Questa signora lavorava alla rocchettiera . I prodotti sintetici  venivano tinti prima delle vasche e poi veniva passato sulla rocchettiera. E questa signora lavorava qui. E qui la polvere era notevole, perché sfilando il filo ad alta velocità si mandava nell’aria sia il colorante che polvere. E lei si lamentava che ogni volta che faceva  questo lavora tutto il suo corpo si faceva rosso di sfoghi. Lei andava dal medico e questo le diceva che era una questione alimentare. La cosa è andata avanti per molto tempo finché un giorno mi ricordo che si sentì male in fabbrica e stava per svenire. Non si reggeva in piedi e fui proprio io ad accompagnarla dal medico. Il quale ripeté la solita storia della cattiva alimentazione. Io poi venni a sapere che, dopo che io non lavoravo più in fabbrica si sentì di nuovo male e fu accompagnata d’urgenza all’ ospedale di Napoli . E dopo cinque giorni morì.  Ricordo un altro operaio addetto alle pulizie che morì per tumore ai polmoni. Ne ricordo un altro addetto alle pulizie dei tubi anch’egli stroncato da un tumore. Lo stesso prete di Maratea, Don Vincenzo Iacovino, che officiava tutti questi funerali di operai in una sua omelia si scagliò contro l’azienda dicendo questa non è una fabbrica di lavoro ma di morte. E questa storia  il parroco la dichiarò anche nello spettacolo delle Iene.    

Ed un certo giorno anche tu hai cominciato a sentire dolori.

E venne il mio turno.  Era il 1993 e  sfortunatamente anch’io mi sentii male. Sono andato subito in ospedale per accertamenti. Qualche mese prima, della crisi forte, sentivo dei fastidi. Andavo sempre al bagno. Ho pensato subito alle conseguenze della polvere che respiravamo. Quando tornavamo a casa anche due ore dopo soffiandoci il naso veniva fuori il nero della polvere. E quando si sputava ,si sputava nero. A casa arrivavamo che puzzavamo e bisognava fare continue docce per far sparire il cattivo odore. La mattina del  14 dicembre del 1993 , dunque,   mi ricovero in ospedale. Il 15 dicembre scoprono che avevo un carcinoma alla vescica .Sono stato immediatamente operato per l’asportazione di tale carcinoma. Da qui inizia il mio calvario. Continue visite mediche, ricoveri ospedalieri, accertamenti, operazioni. Ritornando in fabbrica sono stato anche deriso dalla dirigenza, che mi dissero che tanto uno in più uno in meno, ne erano morti tanti, e non avrebbero fatto alcuna differenza. Pregai di spostarmi in un altro reparto. Non ce la facevo a stare in piedi e spesso dovevano darmi il permesso per uscire prima. In questa occasione conobbi il medico aziendale che mi disse di essere entrato in fabbrica solo da due anni. Mi chiese se io avevo bisogno di una visita per l’udito. Io gli spiegavo che avevo bisogna di ben altro. E lui mi disse di andare in fabbrica presso il suo studio con le cartelle cliniche dell’operazione subita che lui avrebbe provveduto ad una visita ufficiale come medico aziendale.  E con le cartelle  mi reco nel suo studio aziendale. Mi fa sedere. E con un martelletto mi batte sul ginocchio. I riflessi sono buoni quindi stai bene, mi dice. Io allora subito , alzando un po’ la voce, gli spiego che i miei problemi sono di ben altra natura. Ed il medico mi sgrida dicendo che io non capivo niente di medicina. E la visita finisce lì. L’unica cosa che riesco a tirare fuori dalla visita medica è lo spostamento in un altro settore della fabbrica.  

Quando uscisti dalla fabbrica ? 

Dall’estate 94 fino a novembre del 95 sono dovuto sottostare alle decisioni dell’azienda che mi obbligò a continuare a lavorare vicino alla tintoria. Perché poi nessuno mi volle spostare. In seguito avendo avuto una ricaduta fisica nel 95 mi sono dovuto dimettere dal lavoro e andarmene. Le dimissioni le feci con una lettera all’azienda dove spiegai che nonostante le mie continue richieste non ero stato spostato ad un reparto più consono alla mia malattia. Pochi giorni prima delle mie dimissioni un dirigente dell’azienda mi aggredì verbalmente dicendo come mi ero permesso a scrivere quelle cose, e mi invitava a rimangiarmi tutto. Ho una causa in corso per delle frasi che ho riferito all’antimafia di Catanzaro per delle velate minacce ricevute nelle quali mi si ripeteva che tutto ciò che io facevo era completamente inutile in quanto avevano soldi per pagare chiunque. L’11 novembre del 1995 esco quindi dall’azienda per motivi di salute.  

La fabbrica intanto ha cominciato a smantellare i reparti che conosceva come nocivi.

La fabbrica ha smantellato e rottamato la tintoria tops , dove tingevano la lana , nell’aprile maggio 1996. Invece la tintoria pezze nel 1990-91 venne rifatta nuova . Nel senso che arrivarono le vasche a chiusura. Tutt’ora nella Marlane la tintoria ancora esiste, ma è tutto recintato e chiusa. Poi è cambiato anche il sistema di lavorazione, perché una volta si lavorava il terital , il poliestere, cotone seta adesso fanno solo un po’ di lana. Invece la filatura che hanno installato adesso, che è entrata anch’essa in crisi, fa maglieria. E anche adesso so di operai che si lamentano per la polvere che si alza durante la lavorazione.

Fino ad oggi potremmo fare un calcolo su quanto potrebbero essere state le morti alla Marlane ?

Io mi ero fermato ad una sessantina. Ma ogni tanto incontro operai che mi raccontano di nuovi decessi. Ad occhi e croce potremmo essere tra i 90 ed i  120 morti. Se si facesse un monitoraggio si potrebbe stabilire tutto. La stessa  azienda qualche tempo fa in un comunicato uscito su un quotidiano regionale dichiarò che nella fabbrica hanno lavorato 1050 persone e che i decessi per tumore sono stati 50. Questo numero secondo l’azienda rientra nella casistica normale delle morti di tumore . Chiaramente provenienti tutti dall’esterno. Ma l’Inail stessa un anno prima che io uscissi dalla fabbrica mi aveva riconosciuto la malattia professionale . E il riconoscimento l’ho avuto perchè gli ispettori dell’Inail quando vennero in fabbrica trovarono esattamente tutto quanto io gli avevo raccontato. Ecco perchè ho avuto il riconoscimento. Quando io me ne andai dissi all’azienda che avrei chiesto loro i danni. L’azienda mi rispose che problemi loro non ne avevano in quanto avevano tanti soldi per pagare chicchessia. E questo dialogo con questo dirigente dell’azienda io lo denunciai insieme ad altri operai all’antimafia di Catanzaro facendo il nome di questa persona.  Che le cose non andavano per il verso giusto in quella fabbrica si vedeva anche dalle schede sui materiali che si usavano che l’azienda , su richiesta nostra, non consegnava mai identiche. Una volta avevano dei numeri altre erano diversi. E questo fatto ci venne  confermato da una segretaria andata in pensione. 

Ma i sindacati ufficiali cosa facevano ? Come mai non intervenivano su una situazione così grave ? Così i partiti di sinistra.

I sindacati , così come i partiti  non sono mai intervenuti. Parlavano con noi ma senza concludere nulla. Molti sindacalisti , ed i partiti ad essi collegati, erano compromessi con l’azienda perché avevano delle fabbrichette dove ricevevano l’indotto della stessa azienda. L’unico sindacato che ci ha aiutato è stato lo Slai Cobas con l’on.Mara Malavenda 

Ora sappiamo che la Procura di Paola vuole proseguire le indagini.

Si ma adesso nell’azienda non c’è più nulla . Non ci sono documenti, non ci sono schede, non ci sono le famose vasche, non esistono neanche le planimetrie originali. Bisogna quindi stare molto attenti. Io mi auguro che non per questioni finanziarie, ma per una questione di giustizia, questa  venga data ai tanti operai che sono morti giovanissimi .

