CRONACHE CALABRESI

 

ANCORA RIFIUTI IN CALABRIA  

I DISASTRI VERDI NEL PARCO DEL POLLINO

Storia dei rifiuti tossici in Calabria

Ecomafia in Calabria

Mafia e globalizzazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’EMERGENZA INFINITA DEI RIFIUTI

                                                         Di Francesco Cirillo - SU MEZZOEURO DEL 7 OTTOBRE 2006

 

E’ cominciato prima dello scaricamento dei rifiuti, lo scarica barile dei politici. Nessuno sapeva dell’arrivo delle migliaia di tonnellate di rifiuti a Cassano ed a Lametia provenienti dalla Campania. Comunque sia,  la Regione calabria è sempre vista come ricettacolo di rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia . Si parla di solidarietà fra regioni vicine, ma qualcuno fa notare , spulciando un vecchia cartina geografica dell’Italia che fra le regioni vicine ci sono anche la Basilicata e il Lazio. Perché la calabria quindi si chiedono in molti ? Forse perché la Calabria è quasi predisposta al ricevimento di rifiuti provenienti da altre regioni d’Italia o dalla stessa. E’ già successo d’altra parte. E’ successo con i rifiuti provenienti dalla stessa Crotone sotterrati a Cassano  e nelle campagne della sibaritide. Si trattava allora di ben 35 mila tonnellate di rifiuti tossici provenienti dalla Pertusola e si trattava di rifiuti tossici, di ferriti di zinco. Per quella operazione finirono in carcere un assessore all’ambiente, Sergio Stancato e diversi funzionari della regione. Il processo è ancora in corso diviso in due tronconi fra i tribunali di Paola e di Castrovillari. Processi che vanno verso la prescrizione mentre i rifiuti tossici sono ancora sotterrati nelle campagne della sibaritide e la gente continua a morire di tumori. E’ successo quando si voleva trasformare un piccolo paesino a confine con il Pollino, Santa Domenica Talao in una discarica di rifiuti provenienti da macellerie e depuratori. E’ successo con le navi affondate misteriosamente nel tirreno e nello ionio e delle quali oramai nessuno parla. E’ successo quando sono spariti da un depuratore di Tortora ben 1 milione di litri di sangue. Anche in questo caso c’è un processo in corso a Paola. Inchieste aperte su tutti questi casi ma quasi tutte finite archiviate. Ora il trasporto dei rifiuti lo si fa alla luce del sole. Basta una delibera ed i rifiuti passano da una regione all’altra come se fossero caramelline. Invece si tratta di caramelline avvelenate. I politici adesso dicono tutti di non saperne niente. E’ poco credibile. Uno spostamento di rifiuti di così grande quantità , si parla di 500 tonnellate al giorno per 15 giorni, non si può autorizzare senza almeno aver messo al corrente il presidente della regione che per altro è anche presidente dell’Ufficio del Commissario per l’emergenza dei rifiuti. Difatti il commissario all’emergenza in Calabria , Alfiero , che certamente sapeva tutto, dice di essere rimasto meravigliato dal clamore suscitato dalla notizia. Alfiero quindi sapeva . E vuoi che non abbia avvertito dell’operazione il governatore Loiero ?  sarà successo come succedono tante cose in calabria. “io non ne so niente”, “ tu vai avanti ma se scoppia il caso io mi tiro fuori “ . E difatti mentre il sub commissario Alfiero rivendica l’operazione , la regione nel suo complesso si fa indietro. Ed ora arrivano anche i no convinti dei sindaci di Cassano e di Lametia, che si aggiungono al no del Presidente della provincia Oliviero. Ciò nonostante il sub commissario Alfiero non sembra voler fare marcia indietro e dirama una nota esplicativa :  “ si tratta – è scritto nella nota - di un limitato quantitativo di rifiuti trattati dalla Regione Campania da smaltire per qualche giorno in questa Regione”. L’ufficio ritiene opportuno “precisare fatti e circostanze reali che evitino ogni possibile fraintendimento e strumentalizzazione che rischiano di creare ingiustificati allarmismi assicurando nel contempo una corretta informazione dell’opinione pubblica. Su disposizione del Dipartimento della Protezione Civile il Commissario Delegato, dr. Carlo Alfiero, - si fa rilevare - dopo averne attentamente e scrupolosamente verificato la sostenibilità sotto il profilo gestionale ed ambientale e del rispetto della normativa vigente, ha disposto lo smaltimento in discariche controllate della Regione Calabria complessivamente di 500 tonnellate al giorno per 10 giorni (inizialmente 15) di rifiuti solidi urbani trattati, provenienti dalla Regione Campania. L’esigenza della Regione Campania deriva dalla difficoltà di trovare collocazione a rifiuti pretrattati presso alcuni impianti bio-meccanici che, in mancanza di discarica di servizio, rischiano il blocco totale delle lavorazioni. Si tratta quindi di materiali provenienti da impianti e non direttamente dalla raccolta stradale per cui non si ha alcun rischio di presenza di materiali impropri o estranei all’ambito urbano “.  Come si fa a dire che il materiale non è tossico se comunque proviene dalle discariche campane dove ci arriva di tutto e dove vi buttano di tutto. Materiale chiamato FOS ma comunque materiale che potrebbe essere destinato alla termovalorizzazione nella stessa Campania. Perché non bruciarle lì ? Evidentemente alcune cose non si dicono. Non si dice, ad esempio, che il 30% dei rifiuti introdotti nel termovalorizzatore diventa cenere ricca anche di sostanze tossiche e pericolose per la salute di tutti gli esseri viventi. Ma neppure la realizzazione di tutti gli inceneritori a recupero energetico (o termovalorizzatori), previsti in Campania (al momento sono due enormi impianti previsti ad Acerra e S. Maria la Fossa) permetterebbe di uscire definitivamente dall’emergenza. Si potrebbe incenerire solo la piccola parte di Rsu (rifiuti solidi urbani) trasformata in Cdr (20-30%), ma il Cdr è di pessima qualità perché fortemente contaminato dall’organico, che ne abbatte il potere calorifico, e da altri rifiuti anche pericolosi (con problemi di emissioni tossico-nocive). In questo momento la maggior parte di rifiuti solidi urbani prodotti in Campania vengono trattati negli impianti Cdr producendo una quantità enorme di altri rifiuti (Fos, frazione organica stabilizzata, contaminato, rottami ferrosi, ecc.), da conferire esclusivamente in discariche perché sono tutti residui di una lavorazione tesa al miglioramento del potere calorifico del Cdr e non mirata al recupero delle cosiddette materie prime seconde, che invece una buona raccolta differenziata spinta favorirebbe. Quindi la politica del Commissariato non ci ha nemmeno liberato dalle discariche, anzi bisognerà individuarne di nuove, con probabili ulteriori sollevazioni popolari. Anziché investire fortemente sulle politiche di riduzione dei rifiuti, introducendo anche dei meccanismi premianti per i cittadini virtuosi, e la raccolta differenziata, rivolta al riciclaggio della materia, il Commissariato si è limitato a gestire l’ordinaria emergenza (impianti di vagliatura, trasferimento delle ecoballe su vari siti di “parcheggio” in tutti i territori della Campania e anche fuori regione, con le evidenti proteste dei cittadini del nord Italia, molto spesso aizzati dalla Lega Nord).Ora si portano in Calabria . Per farne cosa quindi ? Forse per bruciarli a Cutro dove già funziona una specie di inceneritore sotto forma di cementificio , o per bruciarli a Rossano nella centrale elettrica, o a Gioia Tauro in attesa dell’apertura dell’unico inceneritore in calabria ?  A luglio del 2005 il  Wwf  denunciò il fatto che  "i rifiuti di buona parte della Calabria" possano finire a Cutro. Nella  centrale termoelettrica dell'Eta srl (Gruppo Marcegaglia). Il WWF temeva che questa  potesse diventare una sorta di grande pattumiera regionale. Ma l'allarme apparve ingiustificato alla luce delle rassicurazioni fatte da uno degli amministrattori delegati dell'Eta, Roberto Garavaglia.  In merito alla richiesta dell'azienda - soddisfatta dal commissario regionale per l'emergenza rifiuti, il presidente della giunta calabrese, Giuseppe Chiaravalloti  dice Garavaglia- - di conferire presso la centrale termoelettrica di Cutro, nei quantitativi, modalità e specifiche richieste dalla società proprietaria della centrale, il combustibile da rifiuto prodotto presso gli impianti del sistema integrato di smaltimento rifiuti della Regione Calabria, per un periodo di sei mesi, nelle more dell'attivazione del termovalorizzatore del detto sistema.” E difatti la giunta regionale di Chiaravalloti deliberò la possibilità di poter bruciare rifiuti anche nelle centrali elettriche, cementifici, impianti a biomasse.  E', questo, il contenuto di un'ordinanza commissariale apparsa sul Bur Calabria il 31 luglio 2005.  Le popolazioni sono già sul piede di guerra e non permetteranno mai che tali camion scarichino la spazzatura sia a Cassano che a Lametia. E l’unica speranza che questo non avvenga sta proprio nelle popolazioni. Se aspetti i politici……

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PARCO DEL POLLINO

TRA VANDALISMO, INCURIA,INCENDI

Il WWF della Basilicata e della Calabria lancia l'allarme per un mega elettrodotto che da Laino a Rizziconi porterà elettricità su cavi a 380mila volt, attraversando gran parte del territorio calabrese ricadente nel Pollino. Non solo un inquinamento ambientale di enorme potenza, ma, anche paesaggistico che conferma come la gestione di un area così importante sia gestita solo dal punto di vista burocratico e non esclusivamente ambientale come dovrebbe essere. Difatti il Presidente del Parco Tripepi ( dirigente dei Verdi in Calabria ed ex assessore all'ambiente nella provincia di Cosenza)risponde con una lettera alle accuse mossogli dagli esponenti del WWF con il solito tono da burocrate.