 

Finalmente qualcosa si muove

4 ottobre 2005 . Il gip del tribunale di Paola chiede un supplemento di indagine sulla fabbrica tessile
Morti sospette alla Marlane
Tra i lavoratori sono 54 i decessi e 16 gli ammalati di tumore

PRAIA A MARE - Cinquantaquattro decessi e sedici affezioni tumorali: sono i tristi numeri che accompagnano la storia della fabbrica Marlane di Praia a Mare, ormai in gran parte dismessa. Una lunga scia di morti, definite bianche, dovute, con molta probabilità, all'impiego delle sostanze utilizzate nel ciclo di lavorazione. Situazioni accertate dalle consulenze di parte, ma anche riscontrate nel corso delle indagini portate avanti dalla procura di Paola. Ora su queste vicende è stato chiesto dal Gip di Paola Alfredo Cosenza un supplemento di indagine per arrivare a fare piena luce sui decessi, troppi, di lavoratori di quella fabbrica tessile, da mesi in affanno.  Il Gip Cosenza, nel procedimento penale a carico dei responsabili della Marlane Spa di Praia a Mate, in accoglimento delle istanze avanzate dagli avvocati Lucio Conte, Augusto Marragony e Tommaso Sorrentino, difensori delle persone offese, ha rigettato la richiesta di archiviazione del procedimento, disponendo che l'ufficio della Procura compia ulteriori indagini. Si vuole giungere alla certezza, utilizzando procedimenti scientifici rigorosi, che le patologie accertate possano essere attribuite al lavoro dei 70 operai che, in qualche modo, hanno subito e subiscono i presunti effetti logoranti delle ''ammine aromatiche''. Ovviamente gli avvocati difensori dei lavoratori hanno accolto positivamente la decisione del Gip Cosenza; «Una vicenda così delicata, dai risvolti umani, sociali ed ambientali ­ hanno detto infatti i legali - non deve presentare lati inesplorati». L'anno in cui le famiglie dei lavoratori e gli stessi operai cominciano a prendere coscienza di quanto sta accadendo è il 2001; il timore che qualche sostanza possa aver decretato la morte dei congiunti spinge i familiari a sporgere denuncia nei confronti dell'azienda «Ritenendo che i decessi fossero provocati dall'utilizzo, nel ciclo di lavorazione e senza alcuna misura di sicurezza, di sostanze tossiche cancerogene». Circostanze ed elementi comproverebbero i timori fornendo terreno fertile alle indagini che, comunque, sono andate lentamente avanti nel tempo fino a sfiorare l'archiviazione. Oltre alle sostanze, vengono indicate fra le principali responsabili dei decessi anche eventuali polveri ''sottili'' contenenti residui di colorazione che si diffondevano nell'aria e che venivano inalate dai lavoratori. «Lo stabilimento ­ ricordano i legali ­ era formato da un unico ambiente ed il reparto tintoria sprovvisto di alcuna parete divisoria; l'assenza di qualsiasi impianto per il contenimento e la dispersione dei fumi e vapori delle sostanze chimiche utilizzate; l'inesistenza delle minime misure di sicurezza a protezione della salute dei lavoratori; la violazione delle circolari del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale che, conclamato il rischio cancerogeno delle sostanze impiegate anche nello stabilimento Marlane, dispongono una particolare disciplina per l'utilizzo di dette sostanze nei cicli di lavorazione dell'industria tessile».
Tutto questo sarebbe avvenuto nei capannoni dell'industria tessile e le circostanze sono supportate da consulenze tecniche dei professori Pietrantonio Ricci dell'Università di Napoli, Giovanni Sindona dell'Università della Calabria, Raffaele Ragone dell'Università di Napoli, Paolo Crosignani dell'Istituto Tumori di Milano, Giuseppe Aversa. Ci sono anche dei riscontri nelle indagini della Procura della Repubblica di Paola che ha affidato le consulenze ai professori Bruno Della Pietra e Massimo Menegozzo dell'Università di Napoli. Ma nei faldoni sono comprese anche le sommarie informazioni di diverse persone che, in qualche modo, hanno avuto a che fare con la fabbrica praiese. I consulenti del sostituto procuratore nelle conclusioni dimostrerebbero «L'esistenza di un rapporto di causalità fra decessi, patologia in corso, ed esposizione a quelle sostanze cancerogene nell'espletamento dell'attività lavorativa». In pratica, le stesse conclusioni di una precedente perizia redatta un anno prima nel giudizio civile che era stato intentato da un ex lavoratore nei confronti dell'azienda per il riconoscimento della malattia professionale, sempre una patologia tumorale, contratta, secondo il lavoratore, nell'espletamento dell'attività lavorativa all'interno della fabbrica praiese. Il Giudice del lavoro del tribunale di Paola, nel febbraio 2004 riconosceva, fra l'altro, al lavoratore il diritto al risarcimento dei danni conseguenti alla malattia professionale contratta a causa della sua attività lavorativa alle dipendenze della Marlane, condannando l'azienda al pagamento di 220mila euro, quale risarcimento in favore del lavoratore. Nel giudizio civile il giudice aveva disposto una perizia di ufficio nominando i professori Carmelo Fumati, chimico tossicologo forense della cattedra di medicina legale dell'università Tor Vergata di Roma, e Giuseppe Romano Spagnoli, dirigente di ricerca e direttore del Dipartimento di igiene del lavoro dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro. «L'azienda ­ avrebbero accertato i consulenti di parte - nella lavorazione del prodotto tessile ha utilizzato sostane coloranti di tipo cancerogeno; all'interno dello stabilimento non esistevano pareti divisorie tra i vari reparti, e tutte le lavorazioni si svolgevano in un unico ambiente; le sostanze tossiche utilizzate nel ciclo di lavorazione si diffondevano dal reparto tintoria agli altri reparti a causa della mancata separazione delle lavorazioni con barriere divisorie; da parte dell'azienda si era concretizzata l'assoluta inosservanza degli obblighi previsti dalle normative esistenti in materia di tutela della salute dei lavoratori". Ci sono, insomma, dubbi sulla periodicità delle visite mediche, sulle attenzioni riservate alla prevenzione dei rischi, anche da utilizzo di ''ammine aromatiche». Le parti offese nel procedimento penale, con la consulenza dello studio Caterini e associati, hanno in itinere le azioni civili per la richiesta del risarcimento del danno biologico che potrebbe essere stato provocato dalla Marlane ai loro congiunti.

OTTOBRE 2003 - LA MARLANE STA PER CHIUDERE GLI OPERAI SONO IN SCIOPERO

 


 

LA GLOBALIZZAZIONE MIETE VITTIME NELLA PROVINCIA DI COSENZA   SONO 5000 I POSTI DI LAVORO A RISCHIO

  di Francesco Cirillo

  C’è poco da scherzare sulla globalizzazione. Molti ancora non si rendono pienamente conto di quali meccanismi le banche mondiali, i wto, spalleggiati dai governi liberisti di tutto il mondo abbiano  messo in moto. Meccanismo che grazie a leggi permissive e a spostamenti selvaggi di capitali, impoveriscono sempre di più i sud del mondo arricchendo sempre e solamente quel solito  padronato che vede negli operai e nella mano d’opera in genere limoni da spremere. Si potrebbe spolverare qualche copia del Capitale di Marx a proposito. Ma sembrerebbe un operazione ideologica, basta vedere quanto sta succedendo attorno a noi per capire la gravità della situazione. 5000 posti sono a rischio in tutta la provincia di Cosenza. Una provincia già martoriata da migliaia di disoccupati, da precari, da operai già in mobilità ed in cassa integrazione da anni, e da una piaga che non ha mai smesso di esistere che è quella del lavoro nero. Un lavoro nero parallelo a quello ufficiale che si serve dei piccoli indotti, che spesso proprio le fabbriche in crisi gestiscono attraverso commesse esterne. Succede a Belvedere M.mo attorno alla Foderauto, a Cetraro nella Tessile, a Praia a Mare per la Marlane.  Fabbriche che una dopo l’altra sono destinate a chiudere. Non per mancanza di commesse o per una cattiva produttività degli operai. Questo funziona e a meraviglia. Neanche per la mancanza di fondi da parte dello Stato. Anzi , se Marzotto per la  Marlane di Praia,  intende restituire circa 18 miliardi ottenuti attraverso i Patti territoriali, vuol dire che di soldi ce ne sarebbero a sufficienza. Il problema è allora quello aperto dai mercati della globalizzazione. Un esempio sarebbe valido per tutti. In America la famosa ditta dei migliori jeans, la Levis, venduti in tutto il mondo , ha deciso di chiudere. Ha licenziato immediatamente tutti i suoi operai e tutto il piccolo indotto. Oltre 2000 operai. E si è trasferita armi e bagagli in Cina. Proprio in quel paese, considerato dal governo Americano, il diretto concorrente della propria economia. Un economia , quella Cinese che viaggia al 10 % di incremento crescita all’anno. Una cifra spaventosa per un paese fatto di un miliardo di persone. Ma il padronato americano, è un padronato veramente liberista. Nel senso che non ha , quasi mai, ottenuto finanziamenti pubblici. Sono aziende veramente private, che lavorano e possono lavorare dove gli apare e piace. Ma il nostro padronato, è fatto di liberisti o di speculatori? Cioè di padroni, legati da sempre a carri politici, vuoi di destra che di sinistra, che hanno elargito miliardi e miliardi per far funzionare cose che spesso non potevano neanche funzionare , ma che servivano a produrre clientele, voti, protezioni. La Marlane, come la Foderato sono esempi di questa politica. Una politica che però è ora giunta al suo imbuto. Il padrone smette di fare il padrone antico, e si modernizza. Vuole guadagnare da solo e di più. Smantella quindi tutto quanto e se ne va in Cecoslovacchia. Licenzia 191 operai, per il momento, e ne assumerà il triplo alla metà del prezzo dei 191 di Praia, a Praga, o a Istanbul, o a Belgrado. Questa è la globalizzazione. I sindacati lo stanno cominciando a capire . E nell’assemblea popolare che si è svolta a Praia nella fabbrica Marlane , il mercoledì scorso, qualcuno della CGIL ha cominciato a dirlo. Un’assemblea che è servita a sancire solo ciò che Marzotto ha già deciso e che solo una lotta popolare e dura potrà far recedere. Una lotta che metta direttamente in mezzo il governo, che solo lui, potrebbe bloccare così la partenza per l’Est del gruppo Marzotto. Una lotta che però parte a stento. Pochi i sindaci presenti ( Aieta,Santa Domenica T.,Scalea , Tortora e Praia ) , poche le scuole della costa tirrenica, solo il Liceo Scientifico di Scalea ed il Classico di Praia, nessun consigliere provinciale e peggio di tutto nessun consigliere regionale , né tantomeno il governatore Chiaravalloti. Così la vita quotidiana dentro Praia continuava normalmente. Tutti i negozi aperti, solo un macellaio era presente con una kefia al collo ed una bandiera di Che Guevara sulle spalle.  Eppure il problema è grave. Non si tratta solo di Praia  e dei suoi 191 operai , ma di ben 5000 posti di lavoro ! I no global erano presenti, per la prima volta  all’appuntamento con gli operai. Una ventina che si sono subito sistemati fra gli operai cercando dialogo e cercando di far capire i processi economici in corso . Sono stati fra i primi insieme agli operai più giovani a fischiare al sindaco di Scalea Mario Russo che ha criticato nel suo intervento un cartello esposto dagli stessi operai all’ingresso della fabbrica dove c’era scritto “GOVERNO BERLUSCONI = DISOCCUPAZIONE. Una bordata di fischi ha interrotto immediatamente l’imprudente sindaco berlusconiano. Nel volantino distribuito i no global hanno evidenziato la situazione nazionale ed internazionale riscotendo grande successo, tanto da investire tutti sul processo che i no global del Sud ribelle hanno avuto a Catanzaro il 23 ottobre scorso. Una delegazione di operai era presente al sit in a Catanzaro fin dalla mattina portando la solidarietà di tutti gli operai della fabbrica. Nel volantino il Tirreno social forum parte dalla situazione boliviana :

  “ Se qualcuno pensa che la “guerra del gas” in Bolivia non abbia niente a che vedere con la fabbrica Marlane di Praia a  mare, si sbaglia di grosso – scrivono - . Entrambe le situazioni hanno un comune denominatore: la globalizzazione. Una parola che sembra non appartenere alla sfera quotidiana, della quale si sente parlare solo quando milioni di giovani, cittadini, operai, scendono in piazza per contrastare quei vertici ( WTO,G8, Banca Mondiale,etc…) dove  capi del mondo, si dividono, le risorse naturali, decidono i prezzi mondiali dell’agricoltura, decidono i tipi di trasferimenti , di fabbriche, investimenti, finanziamenti convenienti, alla loro economia liberista. Gli uomini, per loro, siano essi contadini, operai, o anche semplici consumatori, non hanno famiglia, figli, nipoti, problemi quotidiani per campare, sono solo NUMERI. Ed in quanto numeri possono essere azzerati e cancellati in qualsiasi momento. Della Bolivia se ne sente parlare oggi. Perché un popolo è sceso in piazza, un popolo fatto di NUMERI, ma che insieme, sacrificando le proprie vite (oltre 100 i morti ed i feriti), hanno travolto la macchina mondiale della globalizzazione e dell’economia liberista. Il gas prodotto in Bolivia doveva essere trasportato e lavorato direttamente in America, senza che la popolazione Boliviana, una delle più povere del mondo ne beneficiasse. Così aveva deciso la Banca Mondiale, così avevano deciso i padroni del mondo. I poveri però hanno detto di no ! A Praia, così come è stato in altre parti del nostro sud è successo, e sta succedendo lo stesso. I padroni del mondo hanno deciso che la produzione tessile, quella agricola, quella manifatturiera, produce di più, grazie alla mancanza di regole sindacali,in altre zone dell’Europa. In Romania, in Polonia, in Turchia. Le multinazionali, possono spostare i loro capitali in quelle banche, dove il danaro cresce il doppio, e dove gli investimenti , in quelle aree depresse, ed alla ricerca di uno sviluppo qualsiasi, producono il cento per cento. Gli operai di Praia a mare, in questo caso sono come i contadini boliviani. Non contano nulla, sono dei numeri e come tali possono essere azzerati. Ma come i contadini Boliviani, possono fare anche gli operai di Praia. La storia della Marlane prima ancora di essere “storia del liberismo” è storia dell’intervento pubblico nelle fabbriche del sud. Miliardi e miliardi dello Stato usati dal padronato che hanno reso la Marlane, fabbrica di appartenenza “statale” più che privata, che solo la politica liberista ha portato alla situazione attuale. Proprio per questo  solo la “politica” può risolvere la situazione. E non bastano più le passeggiate, i cortei per le vie della città. Occorre radicalizzare la lotta. Occorre che tutta la cittadinanza praiese, in tutte le sue attività economiche si faccia carico di quanto sta avvenendo. Così come il sindacato, non può limitarsi, nel ruolo importante che ha , a scrivere lettere, telegrammi, fare appelli, ben conoscendo i processi economici esistenti in tutta Italia. E così anche i politici, siano essi del comune , della provincia, della regione. Ognuno deve fare la sua parte, mettendo in gioco se stesso, il proprio ruolo istituzionale, la propria posizione politica, abbandonando le solite passerelle elettoralistiche. Altrimenti tutto diventa un gioco, del quale alla fine , a farne le spese restano solo gli operai “.

  Nell’ambito dell’assemblea un problema riguardante, anche se lateralmente , la fabbrica stessa viene dai consiglieri di minoranza al Comune di Praia a Mare. Un problema che comunque fa capire quali interessi esistano attorno a questa area dove sorge la fabbrica. I consiglieri di minoranza hanno inoltrato una richiesta urgente al presidente della Giunta regionale Chiaravalloti, all’assessore all’urbanistica della Regione Calabria di verificare quanto scritto nel piano regolatore fatto dal comune di Praia dove il 3/10/2002 “ si costituiva una società denominata “Ortensia srl” con sede in Valdagno avente per oggetto, acquisto,vendita,valorizzazione di aree e di immobili non industriali di proprietà a cui la GMF spa proprietaria dello stabilimento Marlane in data 27/12/2002 conferiva la proprietà dei terreni e degli edifici della detta area”. Se tutto questo corrispondesse al vero vuol dire che il destino della fabbrica è segnato e che agli operai non resta che un'unica via : quella dell’occupazione dell’intera fabbrica e del blocco di tutte le attività lavorative oltre che al blocco di qualsiasi macchinario che possa essere trasferito.