" C'è da ribadire - scrive Tripepi -che il parere favorevole espresso dal Consiglio direttivo del Parco è scaturito dal fatto che il bilancio ambientale, che deriverebbe dalla realizzazione del nuovo elettrodotto sarebbe senz'altro positivo per il territorio protetto. Inoltre è ben evidenziato il fatto che non saranno abbattuti alberi e aperte nuove piste di ebosco. Per cui ciò che è evidenziato nel comunicato del WWF è destituito di fondamento" .

Alla faccia di tutte le battaglie che anche il partito al quale apparterrebbe il Presidente Tripepi, si è fatto promotore per difendere i cittadini dall'inquinamento elettromagnetico e dai disastri paesaggistici. Sul Pollino invece , secondo Tripepi, solo benefici ambientali provenienti da un elettrodotto da 380mila volt.

Il Parco del Pollino è' il più grande parco d'Europa con un estensione di 192.565 ettari, con una popolazione di 172. 583 persone e ricade su 56 comuni. Istituito nel 1993 è man mano diventato meta di migliaia di turisti amanti della natura, del trekking, delle discese dei fiumi, ma è anche stato, sempre contrastato, dalle lobby dei cacciatori e dei costruttori, che hanno visto da sempre nell'estensione del parco un freno alle proprie speculazioni ed un limite alla presunta libertà di poter cacciare dove e come si vuole. Per questi motivi tante sono le opposizioni perché il Parco funzioni a dovere. Attacchi provenienti in maggior parte dai cacciatori appoggiati trasversalmente sia dal centrosinistra, DS in prima fila, che da centrodestra AN in primo luogo. Dopo una serie di manifestazioni i cacciatori, con l'appoggio dei sindaci e dei DS, sono riusciti ad ottenere una delibera dalla Giunta regionale Chiaravalloti di riperimetrazione del parco, cosa che vedrebbe escluse vaste zone importanti dal punto di vista faunistico e floristico nei territori di Orsomarso, Papasidero, Verbicaro e Grisolia. L'orientamento del nuovo Ministro all'Ambiente Matteoli, di A.N., da sempre amico della lobby degli speculatori e dei cacciatori, va proprio in questo senso e basti vedere le dimissioni forzate , volute personalmente dal Ministro , del Presidente del Parco del Cilento sostituito con un costruttore edile, per capire quale sarà il futuro dei parchi. Ma gli attacchi alla gestione del parco provengono anche da associazioni ambientaliste che vorrebbero che le iniziative ambinetali fossero più incisive e il territorio salvaguardato con presenze attive piuttosto che con progetti mai realizzati. Difendere i parchi così come sono stati istituiti è quindi un dovere di tutti i cittadini che vedono per il futuro un tipo di turismo che non sia quello della costa tirrenica, fatto di depredatori, ma uno più dolce e pulito che trasformi il turista sporcaccione in un "visitatore" amante della cultura locale e rispettoso dell'ambiente e dell'uomo che lo abita. Purtroppo dalla dirigenza del Parco più grande d'Europa non vengono segnali in questa direzione. Il bilancio alla fine dell'Estate 2001 è drammatico e superiore ad ogni aspettativa. Da padroni , l'estate 2001, sono stati gli incendi che come al solito hanno attraversato tutta l'area del parco distruggendo centinaia di ettari di vegetazione mediterranea. Gli incendi più estesi, nell'area di Mormanno, di Papasidero, di Orsomarso, di Morano calabro, di Santa Domenica Talao. Incendi che come al solito sono stati provocati da persone senza scrupoli che rispondono da sempre agli stessi interessi speculativi. Ma la devastazione nel parco non è venuta solo dagli incendi ma anche da una logica di fruizione turistica che ha trasformato bellissime zone del parco in Acquapark o campi di calcio con tanto di tifoserie, ululati, urla con stereo delle auto ad alto volume. La zona più colpita la Valle dell'Argentino a Orsomarso. Una valle trasformata in un grande centro commerciale all'aperto. Nel solo mese di Agosto sono state distrutti, dai turisti invasori, alberi di frassino, di carpino, di ontani; le vitalbe ( liane) trasformate in altalene e poi rotte dal peso delle persone che vi giocavano. I turisti in festa che si contendevano le aree di pic-nic che occupavano con le proprie auto, si prodigavano in gare di tuffi, spostando pietre, spezzando piante nell'alveo dei fiumi, pescando trote con lenze e ami improvvisati, accendendo fuochi e lasciando alla fine del banchetto rifiuti dappertutto. Chi voleva entrare nella Valle dell'Argentino a piedi era costretto a mangiarsi chili di polvere sollevate dalle auto che con sole 20.000 lire potevano entrare ignorando e facendo pagare anche le Guide Ambientali Escursionistiche coloro che invece valorizzavano la valle. Un traffico calcolato dalle 300 alle 500 auto al giorno che inquinavano, impolveravano, disturbavano tutto e tutti. Rari l'incontro e il controllo di Guardie forestali, che passavano con il fuoristrada solo due volte al giorno senza scendere a piedi nelle varie oasi trasformate in discoteche all'aperto. Spesso, Guardie poco informate hanno anche dato informazioni errate per raggiungere luoghi come la famosa cascata del Malomo dell'Argentino, che per raggiungerla occorrono cinque sei ore di cammino, che solo pochi conoscitori sono in grado di raggiungerla indicandola invece come vicina . Proprio alla cascata della Ficara, un albero di Frassino con una bellissima radice per la sua forma risulta inciso in più punti da sconsiderati stupidi che vi hanno lasciato il proprio nome . Anche lungo il sentiero n.1 da Povera Mosca a Pantagnoli ,qui sono state estirpate piante di felci, rami di alloro, ed altre specie protette portate via liberamente come ricordo o come talee da ripiantare nei propri giardini. Lamentele giungono anche da Papasidero. Incendi hanno messo in pericolo le case sulla parte opposta del paese vicino il Santuario della Madonna di Costantinopoli, Lungo il fiume Lao ed anche la zona nelle vicinanze della Grotta del Romito. Qui la gestione non è più del mitico Zì Battista, conosciuto e stimato come il "Vero Eremita della grotta" da tutti coloro che hanno visitato la grotta insieme a lui, ma dai nipoti che hanno invece un comportamento poco corretto con i visitatori, spesso arrogante e quasi fastidioso. Molti sentieri del parco sono andati distrutti invasi dalle felci e dalla vegetazione. Quasi scomparso il sentiero dei pellegrini, una delle tre vie istmiche che da Buonvicino porta a San Sosti. Sono centinaia i pellegrini che ogni anno fra il 6 e l'8 settembre raggiungono a piedi San Sosti in onore della Madonna del Pettoruto. E lo stesso fanno il 18 settembre i pellegrini di San Sosti per raggiungere Buonvicino in occasione della festa di san Ciriaco. A pochi giorni da questi importanti eventi il sentiero è in condizioni pessime e disastrose nonostante si sia chiesto da più parti un intervento riparatore. Ma anche gli stessi interventi della forestale risultano quantomeno discutibili. Al Varco del Palombaro, in loc.Grupaglie è stata realizzata un area di rimboschimento con piante non autoctone del luogo, quali il ciliegio, l'acacia , i castagni. Una zona carsica dove la vegetazione non cresce, e dove sono state installate staccionate e ferrospino e dove una strada è stata resa percorribile solo per permettere ai cacciatori e con loro i bracconieri , di raggiungere l'altopiano della Mula ed inoltrarsi verso il campo di Annibale. Grave la situazione anche nella zona alta del parco. Il Ponte del Raganello nonostante sia stata finanziata la sua ricostruzione è ancora distrutto. E nonostante una delibera comunale che vieta l'ingresso nella gola dalla parte di Civita, turisti sprovveduti e senza guide vi continuano ad entrare, spesso perdendosi o ferendosi per la caduta di massi. Niente indica il divieto d'ingresso nella gola e da nessuna parte è scritto che è invece possibile entrare nelle gole dal comune di San Lorenzo Bellizzi. Anche la possibilità di far fruire del parco agli scouts è lasciata all'improvvisazione, come è accaduto a una squadra di scouts sul Piano di Novacco che spesso sono stati aiutati da guide locali a trovare la strada del ritorno al proprio campo. Questo vuol dire che nonostante i miliardi investiti per la cartellonistica, questa è assente, o posizionata male, comunque non visibile. Così come non è assolutamente curata la sentieristica. La mancanza di controlli attivi su tutto il territorio del parco che potrebbe avvenire , attivando e gestendo per bene i Lavoratori Socialmente Utili, ha portato non solo agli incendi, ma ad un continuo abbandono di rifiuti in ogni dove e soprattutto dove arrivano le auto. Le nuove strade di penetrazione, portano anche un tipo di turista che ben poco ama un parco come se fosse una propria casa. La sua auto è ben pulita al suo interno ma fuori si lascia sempre la busta di plastica con i resti delle colazioni, si butta il mozzicone di sigaretta, si lascia la lattina. Basta vedere i luoghi attorno alle sorgenti per rendersi conto di quale immondezzaio viene lasciato dai turisti assetati. E queste strade da poco costruite vengono usate spesso dai cacciatori e dai bracconieri più che dai turisti, specie in inverno. Strade inutili quali, quella dalla Grotta del Romito a Campicello di Laino Borgo, da poco asfaltata e già semidistrutta; un'altra recente, che da località Fravitta di San Sosti porta a Campicello di Mottafollone; quella che dal rifugio di Casiglia porta a San Sosti; quella segnalata dal WWF recentemente che da San Lorenzo Bellizzi porta a Terranova di Sibari . Proprio a proposito di questa strada il WWF si mostra perplesso in quanto la bitumazione di questa vecchia pista montana era stata sempre rinviata in assenza del Parco ed ora paradossalmente sbloccata dal Presidente. Lungo queste strade cumuli di rifiuti, zero segnalazioni, zero sentieri . Anche gli stessi rifugi, attrezzati di bar ristoro, gestiti da privati sono spesso sporchi e malgestiti. In tutto questo marasma è chiaro che comandano i più furbi; un ente ecologico che dovrebbe gestire l'ecologia della natura e dell'uomo è ridotto ad un qualsiasi ente statale parassitario dove comanda la politica più che la passione. E difatti i paesi che hanno più peso politico riescono ad ottenere finanziamenti anche attraverso manifestazioni estive, mentre altri è come non esistessero. Per cui dal versante tirrenico Orsomarso è sempre in prima fila per la sua valle /centro commerciale, e da quello ionico Civita per le sue gole del Raganello. Paesi come Buonvicino, Sant'Agata ed in genere la zona sud, che ha delle montagne bellissime tutte da valorizzare è come non esistessero. Finanche le comunicazioni di feste e manifestazioni in alcuni paesi come Buonvicino, Grisolia, Verbicaro, S.Agata, San Sosti , non sono mai giunte. Identico ragionamento avviene per le guide e i centri rafting. Professionisti quali Primo Galiano, il primo che negli anni 70, prima ancora dell'istituzione del parco avvenuta nel 93,il primo che ha cominciato a portare visitatori e amanti della discesa con gommone a Papasidero lungo il fiume Lao, è spesso messo da parte e osteggiato a favore di albergatori improvvisati discesisti. Vale lo stesso anche per le guide del Parco. Poche sono quelle che veramente conoscono il parco, per averlo veramente visitato e girato a piedi. Molti sono quelli che per amicizie politiche sono nell'elenco risultanti come "guide esclusive". Ma la resa dei conti politica su come è stato gestito il Parco è alle porte. La gestione Tripepi è stata delle peggiori, è quella che ha suscitato più polemiche e discussioni spesso anche violente fra ambientalisti e cacciatori, fra amanti del parco e speculatori, fra agricoltori e comuni , ma purtroppo quello che ci aspetta è ancora peggio. Alla fine del mandato manca poco, e certamente qualche politico trombato del governo Berlusconi è in lista d'attesa per diventarne presidente così come sta avvenendo negli altri parchi d'Italia. Ora ci lamentiamo per le strade asfaltate ma da qui a poco cominceranno a nascere alberghi, funivie, nuove strade a tre corsie, piste da sci, per far diventare il più grande parco d'Europa nella più grande Disneyland del Sud.