  25 ottobre 2003

 

MARLANE DI PRAIA A MARE: 

AI SINDACATI NON PIACCIONO I NO GLOBAL

Di Francesco Cirillo

  Sei operai sono saliti da circa cinque giorni sui due silos dell’acqua, posti all’interno della fabbrica della Marlane. Il tam tam della solidarietà è subito scattato ed una quindicina di no global del Tirreno social forum si sono presentati nel pomeriggio di mercoledì scorso ai cancelli della Marlane per salire anche loro sui silos portando una solidarietà attiva e concreta alla lotta degli operai. L’arrivo dei  no global è stato subito salutato da un megafono dagli operai sui silos e una piccola folla di operai si è fatta attorno a loro parlando dei problemi della fabbrica. “Bisogna rompere le mura della fabbrica, dice una giovane no global di Diamante- uscire fuori, far intervenire la cittadinanza, le popolazioni, gli studenti, in modo attivo. Proponiamo un concerto di solidarietà da tenere dentro la fabbrica”. “ Bisogna chiarire molte cose – dice un altro no global del Tirreno social forum- per esempio il ruolo del comune nella trasformazione del terreno in area alberghiera”. La discussione aperta e franca fra operai e no global proseguiva mentre il capannello si faceva sempre più grande suscitando ampi consensi fra gli stessi operai. Ma qualcosa avveniva attorno a questa presenza . Subito è stato chiamato il sindaco Biagio Praticò. Il quale subito interviene all’interno della fabbrica e chiama il segretario di zona della CGIL Franco Mazza. Si vedono camminare insieme e confabulare sulla presenza in fabbrica dei no global. Qualcuno ascolta quello che si dicono. “Bisogna allontanare i no global dalla fabbrica – dice il sindaco a Mazza”- stanno alimentando voci contro il comune”. Difatti si parlava proprio di questo nei capannelli con gli operai. Se è vera la storia, come d’altra parte documentata dall’opposizione  Nuovi Orizzonti formata da Giacomo Bello, Lucrezia Lazzari e Maria Pia Parise con un dettagliato documento distribuito nella Marlane stessa ed agli organi di stampa ( il nostro giornale lo ha integralmente pubblicato nel numero 43 del 25 ottobre) , allora l’Amministrazione Comunale ed il sindaco in prima fila, sono controparte . In effetti con la variante al Piano regolatore e la possibilità di concedere l’aria ad una società con sede a Milano , con lo scopo di costruirvi una struttura alberghiera, si è di fatto aperta la strada alla chiusura di tale fabbrica. E gli operai sono stati, in questo caso ampiamente ingannati. Diverso sarebbe stato, se la Marzotto avesse ricevuto un no secco da parte dell ’Amministrazione Comunale  alla trasformazione della fabbrica in albergo. Ed ecco partire la provocazione verso i no global. Interviene nel capannello un sindacalista , che dice di essere della UIL ed apertamente davanti a tutti chiede ai no global di uscire dalla fabbrica “ Qui siamo tutti civili – dice tremante in uno scorretto italiano- ve ne dovete uscire, non siete ammessi. Da quando siete entrati gli operai si stanno fomentando”. “ Contro chi si stanno fomentando – risponde un no global”. “Noi abbiamo una linea- riprende il sindacalista della UIL- e questa linea non va mossa di un solo centimetro”. La mattina un gruppo di operai era uscito dalla fabbrica ed aveva bloccato la statale ss 18 con copertoni di auto bruciandoli. La cosa non era piaciuta ai sindacalisti ed erano intervenuti i carabinieri che convincevano gli operai a togliere il blocco dopo venti minuti. La tensione quindi fra operai e sindacalisti era già alta e secondo la UIL alcuni ragionamenti riguardanti , l’occupazione del Comune per la questione albergo e altre azioni di solidarietà attorno alla fabbrica, avrebbe alimentato un clima ancora più teso. Ma gli operai vogliono fare qualcosa. Si rendono conto che i giochi sono fatti ed a quattro occhi con i no global dicono il loro vero pensiero. Il clima vero che si respira nella fabbrica è un clima di paura. Ci sono forze che non vogliono che si vada oltre , ci sono forze che ricattano e che vedono nella Marlane sempre e solamente una fonte elettorale. Gli operai stesso lo confermano nei ragionamenti. Si capisce che all’interno della fabbrica c’è un clima di paura e di sconcerto. Gli operai non decidono su nulla, sono solo i sindacalisti che portano avanti trattative  e tutto quello che si fa ha solo la facciata dell’ipocrisia. E’ come andare a far visita ad  un malato di tumore . Gli si dice di non preoccuparsi che tutto andrà bene, che la cura fa effetto. Poi quando si esce dalla stanza ci si dice la verità “Poveretto ha pochi mesi di vita”. Sulla Marlane d’altra parte si è scritto e detto di tutto. Ci sono finanche decine di denunce fatte alla Magistratura di Paola che giacciono nei cassetti . Denunce fatte dallo Slai Cobas di Praia a Mare . Denunce che parlano di  comportamenti scorretti dei sindacati, di licenziamenti illegittimi, di comportamento antisindacale, di indotto creato attorno alla Marlane fatto da dirigenti dei sindacati stessi. Materiale esplosivo che da solo, in un inchiesta seria, avrebbe fatto saltare già da qualche anno il coperchio di questa enorme pentola fatta di 300 operai, giocati, ingannati e alla fine venduti. Oltre che morti. Perché la magistratura stenta ad aprire un inchiesta sugli operai morti proprio di tumore in quella fabbrica. Ben 87 sono le morti sospette di operai colpiti da vari tipi di tumore allorché fino al 1994 in quella fabbrica venivano usate sostanze tossiche proibite per la coloritura dei tessuti. Una strage vera e propria che fa paura a tutti. Un altro coperchio che nessuno vuole aprire. Tutti in silenzio anche in questo caso. Sindaco e sindacalisti in prima fila  che mai hanno voluto che di questo si parlasse nonostante le interrogazioni parlamentari fatte da diversi deputati di Rifondazione Comunista.

  Novembre 2003

 FEBBRAIO 2003:

L'OPERAIO DELLA MARLANE LUIGI PACCHIANO HA OTTENUTO IL RICONOSCIMENTO DELLA SUA MALATTIA COME CONSEGUENZA DEL LAVORO SVOLTO NELLA FABBRICA DA PARTE DEL TRIBUNALE DI PAOLA. LA MARLANE DOVRA' SBORSARE 200MILA EURO A LUIGI PACCHIANO.

 

LA NUOVA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DI MALABARBA

L'inchiesta del Manifesto del 4 luglio 2001 - due articoli di Antonio Sciotto

** L' interrogazione parlamentare di Niki Vendola,

**La storia della fabbrica - di Alberto Cunto operaio della Marlane dello Slai-Cobas

**Il Blitz delle Iene nella fabbrica in un articolo di Francesco Cirillo

 