Francesco Cirillo

SUL DOMANI DEL 31 E AGOSTO E 1 SETTEMBRE 2001

per saperne di più sul Parco del Pollino www.parcopollino.it -------------www.trekking.3000.it

Aggiornamento della situazione al mese di Maggio 2002: I     Il Presidente del Parco del Pollino per fortuna non è più il "verde " Tripepi. Il nuovo presidente è un commissario voluto dal Ministro all'Ambiente del Governo Berlusconi, l'ex onorevole di Alleanza Nazionale Francesco Fino. Come si usa dire dalla padella alla brace o dalla brace alla padella. Intanto Tripepi è uscito anche dai verdi...oramai che ci sta a fare !

 

 

 

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        Inchiesta sui rifiuti                           in Calabria

DALLA DISCARICA DI SANT’ANGELO A QUELLA DI COSTAPISOLA (Nel territorio di Santa Domenica Talao -cs -)PASSANDO PER LA NAVE SCOMPARSA E IL RITROVAMENTO DEI RIFIUTI TOSSICI NELLA CAMPAGNE DELLA SIBARITIDE. MA ALTRI RIFIUTI TOSSICI SONO STATI CEMENTATI DALLA MAFIA NEI PILONI DEI CAVALCAVIA CALABRESI.

 

A cura di Francesco Cirillo

Quando si parla della Calabria e dei calabresi, se ne parla spesso, come di un popolo poco propenso alla lotta, omertoso e pauroso. La storia invece insegna che questo non è mai avvenuto e che i calabresi sono stati, cosi come gran parte dei cittadini italiani, coraggiosi e grandi oppositori di ogni specie di potere. La storia recente poi dimostra, come in tutta la regione esistano e si siano verifìcati tanti episodi di lotta, da Santa Domenica Talao a Bisignano in provincia di Cosenza a Condofuri in provincia di Reggio Calabria. Ed appunto la storia dei rifiuti in Calabria è una storia che vale la pena di raccontare e far conoscere.

Cominciamo dai contadini di Costapisola e Sant’Angelo, due piccole frazioni di Santa Domenica Talao (cs), che hanno avuto la determinazione, il coraggio, la costanza di combattere contro i poteri e gli interessi, annidati all'interno della Regione Calabria, e in altri organismi preposti; a sfidare le forze dell'ordine spesso intervenute per smuovere i blocchi stradali ed ora ancora alle prese con un infinità di cause nella Pretura di Scalea.

Seguiamo le vicende passo dopo passo.

Furono gli ambientalisti di Diamante il 15 febbraio del 1989, che dopo aver ricevuto una telefonata anonima si recarono nottetempo in contrada Sant'Angelo tra Santa Domenica Talao e Scalea per verificare se fosse vero che da qualche notte si verificava un traffico sospetto di Tir attorno ad una cava abbandonata d'argilla. La presunta appartenenza del proprietario della fornace a cosche mafìose del Tirreno, consigliava l'anonimato e la circospezione da parte dei contadini vicini ad essa. Ma accorsi sul posto, la mattina successiva, gli ambientalisti trovarono già i carabinieri di Scalea.

Durante la notte per puro caso una normale pattuglia stradale aveva fermato un Tir nel comune di Scalea e nel controllo espletato spuntarono fuori i primi scatoloni sospetti. L'autista del Tir, sostenne di essere all'oscuro di tutto, e condusse i carabinieri sul luogo dove avrebbe dovuto scaricare. Da quel momento scattò l'allarme nazionale. La giunta regionale (una giunta di sinistra) fu subito tirata in ballo per le autorizzazioni concesse alla ditta calabrese, e l'assessore Di Nitto ( PSDI) fu il primo ad essere messo in mezzo. Scriveva così un giornalista su Repubblica del 18/2/89: " La Ecomarche con sede a Candia in provincia di Ancona, un azienda che appalta lo smaltimento dei rifiuti di sedici Asl sulle ventuno delle Marche, si affida ad un impresa di autotrasporti di Arcevia, la quale a sua volta si rivolge alla Noledile di Pontecagnano in provincia di Salerno che è in possesso di un autorizzazione della Regione calabria, della durata di cinque anni, per il trasporto lo smaltimento, lo stoccaggio di rifiuti speciali industriali e ospedalieri comprese parti anatomiche e quelli che presentano gravi pericoli. La NOLEDILE , non si sulla base di quali credenziali, il 29 luglio del 88 (sette giorni dopo l’autorizzazione della Regione Marche alla Ecomarche) ha ottenuto dalla regione Calabria, insomma di poter far arrivare nel suo deposito di Rossano Scalo tutto il materiale che vuole da fuori regione."

E’ questo il sunto della situazione, ed il 22 febbraio la procura della Repubblica di Paola spicca otto ordini di arresto, tra i quali il responsabile dei servizi amministrativi dell’assessorato ai lavori pubblici ed ambiente. L’assessore Di Nitto e la giunta si salvano. Il responsabile insomma, alla fine, è stato solo un dirigente poco affidabile.

I politici non c’entrano nulla così anche i mafiosi. Ma la popolazione intanto è scesa in piazza e comincia a chiedere pubblicamente di far togliere dalla loro zona i quindicimila scatoloni già depositati nella fornace. La puzza del materiale in decomposizione (ci sono all’interno degli scatoli resti umani provenienti da operazioni ospedaliere ), intanto si spande ovunque e la preoccupazione si fa sempre più grande fra gli abitanti della zona e della contrada vicina. Gli ambientalisti del Tirreno organizzano così una manifestazione che partendo da Scalea si dirige a piedi verso la fornace. Oltre mille persone , preceduti da un impressionante cordone di carabinieri e polizia, percorrono i quindici chilometri che li separano dalla fornace, richiamando così l’attenzione sulla pericolosità della situazione, che sembra presa sottogamba dai poteri politici ed amministrativi della regione Calabria, preoccupati più dello scandalo in cui si trovano coinvolti piuttosto che sulle soluzioni da prendere. Ci vorrà una settimana di presidio e blocco stradale di centinaia di cittadini, rimasti sotto la fornace sin dopo la grande manifestazione, per far si che si decidesse la smobilitazione della fornace. Finalmente i Tir ripartono dalla fornace di Sant’ Angelo riportando i rifiuti pericolosi in appositi centri di stoccaggio del centro Italia dove verranno bruciati. La popolazione ai bordi della strada accompagna con un lungo applauso la partenza . La fornace qualche settimana dopo sarà completamente bonificata e sigillata.

Mentre gli arrestati usciranno tutti più o meno assolti, ed i politici della giunta riciclati in altri partiti o negli stessi di provenienza.

DI NUOVO RIFIUTI A SANTA DOMENICA TALAO .

COSTAPISOLA: LA FIGLIA DELLA DISCARICA DI SANT’ANGELO

Ma ironia della sorte o chissà per quale gioco nascosto, a distanza di cinque anni, rifiuti speciali si riversano di nuovo nel territorio di Santa Domenica Talao, questa volta però in un altro sito. Nella contrada Costapisola, su una spianata importante dal punto di vista geologico, dove sono stati ritrovati fossili di milioni di anni fa. La ditta Tre B service intende aprirci, ottenuti i permessi dal comune e dalla regione, un impianto di bioconversione per riutilizzo a scopi agricoli. Apparentemente sembra un lavoro quasi ecologico e cascano nel concedere concessioni prima il sindaco del comune Giuseppe Antonio La Greca, dirigente provinciale di Alleanza Nazionale e poi la Regione Calabria retta dal Dc Veraldi attualmente deputato del PPI. Ma le cose non stanno effettivamente cosi e i contadini vicini alla discarica ne hanno modo di accorgersene subito al primo scarico dei Tir. Si tratta di materiale proveniente da scarti di macellazione, portati in Calabria da altre regioni d'Italia.

La notte nessuno riesce a dormire in tutta la contrada per la puzza terribile che si sprigiona per tutta la zona. La mattina un corteo di agricoltori, contadini, abitanti di Costapisola, ambientalisti accorsi da tutto il Tirreno, si recano al Comune e immediatamente lo occupa chiedendo al sindaco il ritiro della delibera incautamente concessa. Giungono sul sito della discarica chiamati dal sindaco, (che intanto ha fatto marcia indietro sulla sua concessione) e dal prefetto di Cosenza, l'AsI di Praia a Mare, i vigili del comune, i carabinieri del Nas.

Iniziano i primi rapporti contrastanti sulla discarica. L'AsI di Praia in un primo rapporto redatto a seguito di un ispezione, non avverte nessuna puzza nè intravede pericolosità per la salute dei cittadini , anzi il luogo viene descritto dagli ispettori come se si trattasse di un campo di papaveri in fiore; i carabinieri invece cominciano a sospettare sull'arrivo dei Tir e sui rifiuti scaricati. I cittadini nel comune non mollano e il sindaco riunisce il consiglio comunale d'urgenza e ritira all'unanimità la delibera, riconoscendo l’errore fatto e altresì chiedendo alla Regione di fare altrettanto con la propria delibera di concessione regionale.

Nel contempo si intima tramite un ordinanza alla ditta Tre B service di sospendere tutti i lavori in corso. Gli ambientalisti cantano la prima vittoria.

Ci vuole il novembre del 94 perché il pretore Maria Luisa De Rosa intervenisse su richiesta del procuratore della Repubblica di Paola, Pezone e sequestrasse tutta l'area. La ditta però non demorde e fa ricorso al tribunale del Riesame di Cosenza, che il 15 novembre annulla il sequestro facendo così riaprire la discarica. I Tir cosi ricominciano ad inondare di rifiuti il luogo. Ne arrivano a decine ogni giorno, scaricando migliaia di tonnellate di materiale di ogni genere che impuzzolentiscono la zona e cominciano a creare danni all'agricoltura circostante con l’espandersi di mosche e insetti vari che attaccano la frutta e gli ortaggi.

Il danno all’agricoltura è enorme. Nella zona si è sparsa la voce sulla pericolosità della discarica e i consumatori non acquistano più frutta dai contadini di Santa Domenica nei mercati di Scalea e del Tirreno. La rabbia cresce giorno dopo giorno, mentre cresce sempre di più l’arrivo di Tir da tutta Italia. Iniziano i blocchi stradali spontanei fatti dai contadini con il solo appoggio degli ambientalisti. Tutti i politici sono scomparsi così i funzionari ed amministratori regionali. Ma il 16 febbraio 96 scoppia la protesta.

Viene dichiarato lo sciopero generale con manifestazione in Santa Domenica Talao; circa

mille persone arrivate da tutta la costa manifestano nel paese con striscioni e cartelli con un unico ordine del giorno "Chiudere la discarica". Il comune viene rioccupato così come tutte le strade d’accesso al paese. Si chiede l’intervento della Prefettura per motivi di ordine pubblico.

NEL FRATTEMPO ALTROVE SUCCEDE DI PEGGIO

Negli stessi giorni convulsi di lotta contro discarica di Santa Domenica Talao, rimbalza per tutta Italia la denuncia di Nuccio Barillà, segretario della Legambiente di Reggio Calabria ed ora assessore all’ambiente del comune di Reggio Calabria.

"La Calabria -dichiara Barillà - è al centro degli interessi di una holding internazionale in cui si sono saldati interessi potentissimi. Si parla di traffico di rifiuti tossici e radioattivi: si calcola che ogni viaggio di un Tir porti nelle casse della mafia 200 milioni".

Fa seguito alla denuncia della Legambiente un inchiesta preoccupante aperta dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L'inchiesta è stata aperta in seguito ad un informativa dei carabinieri sulla storia di una misteriosa nave albanese, la Korabi, partita da un porto della Germania con un carico di scorie nucleari e radioattive a approdata il 25 febbraio 1994 nel porto di Palermo. Qui però non sarebbe stato autorizzato lo scarico e la nave avrebbe lasciato il porto in direzione di Crotone. Ma il mercantile viene respinto anche dallo scalo calabrese. Ai primi di marzo la Korabi viene intercettata e fermata davanti al promontorio reggino di Pentimele e le autorità portuali si accorgono che la nave ha le stive vuote .

Nessuno è riuscito a spiegare che fine abbia fatto il suo carico contaminante.

L'ipotesi più verosimile è che nell'Aspromonte esista una discarica di rifiuti tossici controllata dalla ‘ndrangheta. Un rapporto della Castalia segnalava che in Calabria per ogni impianto autorizzato ve ne sono dieci abusivi.

E NON FINISCE QUI....

Le agenzie di stampa del 7 maggio 98 in tutta Italia, quasi impazziscono.

Un assessore all'ambiente della Regione Calabria è arrestato insieme ad altre ventidue persone per reati legati all'ambiente ed alla richiesta di tangenti.

Si tratta di Sergio Stancato (oggi dirigente del Nuovo PSI di Gianni De Michelis), di nuovo in pista dopo la scarcerazione nella "nuova" giunta del ribaltone calabrese di centrosinistra. Il fatto che più fa preoccupare gli ambientalisti ed i cittadini calabresi è la ferrite di zinco, scarti di lavorazione della Pertusola di Crotone che invece di essere trasportata in speciali impianti di stoccaggio, veniva seppellita in terreni agricoli di Cassano Ionio ed altre zone della regione. Si tratta di oltre 35 mila tonnellate di rifiuti tossici. La procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti gli imputati, oggi a piede libero.

LA LOTTA A SANTA DOMENICA SI RAFFORZA

Queste notizie spaventano ed allarmano sempre di più le popolazioni del Tirreno cosentino ed il 18 febbraio tutti i sindaci dell'Alto Tirreno cosentino firmano un ordine del giorno comune nel quale chiedono la chiusura definitiva della discarica. Sabato 4 marzo 95 Scalea per la prima volta vede arrivare migliaia di persone per difendere l'ambiente. Il lungo corteo partito dalla piazza del paese si dirige subito sulla strada provinciale e la blocca. Le autorità regionali cominciano a preoccuparsi per gli effetti negativi che la storia potrebbe avere per le prossime elezioni politiche e regionali.

Ed il 15 marzo arriva in Consiglio regionale il primo effetto delle mobilitazioni. Quindici consiglieri regionali firmano una mozione nella quale si chiede al presidente della Regione la revoca della concessione. La ditta, intanto, nello stesso giorno di presentazione della mozione, decide di querelare il sindaco di Santa Domenica, La Greca, per il ritiro della concessione urbanistica. Lo scontro si sposta dalle piazze alle aule dei tribunali. Ed il 28 marzo arriva una doccia fredda per gli ambientalisti ed il Comitato di lotta. La giunta regionale che avrebbe dovuto discutere la mozione dei 15 consiglieri rinvia a data da destinarsi, e senza una motivazione, la discussione. Ma il giorno dopo, due pullman partiti da Santa Domenica Talao e Scalea si recano a Catanzaro proprio mentre vi è in corso una nuova giunta regionale.

Una delegazione di ambientalisti guidata dal sindaco riesce a farsi ricevere dal presidente della Regione Veraldi che sospende la giunta. Al termine della discussione la decisione da parte del presidente è presa: la delibera verrà sospesa e la discarica chiusa.Ma questa, nonostante i divieti continua ancora ad essere ancora aperta ed a ricevere Tir di rifiuti da ogni parte d’Italia.La popolazione è esasperata e continua incessantemente a organizzare giorno e notte blocchi stradale nei pressi della discarica.Gli ambientalisti lanciano un monito alla Regione: se la discarica non sarà veramente chiusa si boicotteranno in tutto il Tirreno le elezioni regionali.

Ed il 6 maggio un'intimidazione viene fatta contro la sede dei verdi a Diamante dove la bacheca di informazioni sulla lotta viene bruciata.