L'interrogazione parlamentare di Malabarba

Senato della Repubblica      XIV Legislatura

76a SEDUTA       ASSEMBLEA – RESOCONTO STENOGRAFICO            21 NOVEMBRE 2001

MALABARBA. - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell’ambiente e per la tutela del territorio e della giustizia. - Premesso che:

nelcorso del 1987 venne ceduta dall’ENI il gruppo tessile Lanerossi, di cui era parte integrante la Marlane di Praia a Mare, alla multinazionale MarzottoG.f.m.con sede a ValdagnoVicenza);ricavato da tale operazione fu di 173 miliardi, valore oggi quasi integralmente soddisfatto dalla fabbrica praiese, considerando che questa ha il sedime in prossimità della spiaggia del nord Calabria, notoriamente a grande valenza turistica estiva;

per la privatizzazione del gruppo tessile Lanerossi erano stati concessi aiuti governativi in contrasto con le direttive europee pari a 260,4 miliardi, somma ben maggiore di quella incassata con la vendita a Marzotto, e per questo l’Italia, con la “Decisione della Commissione del 26 luglio 1988 n.8943/CEE”, per l’ennesima volta veniva condannata;

negli anni 1984 e 1986 venivano poste in Cassa Integrazione Speciale alcune decine di lavoratori con criteri spesso discriminatori e mai più reintegrati nonostante le dichiarazioni di principio della stessa Marzotto;una parte di quei lavoratori vivono tuttora la difficile condizione di disoccupati in attesa di una poco probabile, per alcuni, possibilità di “normalizzazione”;

in data 3 aprile 1996 presso l’Assindustriaromana veniva sottoscritto un “Accordo” all’epoca molto enfatizzato, che prevedeva un nuovo reparto di “Filatura acrilica per maglieria” in sostituzione della preesistente filatura per lana pettinata e che a siglare tale accordo, che prevedeva ulteriore espulsione di lavoratori anziani e contestuale assunzione di giovani con contratti spesso atipici furono le RSU aziendali, interessate da stretti rapporti di lavoro collaterale con l’azienda Marlane;

a tutte le suddette operazioni pare non fosse estraneo lo stesso sindaco praiese molto noto negli ambienti giudiziari, nonché ex dipendente aziendale e leader sindacale CISL nella stessa fabbrica;

a firmare la messa in mobilità dei lavoratori espulsi furono gli esponenti delle RSU in carica unitamente al Responsabile del Personale locale che, essendo titolari di attività dell’indotto, hanno sconfinato nel palese conflitto d’interesse;

nella fabbrica in questione si sono verificate svariate decine di decessi per neoplasie varie;

l’azienda inquina l’adiacente tratto di mare, come si evince dai comunicati sulle acque di balneazione emessi settimanalmente dal Ministero della Salute ed a questo trasmessi dal PMP dell’ASL n. 4 di Cosenza, senza considerare la notevole mole di liquami distribuiti negli anni sul terreno di pertinenza della fabbrica;tale azienda è stata finanziata con fondi pubblici nazionali e dall’UE un numero infinito di volte ed ancora oggi è stata inserita d’ufficio nel Patto Territoriale dell’Alto Tirreno Cosentino

l’azienda ha attinto a piene mani ai provvedimenti previsti dalla legge 488 o Tremonti

l’azienda Marlane ha fatto largamente ricorso ai corsi di formazione e varrebbe la pena di indagare sulla loro correttezza, anche alla luce del deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia europea del 30 novembre 2000, avente per oggetto proprio la gestione di tali corsi; la Marlane ha fatto largamente ricorso ai “prepensionamenti forzati”, facendoli passare spesso per le “forche caudine” della cassa integrazione;

in fabbrica, nonostante le ripetute assunzioni, non sono stati assunti portatori di handicap, contravvenendo così alle normative vigenti;

non si ha più notizia dei 44 milioni per addetto stanziati dall’ENI per il ricollocamento dei cassintegrati della Marlane;

attualmente la Marlane si avvale ancora largamente dei benefici della cassa integrazione, come a dire che gli utili sono di Marzotto e gli oneri invece della collettività;

per l’assunzione dei giovani è stata attuata una politica palesemente clientelare e sfacciatamente nepotistica;

le visite ispettive ASL e Ispettorato del Lavoro provinciale vengono effettuate con modalità del tutto estemporanee.

Si chiede di sapere:

quali valutazioni dia il governo dei fatti suesposti;

quali interventi adottare per un monitoraggio sulle malattie e le mortalità legate alle pessime condizioni di salubrità della Marlane;

quali interventi concreti intenda adottare per rimuovere le cause di inquinamento che la suddetta fabbrica produce nella acque marine prospicienti.

 


Marlane, morire in tintoria

Praia a mare (cs), le denunce degli operai di un'industria della Lanerossi Marzotto

ANTONIO SCIOTTO INVIATO A PRAIA A MARE (COSENZA)

Praia a mare è un paesino della costa tirrenica cosentina, a un tiro di schioppo dalla Basilicata. A Praia, e nella vicina Maratea, sin dalla fine degli anni '50 la massima aspirazione dei giovani e delle ragazze del luogo non è quella di diventare pescatore o artigiano, ma di essere assunto come operaio tessile all'intemo del polo meridionale della lana e dei filati, la Marlane, industria del gruppo Lanerossi, di proprietà dei Marzotto. Un'industria che è passata di mano, in quarantenni, a numerosi gruppi industriali di primo piano: dal conte Rivetti, il fondatore, dopo una breve gestione Imi, nel 1969 è passata aIl'Eni, per essere ceduta al pratese Marzotto nell'87, con tutto il gruppo Lanerossi, per soli 173 miliardi di lire.

Ricordi di industriali. I ricordi degli operai hanno "tinte" più forti. Sarebbe meglio, anzi, parlare di "tinture forti", perché lo stabilimento di Praia a mare, fino alla metà degli anni '90, non era assolutamente sicuro, dato che il reparto tintoria non era separato da tutti gli altri e gli operai per qualche decina di anni hanno vissuto immersi nelle polveri e nei fumi di lavorazione senza mascherine. Le storie delle vedove e degli orfani, o di qualche sopravvissuto, raccolte qui accanto, renderanno l'idea delle condizioni di lavoro all'intemo della fabbrica. Intanto, basta fare un rapido calcolo dei morti nei due paesi suddetti: l'azienda è disposta ad ammettere la morte di 50 operai per tumori, ma non riconoscendo assolutamente la causa professionale. "Se consideriamo i 1058 lavoratori in 40 anni di attività - recita un rapporto stilato dal medico aziendale - ad oggi, con circa 50 casi di neoplasia, abbiamo un rischio relativo uguale a 1". A parte che 50 rappresenta il 5% di 1058, secondo molti operai della fabbrica il conto dei morti sale a oltre 80, e in ogni caso sono cifre che preoccupano, anche perché i tumori si manifestano dopo anni di esposizione al rischio. Per cui, se si accertasse davvero che il rischio tumore in quegli anni c'è stato, bisognerebbe visitare seriamente molti ex e attuali operai.

A cercare di rompere il silenzio sulla fabbrica è un gruppo di ex operai e impiegati aderenti allo Slai Cobas. Negli ultimi anni, hanno subito un fuoco di attacchi da parte del paese, che, compatto, ha preferito dimenticare i propri morti, perché adesso a lavorare nello stabilimento sono i figli. Inoltre, nella fabbrica e fuori, si è creato un vero e proprio gruppo di potere che ne ha difeso gli interessi, coinvolgendo spesso anche dei sindacalisti interni. Basti pensare che a firmare una sfilza di casse integrazioni, sessanta in tutto, nel 1996 erano anche Vincenzo Ferri, ex Rsu e responsabile locale della Cgii, e Biagio Maiorana, Rsu e responsabile Uil, i quali nello stesso periodo erano anche amministratore unico e socio di "Attività 90 srl", azienda di lavorazione di rammendo tessile e di pinzatura, che serviva la Marlane per commesse esterne. Come dire: possiamo mettere gli operai in cassa integrazione, tanto poi l'azienda ci assegna i lavori che non riesce a eseguire.

Non sempre i sindacati, insomma, hanno interesse a protestare per la salute dei lavoratori o a combattere per salvare i posti di lavoro. Denunce che non vengono gridate solo per le stradine assolate di Praia, ma che hanno eco in ben 5 interrogazioni parlamentari, provenienti da svariate parti politiche: una di Mario Brunetti (Pdci), due di Mara Malavenda (Prc-gruppo misto), una di Alessandro Bergamo (Forza Italia) e l'ultima, di pochi mesi fa, di NikiVendola (Prc).

Le richieste sono unanimi: fare chiarezza sulle morti bianche in fabbrica, ponendo il '96 come ultimo anno su cui incentrare l'indagine, dato che da quell'anno la tintoria è chiusa - uno dei responsabili, interrogato dalla magistratura per una causa contro un operaio, ancora in corso, ha ammesso che gli ambienti di lavoro non erano separati. E chiarire anche gli eventuali conflitti di interesse dei sindacalisti. Alla Procura di Paola giacciono da tempo le denunce di parecchi operai "sopravvissuti" alla tintoria, o delle mogli e dei figli dei morti. Chissà che la magistratura non si decida a fare un bei salto nella recente memoria, ancora dolorosa, di Praia a mare.

"Le narici piene di nero"

Polveri e amine aromatiche, possibili cause di molti tumori

ANTONIO SCIOTTO Praia a MARE (COSENZA)

L'ultima si chiamava Teresa Maimone, morta di tumore alla cervice dell'utero a soli 54 anni, dopo 36 passati a lavorare dentro la Marlane. E' successo l'estate scorsa, e da soli 20 giorni prima della sua morte, Teresa avvertiva dei forti dolori alla pancia. Ma è una storia comune a tanti e a tante, a Praia e a Maratea, tanto che uno dei figli di un altro operaio morto, Biagio Fiorenzano, dice: "Se facciamo un cerchio di 300 metri a partire da casa nostra, troviamo almeno altri 5 operai morti di tumore".Le famiglie dei sopravvissuti della Marlane, una ventina in tutto quelle più combattive, per il momento hanno le loro storie in mano, perché le istituzioni che dovrebbero indagare, dalle AsI ai vari ispettorati del lavoro, non hanno prodotto granché fino a oggi. Luigi Pacchiano, però, uno degli ex operai oggi malato di tumore, ha una carta importante in mano, da cui le famiglie di Praia, abbandonate ed emarginate dai potenti locali, possono partire per le loro rivendicazioni: l'Inail gli ha riconosciuto la malattia professionale, per un tumore, guarda caso, alla vescica, dovuto all'esposizione dal 1969, anno in cui ha cominciato a lavorare, a "coloranti per lo più costituiti da derivati di amine aromatiche alcune delle quali note per il loro potere oncogeno sulla vescica".Alla cervice dell'utero Teresa, alla vescica Luigi. La dottoressa Agata Scaldaferri, specialista in medicina del lavoro, consultata proprio da Pacchiano, spiega infatti che "i tumori professionali da amine aromatiche insorgono prevalentemente a livello della vescica urinaria, dove l'urina contenente le sostanze cancerogene ristagna più a lungo".Parecchi operai ricordano le condizioni di lavoro degli anni della tintoria: si lavorava in un ambiente unico, dicono, e spesso ci investivano i fumi e le polveri provenienti dalla colorazione o dall'orditura dei tessuti. In quel caso, spiegano, dicevano che c'era "nebbia in Val Padana". "Le stesse vasche dove avveniva la colorazione - dice un'ex operaia - venivano aperte prima di farne raffreddare il contenuto, perché bisognava fare in fretta. Quando tornavo a casa, di sera, avevo le narici piene di una polvere nera". Il marito, anche lui ex operaio Marlane, che deve combattere ancora oggi con un'allergia al braccio contratta mentre lavorava, ricorda "i ritmi di lavoro massacranti, fino a 12-18 ore di lavoro" e che nell'estate del '96 "ci fecero lavorare mentre delle macchine a diesel, all'interno dello stabilimento, e quindi senza areazione, eseguivano i lavori di pavimentazione".Gli stessi ricordi, come una litania, riemergono dalle storie della famiglia di Fiorenzano, morto nel '99, dopo quasi quarant'anni di lavoro alla Marlane, a soli 53 anni, o dal racconto della moglie di un altro operaio scomparso, Biagio Possidente, morto a 54 anni, sempre di tumore, dopo oltre 30 di lavoro. "Nostro padre era meccanico riparatore - dicono i figli di Fiorenzano - per cui girava un po' per tutto il reparto. Riparava le macchine da sotto, quando erano appena spente, e non si risparmiava di ingoiare la polvere dei residui, dato che non c'era, quando lavorava lui, alcun impianto di aspirazione funzionante. Abbiamo chiesto alla Asl 1 di Paola di chiedere all'azienda conto di tutte le ispezioni effettuate in passato, e di farne di nuove, per vedere se almeno oggi tutto è in regola. Il dirette rè si è limitato a sentire i responsabili aziendali, e riportandoci quello che loro hanno da dire: ovviamente, "che va tutto bene"". Così la moglie di Possidente, che ricorda come il marito tornasse "ogni sera coperto di polvere, e quando si soffiava il naso usciva tanto nero". Lavoro e ambiente, ancora una volta appaiono inconciliabili. Tanto più se si considera che "il Canale Marlane - come dice Alberto Cunto, ex impiegato Marlane aderente allo Stai Cobas - ovvero quello che dalla fabbrica versa nel mare i residui delle lavorazioni, è inquinante; lo dimostra il bollettino della Sanità, continuamente aggiornato, sui tratti balneabili (www.sanita.it/balneazione). Per 80 metri la balneazione non è possibile, per inquinamento".

 

 


l'On.Niki Vendola di Rifondazione Comunista interroga sulla Marlane

Interrogazione a risposta scritta

Al Ministro del Lavoro

Al Ministro dell’Ambiente

Al Ministro della Giustizia

Premesso che:

nel corso del 1987 venne ceduta alla Marzotto di Valdagno il gruppo tessile Lanerossi – già appartenente al gruppo ENI – di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare(CS);

il costo dell’operazione fu di 173 miliardi,cifra che rappresenta una notevole sottovalutazione visto che la sola azienda praiese ha oggi tale valore essendo ubicata in prossimità della spiaggia e insiste su di una superficie asservita di centinaia di migliaia di metri di terreno a vocazione turistica;

in precedenza presso lo stesso stabilimento erano stati posti in CIGS(negli anni 1984 e 1986) diverse decine di lavoratori,con criteri che disattendevano le intese sottoscritte,le quali prevedevano forme di rotazione unitamente all’applicazione di forme di solidarietà e contestuali straordinari;il tutto con una previsione di incremento delle commesse esterne,quasi a smentire i presupposti stessi della supposta crisi aziendale;

quei lavoratori oggi vivono condizioni di grande precarietà,appesi tra la temporanea utilizzazione come lavoratori socialmente utili e lo spettro della disoccupazione;

il 3 aprile 1996 fu firmato presso l’Assindustria un accordo sindacale che istituiva un nuovo reparto di filatura per maglieria acrilica(installandolo al posto del preesistente reparto di filatura per lana pettinata);a sottoscrivere quell’accordo che prevedeva anche l’espulsione di lavoratori anziani e la contestuale assunzione di giovani con contratti atipici,furono le RSU aziendali che erano interessate a stretti rapporti di lavoro collaterale privato con la stessa azienda;

a tutte quelle manovre pare non fosse estraneo il Sindaco di Praia a Mare,noto alle cronache giudiziarie ed ex sindacalista della stessa azienda;

tale azienda è stata finanziata un’infinità di volte anche dalla Comunità Europea e dalla Regione Calabria;

a sottoscrivere la messa in mobilità dei lavoratori furono gli stessi componenti delle RSU e il locale responsabile del personale,i quali essendo anche titolari dell’indotto sono incorsi in un palese conflitto d’interessi;

nel corso delle assunzioni,secondo quanto riferito dalla voce pubblica,pare vi siano state forme di voto di scambio e pagamento di somme di denaro;

nella locale fabbrica si sono registrate diverse decine di morti per tumore e nonostante varie denunce sporte alla Procura della Repubblica di Paola,non risulta che si siano svolte indagini sulla ragione di tali decessi;

nonostante la presenza di un depuratore,la fabbrica riversa in mare le acque residue,rendendo così non balneabile l’area interessata così come si evince anche dai rapporti del Ministero della Sanità sulle acque di balneazione;

non si ha più notizia dei 44 milioni per addetto stanziati dall’ENI nel 1987 per la creazione di attività alternative sul territorio(e poi mai attuate) finalizzate al reinserimento delle unità a suo tempo espulse e poi collocate in CIGS;

si è fatto ricorso largamente ai prepensionamenti forzati;

 

  • Si chiede di sapere:
  • quali valutazioni dia il Governo dei fatti suesposti;

    quali interventi si intenda adottare per un monitoraggio sulle malattie e la mortalità legate alle pessime condizioni di salubrità della suddetta fabbrica;

    quali interventi concreti si intenda adottare per rimuovere le cause di inquinamento che la suddetta fabbrica produce nelle acque marine prospicienti.