Grave anche l’atteggiamento del PDS che in combutta con alcuni dirigenti verdi calabresi riesce a boicottare la formazione della lista verde e l’inserimento in questa di rappresentanti della lotta contro la discarica.

Il 23 aprile 1996 viene eletta la nuova giunta regionale.Vince la destra, il presidente è Giuseppe Nisticò.Il Comitato di lotta di Santa Domenica rilancia subito la battaglia confidando nella "novità" della nuova giunta. Ma il 20 giugno nuovo colpo di scena, il tribunale del Riesame di Cosenza, accogliendo l'istanza proposta dall'avv. Sammarco, legale della Tré B service che gestisce l'impianto, annulla il provvedimento cautelare del sequestro preventivo, restituendo l'impianto alla ditta stessa. Si ricomincia da capo. I Tir riprendono i loro viaggi verso Santa Domenica Talao e Costapisola.E l’otto luglio 1996 i cittadini decidono l’occupazione della discarica. Circa duecento contadini e ambientalisti dei vari comitati di lotta zonali si recano alle prime luci dell’alba davanti ai cancelli della discarica e vi piantano le tende. Comincia un lungo sit- in che provoca diversi scontri verbali e materiali con gli operai della ditta stessa, i proprietari, i carabinieri. Ma l’unità della popolazione è più forte di qualsiasi minaccia e riesce a restare compatta e decisa davanti ai cancelli.

Durante i vari blocchi un TIR proveniente da La Spezia viene intercettato dai contadini e bloccato prima che entrasse nella discarica. I carabinieri intervengono per liberare il blocco ma alla richiesta insistente di controllare il carico si accorgono della presenza di 350 quintali di rifiuti speciali non trattabili nella discarica stessa e lo sequestrano. Riesplode la protesta in tutta la zona appena si sparge la notizia. Per tutta l’estate continuano così i blocchi ed i sit in volanti. A settembre la notizia finale: la Regione Calabria ha definitivamente revocato la delibera famosa di concessione. Ora la discarica sarà definitivamente chiusa. Un paese intero scende in piazza in festa.

MA ORA COMINCIANO I PROCESSI

Il processo intentato dal Comune di Santa Domenica contro la Tre B service, inizia il 5 giugno del 1997. L'aula del tribunale è piena di contadini, cittadini, ambientalisti. L'avvocato Conte, a nome del Comitato di lotta, chiede di costituirsi parte civile contro la ditta proprietaria del la discarica. Il processo viene rinviato al 14 novembre 97. Ma ecco il colpo di scena: il pretore Molino accetta la parte civile presentata dall'aw. Conte a nome dei 22 contadini confinanti con la discarica. E' una sentenza importante che rimbalza in tutta Italia, essendo la prima volta che un comitato cittadino spontaneo , non riconosciuto come associazione ambientalista nazionale, viene ammesso come parte civile. Ma subito dopo il processo viene rinviato. Occorreranno altre sei o sette udienze, un cambio di pretore, due pubblici ministeri, e la sfilata di numerosi testimonianze, per giungere all'assoluzione della ditta Tre B service.

Un colpo durissimo ed un passo indietro per tutte le battaglie ambientaliste che viene riequilibrato dalla Cassazione di Roma che boccia l'assoluzione fatta in appello alla ditta.

A Dicembre del 98 inizia nella Pretura di Scalea la prima udienza per il blocco stradale operato dal comitato di lotta di Costapisola il 15 febbraio del 95. I 20 cittadini e gli ambientalisti sono difesi dagli avvocati Marragony e Conte. Durante il dibattimento numerose le testimonianze di chi ha partecipato ai blocchi e dei vari responsabili al controllo della discarica. E’ la prima volta che un folto gruppo di cittadini viene processato per aver difeso l'ambiente e la propria salute. Il processo viene rinviato al 5 novembre 99.

Resta una grande amarezza, gli inquinatori usciranno assolti da tutta la vicenda cosi come è successo nel primo processo, il Comune di Santa Domenica Talao rischierà di pagare le spese agli avvocati della ditta, e dai vari processi per blocco stradale fioccheranno condanne per tutti coloro che hanno fermato i Tir tossici.

Ma dopo questa amara considerazione, bisogna constatare che la lotta paga e che in ogni caso la discarica rimarrà chiusa per sempre. La salute è garantita e varrà la proposta degli ambientalisti fatta al sindaco e già approvata dal consiglio comunale di far nascere sullo stesso terreno della discarica un grande Parco Geologico, il primo della Calabria.

Ma intanto che fine ha fatto l’inchiesta sui rifiuti tossici provenienti dalla Pertusola di Crotone?

Del processo non se ne parla più. Gli imputati sono tutti a piede libero. L’ex assesssore all’ambiente Stancato è libero insieme alla sua troupe ed è pronto a scendere in campo come sindaco nella sua cittadina di Paola dove alle ultime elezioni regionali presente nelle liste di centrodestra ha preso oltre duemila voti. Sembra che una pietra abbia seppellito tutto.

Ma ecco il colpo di scena. Nei primi giorni di settembre di quest’anno i carabinieri del Nos scoprono nelle campagne della sibaritide , fra Corigliano e Trebisacce, sotterrate in agrumeti, tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. E’ la conferma delle voci che giravano dall’arresto dell’assessore regionale Stancato. I rifiuti tossici, oltre 35 mila tonnellate, della Pertusola di Crotone venivano sotterrati nella sibaritide. Interviene a proposito il deputato cossuttiano Mario Brunetti, residente nella zona. Il deputato sostiene da anni , (a proposito ha presentato già da tempo una relazione alla commissione antimafia che si occupa del traffico dei rifiuti ) che la mafia utilizzi tutti i mezzi ed i posti possibili per nascondere i rifiuti tossici. Addirittura la mafia utilizzerebbe proprie ditte edili per seppellire nel cemento i rifiuti. Ed indica i piloni del viadotto "Saraceno" fra Trebisacce e Villapiana. Secondo il deputato nei piloni sarebbero cementati bidoni dal contenuto micidiale. 

Che siano quelli della nave Korabi ?

In tutto questo periodo intanto il ministro Ronchi ha commissariato la regione Calabria in materia di rifiuti e nominato un proprio sub commissario: l’avvocato dei verdi Italo Reale.

Il piano dei rifiuti preparato dal commissario è stato immediatamente contestato da tutte le associazioni ambientaliste Legambientee WWF in testa che lo hanno trovato sovrastimato e non inerente alla realtà del territorio. Insorgono anche i comitati territoriali legati all’ambientalismo di base allorchè nel piano regionale dei rifiuti vengono inseriti due megainceneritori , uno nel territorio di Bisignano nel cosentino l’altro a Gioia Tauro nella provincia di Reggio Calabria.

A Bisignano inzia una dura lotta ed un lungo braccio di ferro fra popolazione che non vuole l’inceneritore e il commissario verde Reale che a tutti i costi vuole impiantarlo, nonostante tutta la zona sia a vocazione agricola (a proposito vedi nella pagina Contro gli inceneritori) CALABRIA).

 

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ESTRATTO RAPPORTO ECOMAFIA LEGAMBIENTE 2001 /

dati CALABRIA

il rapporto completo può essere rischiesto a www.legambiente.it

 

9.2 Calabria

Ben 1.288 illeciti accertati dalle forze dell’ordine nel ciclo del cemento e 179 sequestri, per un valore che supera gli 80 miliardi di lire. Sono questi i numeri che proiettano quest’anno la Calabria al primo posto per la quantità e, come vedremo, la qualità di fenomeni illegali che vanno dalle attività estrattive all’abusivismo edilizio. Sempre questi numeri rivelano, però, un’accresciuta attenzione da parte delle forze di polizia nelle attività di prevenzione e repressione della criminalità ambientale.

Vale la pena cominciare allora dal primo livello del cemento illegale: quello delle cave. Il Duemila, infatti, è stato caratterizzato da una serie impressionante di sequestri. A Serrata, in provincia di Reggio Calabria, viene sequestrata una cava realizzata in una zona sottoposta a vincoli paesaggistici e idrogeologici. Il Comando provinciale dei carabinieri denuncia otto persone e, soprattutto, segnala come i gestori di questa cava abusiva nella piana di Gioia Tauro siano "vicini" alla cosca Pesce di Rosarno. Sempre in provincia di Reggio, nel comune di Scilla, scattano i sigilli per un'altra cava abusiva. Nel mirino degli ecocriminali finisce questa volta l’alveo del torrente Favazzina, ovviamente di proprietà demaniale. Cinque persone, sorprese anche in questo caso dai carabinieri, erano al lavoro per estrarre ghiaia e materiale inerte: un’attività intensa che ha causato anche la deviazione del corso naturale del torrente. Sul posto vengono sequestrate anche motopale ed escavatori.

Da Reggio Calabria a Vibo Valentia: qui il Corpo forestale dello Stato sequestra due cave abusive, nei comuni di Soriano Calabro e Arena. Nell’ambito della stesa operazione di tutela ambientale vengono anche individuati tagli abusivi di decine di alberi, lavori di scavo e movimentazione terra non autorizzati, violazioni di sigilli in cantieri abusivi già sotto sequestro, opere edilizie realizzate in zone sottoposte a vincoli paesaggistico-ambientali. Insomma, un’illegalità diffusa.