    Roma,6 marzo 2001 On.Nichi Vendola

     


    CONTINUANO I DECESSI ALLA MARLANE

    Nel caos dell’estate nel tirreno cosentino è passata inosservata la morte di una donna deceduta nell’ospedale di Maratea. Era il 5 luglio, il caldo era già terribile e i turisti affollavano le spiagge ed invadevano i paesi della costa tirrenica, distogliendo a tutti lo sguardo dalla realtà dei paesi. Una realtà fatta di gente che soffre, che lavora, che muore di lavoro, circa una decina nei primi sei mesi dell’anno fra Praia a Mare e Paola. Gente sotterrata dal terriccio, caduta dalle impalcature,investite dai trattori. Teresa Maimone da una ventina di giorni aveva chiesto alla direzione della fabbrica dove lavorava, la Marlane di Praia a Mare di essere messa in malattia. Avvertiva dolori alla pancia ed un po’ in tutto il corpo, e tutto questo dopo ben 36 anni di lavoro continuo in una fabbrica alla quale aveva dato la sua vita, la sua giovinezza, le sue speranze, essendoci entrata più o meno all’età di 18 anni. Teresa aveva visto già altre sue colleghe ed amiche morire prima di lei. Donne e uomini come lei, ma come tanti non pensava che potesse accadere anche a lei. Aveva 54 anni ed era stata sempre in salute, ora improvvisamente quei dolori e la richiesta immediata di accertamenti con il conseguente ricovero nell’ospedale della sua cittadina. Poi improvvisamente la morte per un tumore alla cervice dell’utero. Teresa non è la prima e purtroppo non sarà l’ultima.

    Prima di lei sono morte provenienti da quella fabbrica quasi 87 operai.

    Di casi accertati per morti tumorali ben cinquanta. Ed ora venti operai stanno preparando un ricorso alla magistratura di Paola perché vengano accertate finalmente queste morti e si riconosca la causa dolosa di tutti i decessi. In effetti dicono al sindacato dello Slai- Cobas, del quale fa parte l’onorevole Malavenda, non ci sarebbe bisogno di nessun ricorso. La magistratura avrebbe tutti gli elementi per muoversi da sola e investigare su ciò che è successo realmente in quella fabbrica. Perché tutte quelle morti continue e per la stessa diagnosi di carattere tumorale. Cosa si è usato in quella fabbrica, quali coloranti, quali acidi, quali solventi. Denunce dettagliate fatte dallo slai-cobas che giacciono da anni in cassetti impolverati e che nessuno ha intenzione di aprire, proprio per non trovarsi di fronte ad inadempienze, coperture, tangenti pagate, dimenticanze, rapporti mai fatti o completamente errati. Una serie infinita di fatti denunciati anche nel parlamento italiano dall’on.Mara Malavenda e che non hanno mai avuto risposte chiare e definitive. All’interrogazione dell’on.malavenda si aggiunge una nuova il 5 marzo del 2001 dell’on Niki Vendola di Rifondazione Comunista e vicepresidente della commissione antimafia . Vedremo se questo smuoverà le autorità. Ed ora una nuova morte , quella di Teresa Maimone getta nuove ombre sulla fabbrica mentre il mondo politico e sindacale di Praia a Mare, è preso da problematiche minimaliste e legate a diatribe personali di potere. Lo stesso prete di una chiesetta di Maratea, Don Vincenzo Iacovino in una delle tante omelie che hanno accompagnato i tanti funerali fatti di operai morti, non ha potuto restare in silenzio e gridare dall’altare l’ingiustizia di morire per lavorare. Solo due anni fa una manifestazione organizzata dallo Slai Cobas insieme ai gruppi ambientalisti del tirreno cosentino, aveva portato in piazza le famiglie rimaste vedove e orfani di quaranta operai che provocatoriamente avevano esposto tutti i manifesti mortuari dei loro congiunti nella piazza principale di Praia a Mare ed una petizione firmata da centinaia di cittadini chiedeva inutilmente al sindaco Praticò di dedicare agli operai una piazza ed un monumento per far si che la memoria del lavoro e dei sacrifici fatti da questi uomini e donne non venga dimenticato e chi ha delle responsabilità paghi per quello che deve pagare. Ma anche in quella occasione il potere politico restò in silenzio.

    Francesco Cirillo sul Domani della Calabria settembre 2000

     


     

    LA MARLANE DI PRAIA A MARE

    un pò di storia

    Marzotto in buone compagnie

    di Alberto Cunto 

    operaio della Marlane

    La nota azienda pratese, meglio nota come MARLANE, nacque a metà degli anni '50 come LANIFICIO DI MARATEA R2(per distinguerla dall'azienda capofila Rl nata a Maratea qualche anno prima per la sola tessitura. La lettera "R" sta per Rivetti.1'eclettico industriale biellese il cui padre era stato investito del titolo comitale di Conte nel 1941 dal Rè Vittorio Emanuele III) per l'integrazione del ciclo produttivo tessile, dalla materia prima al tessuto finito. Al 1'inizio la fabbrica non disponeva di alcun sistema di depurazione e molti ricorderanno quel rigagnolo maleodorante che dopo una breve corsa si riversava in mare. Cessato per Rivetti il momento del tessile, dopo una breve parentesi di gestione IMI, le aziende del "Conte" entrarono nell'orbita Lanerossi ENI e 1'azienda in questione da Lanificio di Maratea cambiò la denominazione in Mariane. Bisogna considerare che circa il 50^ del prodotto era orientato alle forniture militari. comprendendo la lavorazione di ogni genere di fibra: lana, lino ,seta(piccole quantità),fibre sintetiche(spesso in prevalenza) e loro mischie. Con l'arrivo dell'Ente di stato furono installati i primi sistemi peraltro pare sottodimensionati. per il trattamento dei fanghi e per una blanda ossigenazione dei reflui, tanto che il rigagnolo citato sversava ancora in mare le sue acque malsane. Ma la trovata a dir poco geniale dei nuovi venuti fu 1'abbattimento dei muri di separazione tra i reparti di lavorazione, consentendo ai fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura di espandersi per i reparti adiacenti a quello di tintoria e non era raro vedere una nuvolaglia aleggiare sull ‘intero reparto tanto che quando ciò si verificava si era usi dire: nebbia in val padana. Si consideri che per tingere il poliestere venivano usati coloranti a base diazotabili ora non più utilizzati da nessuna tintoria a causa dei notevoli inconvenienti prodotti dalla diazotazione. con evidenti inconvenienti per quel che concerne l'inquinamento dell'aria nell'ambiente lavorativo pur operando in apparecchiature chiuse. Nella Marlane. da sempre considerata "azienda madre".! controlli sanitari sono da sempre stati un optional, essendosi limitati al controllo dei riflessi e alla verifica audiometrica. Anche i controlli ispettivi hanno lasciato il tempo che trovano e oseremmo dire a volte concordati con la direzione aziendale. Naturalmente questo è oggi comunemente accettato come modo di produrre e non fa gridare allo scandalo il comportamento imprenditoriale che, per sua natura, considera la vita umana, da cui spreme profitto, una semplice voce di bilancio. Sono pertanto estemporanee le dichiarazioni rese alla stampa locale, in tempi recenti, dal direttore della Mariane, quando afferma che presso la fabbrica esiste una efficiente struttura sanitaria, omettendo la condizione del medico a ciò preposto che pare essere anche un medico dell'INPS. A nulla finora sono valse le tante denuncie alla Magistratura, all'Assessorato alla Sanità regionale, con Interrogazioni presentate alla Camera dei Deputati. Il fatto è che la gente ancora continua a morire con le solite patologie e a nulla valgono le manovre di disinformazione attuate dall'azienda, che insinua nella gente la vana considerazione che la gente muore per malattie neoplastiche anche al di fuori della fabbrica. Passano gli anni e la depurazione attuata non sempre risponde a seri criteri di abbattimento della nocività degli scarichi aziendali. Nel caso di controlli ispettivi non è raro bypassare i prelievi, ovvero prelevando i campioni a sistema fermo o addirittura dal sistema di condizionamento dell'aria e lo stesso attuale Sindaco, all’epoca sindacalista in fabbrica, era a conoscenza di tali manovre. Quando un lavoratore, unico caso verificatosi. riuscì a farsi riconoscere dall'INAIL la malattia professionale e ottenere per questo un vitalizio. vi fu una pronta levata di scudi da parte aziendale(di ventata di proprietà Marzotto dal 1978)temendo lo stabilirsi di un principio, in considerazione del fatto che nel corso degli anni vi è stata una mortalità che avrebbe dovuto perlomeno suscitare qualche allarme nell'Autorità giudiziaria. ripetutamente interessata senza riceverne 1'atteso riscontro. Non si può sottacere ciò che l'azienda praiese ha messo in atto per lo smaltimento dei fanghi di depurazione. spesso distribuiti sul terreno di pertinenza e poi fatti disperdere mediante il rimescolamento dello strato superficiale utilizzando alla bisogna le pale meccaniche. Non trova neppure giustificazione il conferimento dei pericolosi fanghi alla ben nota discarica abusiva di S.Domenica Talao, confermato anche dal fermo di un camion ad opera dei Carabinieri. E sempre a proposito di morti bianche, oggi di grande attualità, è ormai difficile fare la conta di quanti hanno prematuramente detto addio ai propri cari e saranno senz'altro ancora tanti coloro che malauguratamente si troveranno a confrontarsi in avvenire col male che non perdona.Nel corso del 19^6 la tintoria "tops" è stata smantellata e quella "pezze" o non ha lavorato o ha lavorato saltuariamente e pare ghe oggi vogliano riattivarla. Nonostante i prodotti ecologici usati, considerando che nel reparto finissaggio vengono tuttora utilizzati prodotti chimici per il trattamento dei tessuti quali:antipiling, impermeabilizzanti, acidi e candeggianti vari; in tessitura: collanti e antistatici; in filatura: lubrificanti e oli lubrificanti per il filo, antipolvere, ecc. Non si può omettere di considerare che il filato per tessitura adoperato nella Marlane è prevalentemente di provenienza Ceca e non sappiamo che tipi di coloranti vengono adoperati nelle fabbriche di provenienza. Basta poi dare uno sguardo ai dati pubblicati quindicinalmente dal Ministero della Sanità per smentire gli scettici, quanto basterebbe a nostro avviso il concreto interessamento delle ASL a fare luce su ciò che,nonostante la tanto decantata depurazione,la ormai più che chiacchierata Marlane continua a sversare nel prospiciente mare.