Sempre in provincia di Vibo Valentia, nel territorio di Dinami, viene intercettato un altro assalto a un fiume, il Marepotamo. I carabinieri arrestano in flagranza due persone, per furto aggravato di materiale inerte e danneggiamento di bellezze paesaggistiche, sequestrano due camion, un escavatore e un trattore. I due arrestati avevano già prelevato un rilevante quantitativo di sabbia dal letto del fiume e si accingevano a completare il carico.

Cave sotto sequestro anche in provincia di Catanzaro. Nel comune di Andali vengono messi i sigilli a un’attività estrattiva (realizzata senza alcuna autorizzazione in un’area soggetta a vincolo persino su terreni di proprietà di terze persone, estranee ai fatti) a un impianto di frantumazione degli inerti, un camion e un escavatore. Insomma, una vera e propria impresa illegale in piena regola.

Ma l’operazione più significativa è quella svolta nel dicembre scorso nel territorio di Sambiase: qui i carabinieri mettono a segno il sequestro di ben quattro cave abusive estese per una superficie di sei ettari. Vengono sequestrati sei mezzi pesanti, tra camion, già carichi di materiale inerte da rivendere, e pale meccaniche. All’interno della cave, infine, viene rinvenuto un rilevante quantitativo di rifiuti urbani, speciali e tossici. E’ l’ennesima conferma del "ciclo dell’ecomafia".

Da queste cave, dai milioni di metri cubi estratti illegalmente, arriva la materia prima che alimenta, quasi sempre, le strutture imprenditoriali controllate dalla ‘ndrangheta. Non è un’ipotesi: il Rapporto annuale sul fenomeno della criminalità organizzata del ministero dell’Interno segnala, come, nella provincia di Vibo Valentia "i Mancuso (noto clan della zona, ndr) hanno creato un vero e proprio monopolio di gestione nel settore degli appalti: quasi tutti i rappresentanti delle consorterie ‘ndranghetiste ad essi legati sono titolari di imprese edili che partecipano alle gare attraverso prestanome e, comunque, ricevono successivamente i lavori in subappalto". La Commissione parlamentare antimafia, nella relazione sulla Calabria approvata lo scorso 26 luglio, afferma: "Il campo dove è stata già diffusamente segnalata e comprovata l’insistenza di imprese legate ad organizzazioni criminali, direttamente o indirettamente (attraverso intermediari e prestanome) e in varie forme, anche in apparenza ineccepibili sotto il profilo della legalità e del rispetto di ogni regola del procedimento di gara – è proprio quello degli sbancamenti e del movimento terra, del trasporto e dell’impiego di inerti, del commercio e del trattamento dei prodotti cantieristici e innanzi tutto del cemento".

Quando non servono per rifornire le imprese della ‘ndrangheta, i materiali estratti dalle cave illegali finiscono sul mercato dell’abusivismo edilizio: nel Duemila, secondo le stime elaborate dal Cresme, sono state realizzate in questa regione ben 2.620 costruzioni abusive, per un valore immobiliare equivalente a oltre 350 miliardi di lire. In provincia di Catanzaro, nei comuni di Pianopoli, Carlopoli, Conflenti, Platania, Serrastretta, Soveria Mannellli e Nocera Terinese, l’Arma dei carabinieri ha denunciato 35 persone e sequestrato sette immobili abusivi. A Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, tra marzo e aprile dello scorso anno, vengono denunciate per abusivismo edilizio altre 13 persone. Sempre in provincia di Reggio Calabria, la Guardia di Finanza di Melito Porto Salvo sequestra, tra marzo e maggio, ben 70 immobili e manufatti costruiti abusivamente, alcuni dei quali su terreni demaniali, denunciando 15 persone all’autorità giudiziaria.

Quando non sono disponibili le cave, gli "imprenditori" del ciclo del cemento fanno ricorso alle…discariche. Proprio materiale di risulta proveniente da una discarica abusiva è stato utilizzato, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, per i lavori di prolungamento della pista dell’aeroporto "Tito Minniti". Materiale, tra l’altro, assolutamente non idoneo a sopportare il peso degli aerei. L’indagine, che nel mese di giugno aveva portato all’arresto dei titolari di tre imprese (una delle quali, messa sotto sequestro, è specializzata nella fornitura di calcestruzzo), rivela secondo gli inquirenti l’elevato grado d’infiltrazione che mantiene la ‘ndrangheta nel settore degli appalti e, in particolare, nelle forniture del già citato calcestruzzo nei settori dell’edilizia pubblica e privata. L’intero progetto di potenziamento e adeguamento dell’aeroporto, infatti, sarebbe stato falsificato anche per consentire "a personaggi legati all’organizzazione criminale operante sul territorio, riconducibile alla cosca dei Labate, di mantenere la disponibilità di immobili ricadenti nell’area di sicurezza di fine pista che, invece, avrebbero dovuto essere demoliti".

Quasi tutti i clan della ‘ndrangheta, sulla falsariga di quanto si sta verificando in Sicilia, hanno riattivato, insomma, il loro "sistema" d’imprese e di relazioni in vista dei nuovi investimenti pubblici: dai cantieri della Salerno-Reggio Calabria ai finanziamenti previsti per il Quadro comunitario di sostegno 2000-2006. Morabito, Molè, Serraino, Rosmini, Libri: i nomi delle organizzazioni più "antiche" rispuntano nelle indagini e negli arresti compiuti nell’anno appena trascorso. E in ogni inchiesta è emerso il ruolo svolto ancora oggi da questi clan nell’accaparramento di appalti pubblici. Lo stesso discorso vale per il clan Santaiti di Seminara e, ancora di più, per la cosca Ruga-Loiero-Metastasio. A questo gruppo criminale che ha concentrato la propria attività nella realizzazione di opere pubbliche, in particolare nella Locride, vengono confiscati nel luglio 2000 beni per un valore di undici miliardi di lire: due ville, terreni, appartamenti, locali e, soprattutto, autotreni, rimorchi e mezzi per la lavorazione e il trasporto di calcestruzzo.

La fortissima pressione esercitata dai clan sul mercato degli appalti è probabilmente all’origine di alcuni delitti che hanno scosso la Calabria, in particolare l’area della Locride e il Crotonese, tra febbraio e aprile 2000 (come quello dell’imprenditore edile Domenico Gullaci, vittima di un grave attentato dinamitardo). Ma secondo la Commissione parlamentare antimafia si tratterebbe di drammatiche eccezioni. Ricordando le ingenti risorse destinate alla Calabria, la Commissione afferma: "Esse, prevedibilmente, richiameranno attenzioni non desiderate da parte della ‘ndrangheta che, in questo preciso momento storico, sta adontando l’intelligente strategia di operare al coperto, senza clamorose azioni di sangue, per evitare l’interessamento degli inquirenti e per accreditare la tesi fallace di un irrimediabile declino della mafia calabrese". Una strategia del tutto simile a quella adottata da Cosa nostra.

Particolarmente incisiva, per quanto riguarda l’attività delle forze dell’ordine, è stata l’azione del Noe le cui infrazioni accertate sono triplicate passando dalle 60 del 1999 a 191 di quest’anno sequestrando beni per quasi 60 miliardi, un valore venti volte superiore all’anno prima (3,2 miliardi del 1999). Lo stesso discorso vale per la Guardia di Finanza i cui beni sequestrati raddoppiano dai 9,1 miliardi di lire del 1999 ai 21 dell’anno appena trascorso.

Il ciclo del Cemento - I dati delle forze dell’ordine

 

Noe-Cc

GdF

Capit. di porto

CFS

PS

TOTALE

Infrazioni accertate

191

104

633

360

-

1.288

Sequestri effettuati

21

70

12

76

-

179

Valore sequestri (mln)

58.950

21.079

-

-

-

80.029

             

Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2000)

 

10.3 Calabria

Il forte interesse della ‘ndrangheta nel settore dei rifiuti e il coinvolgimento in traffici e smaltimenti illeciti continuano a coinvolgere pesantemente la Calabria. Questa regione, che è in emergenza rifiuti dal 1997 e il cui passaggio "all’ordinario" sembra ancora lontana, continua ad essere una sorta di "Eldorado", una terra di conquista per ecomafiosi e trafficanti di veleni, che seguendo la dorsale tirrenica portano qui i rifiuti provenienti dal nord dell’Italia. Le conferme istituzionali di quanto Legambiente sostiene da anni non mancano.

La Commissione parlamentare antimafia nella relazione sulla Calabria, approvata il 26 luglio 2000, non lascia adito a dubbi in merito: "Altri settori che appaiono in misura diversa interessati da una presenza della ‘ndrangheta sono quelli delle discariche e dei rifiuti tossici (…). Le operazioni giudiziarie più significative in materia di ambiente e territorio sono in numero sufficiente a rappresentare stretti collegamento tra l’intervento diretto o indiretto delle organizzazioni criminali nei business legati ai diversi momenti del ciclo dei rifiuti e i delitti consumati contro la salute dell’uomo e contro l’ambiente (in diversi casi irreparabili) e alcuni gravi rischi idrogeologici e sanitari tuttora non rimossi".

Nella relazione si segnala l’allarme lanciato dal Presidente della Provincia di Crotone, in occasione dell’incontro del 7 marzo 2000 che la Commissione antimafia ha avuto con il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Dal Presidente della Provincia sono stati denunciati "gli interessi e gli interventi mafiosi nella costituzione di società per i rifiuti sia ad Isola Capo Rizzuto sia in una località già nota nella seconda metà per il ritrovamento di otto bidoni di Seveso nelle campagne di Cirò Marina, dove quella notorietà viene riproposta oggi dalla scoperta - sulla quale occorre fare piena luce - di un altro bidone. Così come occorre fare piena luce sull’ipotesi che rimarchevoli stock di sostanze radioattive siano stati trasportati e stipati in luoghi sotterranei marini o di ex miniere esistenti nella zona di Cirò".

Un’altra conferma sul coinvolgimento della Calabria nei traffici di rifiuti viene da chi di ecomafia se ne intende, e cioè dal Sostituto procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie. Nell’audizione del 20 luglio 2000, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, il magistrato affronta questo problema, entrando nel dettaglio anche di quella che si può definire la nuova frontiera dello smaltimento illecito dei residui industriali: la miscelazione di rifiuti speciali e pericolosi con le materie prime necessari alla produzione di materiale per l’edilizia. " Si è proceduto - sostiene Ceglie - al sequestro dei locali di una società di Ponticelli, la Bitumitalia, dove sono stati rinvenuti circa 3.500 quintali di rifiuti pericolosi (cadmio, arsenico, alluminio) che venivano utilizzati per la pavimentazione delle strade. L’altro ieri si è proceduto al sequestro di 13 tir a Gioia Tauro e ieri al sequestro di una ex cava abusiva utilizzata come centro di stoccaggio momentaneo per il contenuto di quei 13 tir, che veniva in parte trasportato ad un fornace sita a qualche chilometro dall’ex cava, dove questo materiale veniva utilizzato per la realizzazione di mattoni destinati alla costruzione di immobili. Di concerto con il procuratore della Repubblica di Palmi, dottor Elio Costa, si è proceduto al sequestro dei tir, del materiale, della cava e della fornace". Ed ancora: "Si è avuta così la conferma di alcune circostanze: continua un flusso imponente di rifiuti dal nord verso il sud che vede come regioni di arrivo privilegiate la Campania e la Calabria; il materiale sequestrato presso la ditta Bitumitalia e presso la cava di Gioia Tauro è lo stesso che abbiamo individuato e sequestrato in discariche abusive del casertano. (…) Abbiamo fondato motivo di ritenere che una piccola parte di questi venisse riutilizzata per la pavimentazione delle strade o per la realizzazione di questi mattoni, mentre la maggior parte venisse abbandonata illecitamente sul territorio, sicuramente nella provincia di Caserta e probabilmente anche altrove".

Vale la pena sottolineare che quest’ultima operazione descritta da Ceglie, compiuta dal Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri, ha portato al sequestro di un’area di 20mila metri quadri, dove erano state smaltite illegalmente ben 15mila tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Il traffico descritto da Ceglie nell’audizione è di vastissime proporzioni: investe la Calabria ma anche altre regioni d’Italia. "La provenienza - afferma il Sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere - è il Veneto e la Lombardia (…). L’ultima informativa del Noe di Bari del 19 luglio ha reso noto a me e al collega della Procura del tribunale di Napoli il sequestro di un automezzo che conteneva rifiuti costituiti da polveri di abbattimento fumi, nel corso del quale era stato sequestrato anche un formulario falsificato con cui veniva attestato un fantomatico deposito presso un centro autorizzato che invece non era mai accaduto. Si ha così l’ennesima conferma della falsificazione dei formulari e del materiale cartaceo che dovrebbe attestare la regolarità del trasporto di questi rifiuti, che vengono invece smaltiti attraverso l’utilizzo illegale in attività imprenditoriali o attraverso l’abbandono illegale nel territorio di alcune regioni, senz’altro la Campania, la Calabria, la Puglia e l’Umbria".

Anche le testimonianze rilasciate da diversi soggetti istituzionali e da magistrati operanti in Calabria nel corso del convegno sul commissariamento per l'emergenza rifiuti di Reggio Calabria, organizzato dalla Commissione d’inchiesta sui rifiuti, sono tutt’altro che tranquillizzanti.

Antonio Catanese, Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, nel corso del convegno ha sostenuto quanto segue: "A questo problema, infatti (…) la moderna criminalità mafiosa già da tempo ha rivolto la sua indesiderata attenzione. Giacché, se criminalità organizzata oggi significa, più di ieri, potere economico-finanziario, la gestione dei traffici illeciti dei rifiuti di qualsivoglia natura non può non interessare le organizzazioni mafiose calabresi, perché tali traffici garantiscono flussi finanziari tali da indurre le varie consorterie della delinquenza criminale a ricompattarsi per meglio assicurarsi lo sfruttamento di tale settore, laddove esse non hanno esitato, e non esitano, a farsi la guerra per il controllo e la supremazia in altri settori (mi riferisco a quelli degli stupefacenti, delle armi, dei lavori e degli appalti pubblici)".

Non cambia la sostanza della dichiarazione di Carlo Ferrigno, prefetto di Reggio Calabria: "Per quel che concerne gli aspetti di sicurezza pubblica non può non rilevarsi il costante e concreto pericolo, come già sottolineato dal procuratore Catanese, che la criminalità organizzata utilizzi il settore dello smaltimento rifiuti come fonte d’investimenti e d’illeciti guadagni. L’interesse della criminalità organizzata nel controllo e nella gestione del territorio in questo settore trova anche giustificazione nella circostanza che, investendo il suo patrimonio in iniziative della specie, esiste a fronte una sostanziale assenza di rischi connessi alla natura prevalentemente contravvenzionale delle fattispecie illegali; ma l’aspetto più preoccupante è quello relativo alla progressiva penetrazione della ‘ndrangheta nel settore degli appalti e sub-appalti, sia pubblici che privati, che sta passando da un mero ma efficacissimo controllo di fatto ad una diretta titolarità degli impianti attraverso imprese direttamente legate alle organizzazioni criminali".

Il Sostituto procuratore presso la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Alberto Cisterna, entra nel merito di inchieste relative all’infiltrazione della ‘ndrangheta nel ciclo dei rifiuti: "Sui giornali locali è stata resa nota l’esecuzione di una serie di intercettazioni ambientali nel corso delle quali, nell’ambito di indagini che hanno portato alla cattura di elementi di primo piano della cosca Molè-Piromalli, vengono intercettate comunicazioni tra soggetti di primo piano delle consorterie della piana di Gioia Tauro, che tra loro commentavano il differimento di un’operazione di installazione, in questa località, di una discarica abusiva di rifiuti tossici nocivi e radioattivi".

Cisterna affronta nel suo intervento anche la centralità del porto di Gioia Tauro nel complesso e criminale meccanismo degli smaltimenti illeciti di rifiuti: "Il dato di una certa importanza, riscontrato da dichiarazioni anteriori dei collaboratori di giustizia che di questa vicenda avevano parlato, attiene al fatto che, transitando nel porto di Gioia Tauro navi che arrivano da tutto il mondo, faccendieri non calabresi, ma in stretto contatto con elementi della ‘ndrangheta, avevano pensato di dar corso a questo insediamento illecito giocando su più piani. Quello di maggiore interesse vedeva il consorziarsi di alcune imprese dedite, formalmente, al recupero di rifiuti solidi, in particolare al recupero di rifiuti che approdavano al porto di Gioia Tauro. Ciò in virtù del fatto che durante le operazioni di sbarco e imbarco si procede alle pulizie di bordo e si recuperano gli oli esausti, per cui vi è un’attività di trattamento e recupero di questo tipo di rifiuti che già aveva visto la presenza di imprese senz’altro ricollegate a soggetti mafiosi, alcuni dei quali già condannati. In qualche modo, quindi, avevamo avuto l’impressione che su questa movimentazione economica di un certo rilievo si fossero innestati affari illeciti, cioè forme di smaltimento, di recupero e di smistamento di rifiuti nel territorio di Gioia Tauro".

Non mancano nelle parole del Sostituto procuratore presso la Dda di Reggio Calabria i riferimenti alle infiltrazioni negli appalti sui rifiuti dell’ecomafia calabrese: "Di grande interesse sono state anche le indagini relative alle tre discariche principali del comune di Reggio Calabria, cioè Pietrastorta, Sambatello, Longhi-Bovetto. In tutti e tre i siti e per tutte e tre queste vicende vi sono state pesanti infiltrazioni mafiose, non declamate, accertate nell’ambito di procedimenti penali. Per la vicenda di Longhi-Bovetto risulta, addirittura, che 19 delle 50 offerte di gara pervenute e che hanno determinato l’aggiudicazione della gara, avendo spostato la media ponderale di aggiudicazione, erano fasulle, in quanto provenivano da imprese inesistenti. Ciò ha fatto sì che la gara fosse aggiudicata, ma nel momento in cui il comune ha restituito la documentazione alle imprese che non si erano aggiudicate l’appalto, quest’ultima è tornata al mittente in quanto i destinatari erano sconosciuti". Ed ancora: "La circostanza che poi l’appalto sia stato aggiudicato ad un’impresa siciliana indagata per reati di mafia, nell’ambito di altri procedimenti penali della Dda di Palermo, traccia uno scenario che ci fa capire come le vie di queste collaborazioni siano sovrapposte, sovrapponibili, multiple, per cui è difficile riuscire ad arrivare all’accertamento di fatti, in quanto i soggetti si muovono in ambiti territoriali che non sono i nostri".

La cronistoria dei numerosi ritrovamenti di discariche abusive dello scorso anno completa il quadro finora riportato e rende l’idea su come il ciclo dei rifiuti in Calabria sia caratterizzato non solo dall’interessamento del crimine organizzato ma da una diffusa illegalità.