     


     

    PRAIA A MARE: BLITZ DELLE "IENE"

    NELLA MARLANE PER GLI OPERAI DECEDUTI

    Per aprire gli occhi all’opinione pubblica, sulle questioni sociali , una volta c’erano i partiti democratici, i sindacati, e naturalmente gli organi costituiti. Oggi nel torpore generale, fra l’apatia giovanile, le connivenze istituzionali e la scomparsa del ruolo dei partiti, ci vogliono "Le Iene". Proprio così, il programma di Simona Ventura che va in onda ogni giovedi alle ore 23 su Italia Uno e che si avvale di un nugolo di giovani giornalisti, non asserviti a nessun potere e di conseguenza liberi di dire ciò che i cittadini si vogliono sentire dire: e cioè la verità. Ed oggi nelle grinfie delle "Iene" è capitata la Marlane di Praia a Mare. Una fabbrica che ha avuto negli ultimi venti anni oltre 80 morti sospette. Oltre ottanta operai tutti deceduti, uno dopo l’ altro, per vari tipi di tumori, a causa dei coloranti che fino a qualche anno fa si usavano per la coloritura delle lane e dei tessuti. Tutti coloro che sono stati in un modo o nell’altro a contatto con i fumi, le polveri, le sostanze, hanno contratto un diverso tipo di tumore, nel disinteresse generale. Morti cadute nel silenzio, nella paura degli operai vivi di essere licenziati, nella paura delle vedove di non poter avere i figli assunti nell’azienda in cambio del silenzio ; e pochi sono quelli che decidono di rompere il silenzio, e fermare questo circolo vizioso, che quasi atterrisce un paese intero. Sono gli operai dello Slai-cobas i primi a strappare le tessere sindacali ed a rivolgersi con coraggio alla magistratura, e sono questi che hanno chiamato le "Iene". Il giornalista d’assalto che con coraggio civile, ha già affrontato altre tematiche sociali si chiama Alessandro Sortino. Un’espressione , audace e forte, uno sguardo gentile ma nel contempo indagatore ,dovuto anche al colore rosso dei capelli e della rada barba, una ricerca di verità che ieri lo ha portato davanti alla fabbrica della Marlane. Alla vista delle telecamere accorrono subito le guardie giurate ed i caporeparti. Comincia una lunga discussione con il caposervizio Pepe e con il responsabile dell’azienda Benincasa. Davanti alle telecamere ,negano ogni cosa. Negano le morti, per loro normali all’interno delle morti tumorali che avvengono in tutto il territorio. Negano precise responsabilità dell’azienda sull’uso dei coloranti che secondo loro sono stati sempre a norma e perfettamente legali. Negano l’evidenza. Sortino li incalza con i documenti prodotti dagli operai denuncianti e con un fatto incontrovertibile, e cioè quello delle morti avvenute ed ai tumori riscontrati fra molti operai ancora vivi. Dopo un breve giro nella fabbrica, aperta improvvisamente alle telecamere dopo tre quarti d’ora di attesa all’esterno , tutto sembra che ora funzioni perfettamente. Non si usano più i coloranti e le lane arrivano allo stabilimento già colorate, l’aria condizionata, messa solo da qualche anno, ora funziona a pieno ritmo e l’aria risulta così respirabile. Si esce fra le polemiche e si va nelle case delle vedove e degli operai ammalati. Comincia un calvario terribile fatto di sofferenze, raccontate dalle moglie, dai figli, dai nipoti. "Mio padre tornava sempre stanco e con atroci mal di testa" ricorda Biagio Petrone; " Mio marito –dice la vedova di Greco Aurelio- è morto per un tumore ai bronchi, tornava sempre a casa con nausea e con una terribile puzza addosso, dovevo lavargli la roba in continuazione" ; E così altri operai come Imperio, Mandarano, Cunto, Pacchiano; tutti ringraziano di essere vivi ma tutti hanno avuto problemi ai polmoni e Luigi Pacchiano ha subito ben due operazioni dalle quali è uscito miracolosamente salvo. Ed è Pacchiano che sta dando filo da torcere all’azienda, insieme allo Slai-Cobas, con denunce dettagliate e circostanziate e soprattutto con referti medici che mettono in discussione quelli messi in campo dall’azienda. Un silenzio che oggi finalmente forse si riesce a rompere. Specie quello imposto dai sindacalisti ufficiali della Cgil, che sono diventati tutti imprenditori , dirigenti di aziende di indotto della stessa fabbrica, dalla quale ricevono commesse. Ecco spiegati i silenzi per tanti anni, ecco spiegate le connivenze nelle quali si sono invischiati tutti, dai partiti in primo luogo alle autorità di controllo. Finanche il prete di Acquafredda, intervistato da Sortino, a Maratea, nella sua Chiesa ha deciso di rompere il silenzio e denunciare durante l’omelia di un funerale di un suo amico deceduto, operaio della Marlane, le responsabilità dell’azienda :

    " si lavora per vivere non per morire- ha dichiarato a Sortino. E subito dopo l’omelia ha ricordato, Don Vincenzo Iacovino, ecco presentarsi due della Marlane che lo hanno consigliato di tacere, per non subire querele. Un fatto gravissimo, confessato davanti alle telecamere , nella fabbrica , proprio da chi è andato da lui. Se questo è il metodo si capisce bene il perché molti hanno preferito tacere. E Sortino ricorda un film uscito da poco, Erin Brokovict, che racconta proprio di una fabbrica , in America , che inquinava il territorio circostante provocando la morte per tumore di operai e cittadini che vi abitavano intorno. Ma è questo che ricorda sotto il cartello di ingresso a Praia a Mare , Alessandro Sortino :

    " queste sono cose che succedono in America, qui siamo in Calabria, a Praia a Mare !".

    Francesco Cirillo su "Il Domani della Calabria" del 21 febbraio 2001