Il 2000 per la Calabria inizia con un’operazione condotta a Rizziconi (Rc) dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, che ha portato alla denuncia di nove persone e al sequestro di due discariche abusive di rifiuti speciali, derivanti da attività agricole, e di un autocarro utilizzato per il trasporto dei rifiuti. Qualche giorno dopo, in un’altra operazione compiuta dai Carabinieri di Melito Porto Salvo (Rc), sono state sequestrate due discariche abusive ed un insediamento produttivo per la lavorazione di marmi e graniti, per un valore complessivo di circa 900 milioni di lire.

Un altro fatto di illegalità nel ciclo dei rifiuti di un certo rilievo avviene il 23 marzo scorso. Nell’ambito di una vasta operazione, denominata "Grand Canyon" ed eseguita dai Carabinieri di Crotone e dal Noe di Reggio Calabria, vengono sequestrati gli impianti di una ditta di Crotone, una discarica abusiva di dieci ettari in località Suveretto Fallao ed un impianto per la lavorazione degli inerti a Rocca di Neto, per un valore totale di ben 200 miliardi di lire. I denunciati alla fine saranno 49. Tutti e tre i sequestri sono accomunati da smaltimenti illegali di rifiuti speciali. Per quanto riguarda la discarica abusiva le indagini hanno accertato che i rifiuti speciali venivano trasportati da diversi soggetti sul posto, per poi essere "tombati" in una preesistente cava di terriccio.

Successivamente è il Corpo forestale dello Stato a compiere diversi sequestri di discariche abusive. A Vibo Valentia, a poca distanza dal castello della città, vengono trovate scatole di medicinali scaduti, siringhe usate e macchinari ospedalieri abbandonati, mentre a Rossano (Cs) in una zona periferica viene posta sotto sequestro una discarica comunale di materiale inerte.

Anche la Guardia di Finanza non è da meno. A Reggio Calabria, nel quartiere Archi, vengono poste sotto sequestro due discariche abusive, su di un’area di 3000 metri quadrati, mentre 5 persone vengono segnalate dall’autorità giudiziaria. Sul posto sono stati rinvenuti consistenti quantitativi di rifiuti: materiale edilizio di risulta ed eternit (la miscela di cemento ed amianto notoriamente cancerogena), carcasse di autovetture ed elettrodomestici. Sono sempre i finanzieri a denunciare due addetti del servizio della nettezza urbana di Isola Capo Rizzuto, sorpresi mentre scaricavano i rifiuti da una motospazzatrice municipale in una discarica abusiva in località "Pizzo Greco", in un’area confinate con la locale riserva marina.

Va segnalato anche il sequestro compiuto a Villa San Giovanni (Rc) dalla Polizia di Stato, dove in un terreno di circa 4000 metri quadrati, adiacente al cimitero comunale, vengono ritrovati rifiuti speciali smaltiti illegalmente.

Lo scorso anno si chiude per la Calabria con l’ennesimo maxi sequestro a Gioia Tauro, già coinvolta pesantemente nel vasto traffico descritto da pm Donato Ceglie, operato stavolta dalla Guardia di Finanza in seguito alle indagini del Procura della Repubblica di Palmi: nelle tre discariche abusive rinvenute sono state rinvenute circa mille tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi.

I dati forniti delle forze dell’ordine nell’anno appena trascorso hanno registrato una diminuzione delle infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti a fronte di una crescita considerevole del numero dei sequestri, a testimonianza della maggiore gravità delle infrazioni commesse. Nello specifico le violazione sono passate da 336 del 1999 a 149 del 2000, mentre il numero dei sequestri è cresciuto di quasi l’80% passando da 43 a 75, per un valore per il solo Noe di superiore ai due miliardi di lire. In particolare è da segnalare l’incremento dei sequestri operati dalla Guardia di finanza dai 27 del 1999 ai 52 del 2000.

 

Il Ciclo dei Rifiuti - Le principali operazioni di polizia ambientale

Località

Prov.

Data Tipologia Forza di polizia
Rizziconi

Rc

13/01 Rifiuti speciali Carabinieri
Melito Porto Salvo

Rc

26/01 n.d. Carabinieri e Noe
Crotone

Kr

23/03 Rifiuti speciali Carabinieri
Vibo Valentia

Vv

19/04 Rifiuti speciali Corpo forestale dello Stato
Reggio Calabria

Rc

11/05 Rifiuti speciali e pericolosi Guardia di Finanza
Gioia Tauro

Rc

19/07 Rifiuti pericolosi Noe dei Carabinieri
Isola Capo Rizzuto

Kr

22/07 Rifiuti urbani Guardia di Finanza
Reggio Calabria

Rc

01/08 n.d. n.d.
Villa S. Giovanni

Rc

29/09 Rifiuti speciali Polizia di Stato
Gioia Tauro

Rc

04/10 Rifiuti speciali e pericolosi Guardia di Finanza

Fonte: elaborazione Legambiente su dati Ansa (2000)

n.d.: informazione non disponibile

Il ciclo dei Rifiuti - I dati delle forze dell’ordine

 

Noe-Cc*

GdF

CFS

PS

TOTALE

Infrazioni accertate

61

52

35

1

149

Sequestri effettuati

17

52

5

1

75

Valore sequestri (mln)

2120

     

2120

Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2000)

*: controlli nelle discariche pubbliche e private

 

 

 

 

 

 

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Le segrete coincidenze tra mafia e globalizzazione

VITO BARRESI

NONOSTANTE la dabenagine di quanti avrebbero dovuto far spostare i cassonetti dagli angoli dei viali, svuotare in tempo le stazioni di benzina, smantellare i tubi innocenti dai cantieri edili, abbiamo contribuito a quello che per i media é stato un eccellente spettacolo di crimine in diretta, si fa presto a dire che l'unica minaccia alla via della globalizzazione intrapresa dal vertice del G8 siano i teppisti che hanno scorazzato per le vie di Genova. Dare per scontato un simile luogo comune. essere tentati di veicolarlo come una verità assoluta, sarebbe certamente una facile scorciatoia ma soprattutto una pericolosa falsificazione delle cose . In realtà i nemici di una visione del mondo globale e universale sono altri e fra questi ne spiccano almeno due simmetricamente dimenticati ed evitati sia nelle agende dei grandi che nei memorandum dei contestatori: la criminalità mafiosa e la corruzione. Della corruzione dirà poco. Essa è il ‘proiettile magico" a disposizione della criminalità per colpire al cuore la democrazia e la legalità. Me la caverò con una storiella. Si racconta che Abramo Lincon, ancora parlamentare, buttò fuori dall’ufficio un tizio che di fronte a un suo diniego per tutta risposta gli aveva offerto una tangente più alta. Il manigoldo, dopo essersi rivolto ad uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, domandando se forse stava offrendogli ancora troppo poco, si buscò una perentoria risposta: no, il fatto è che lei si sta avvicinando troppo al mio prezzo...

Dentro il convulso processo della globalizzazione economica e finanziaria, come un verme che rode la polpa della ‘grande mela", la criminalità ha messo a profitto occasioni e vantaggi, offerte dalla nuova dimensione dell’economia mondo. Chiunque può constatare che questo mostro dalle mille teste era già geneticamente predisposto a sfruttare tutte le opportunità della globalizzazione. Nel gigantesco flusso di oltre 3.000 mila miliardi di dollari che giornalmente transitano velocemente nel sistema bancario mondiale è praticamente impossibile distinguere il grano dall 'oglio, le banconote pulite dal denaro sporco.

Solo in Europa si stima che questa nuova "global -mafia", abbia raggiunto un fatturato di 400 miliardi di dollari, pari all’in circa a 700 mila miliardi di lire. L’Unione Europea è un fiorente mercato dove si consuma droga, prostituzione, contrabbando, gioco d’azzardo, valuta falsa, in-migrazione clandestina, organi umani, auto, armi, rifiuti tossici e urbani, investimenti immobiliari, banche, finanziarie, imprese.

Queste economie di scala sono amministrate da una macroscopica filiera criminale, fiorente come una multinazionale nel cui consiglio d’amministrazione siedono anonimi e spietati ‘padrini globali" che controllano e gestiscono una massa finanziaria quasi pari al 5% del prodotto interno lordo dei paesi europei, Russia e satelliti compresi. Così come i legittimi rappresentati degli’ stati economicamente più potenti del pianeta si riuniscono periodicamente, anche queste organizzazioni criminali hanno una loro conferenza mondiale, una sorta di G5 del crimine, composta da Mafia italiana. mafie russe, yakuza giapponese. triade cinesi e i cartelli colombiani. A questi arcani maggiori della criminalità globale si sono nel frattempo aggiunti le cosche emergenti nigeriane, la mafia albanese e quella turca. La "global-mafia ", secondo le rilevazioni delle polizie internazionali, è strutturata in 7.500 clan, attivi in ogni parte del mondo, che dispongono di 470 mila affiliati e di oltre cinque milioni di fiancheggiatori, molti dei quali con il colletto bianco. Tali numeri offrono solo parzialmente l'idea impressionante della forza pervasiva e inquinante di un fenomeno ampiamente indagato negli scorsi anni dal Senato Usa (John Kerry, The new war, 1997).

L’italia è il paese delle 4 mafie:

Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita. E’ nota a tutti la vocazione globale delle quattro mafie italiane. Esse fin dalle origini sono state potenzialmente "globali". Non a caso la loro disseminazione nel mondo è avvenuta seguendo il ciclo dei grandi flussi migratori transoceanici. Di esse è risaputa la straordinaria capacità di contaminazione politica attraverso il controllo di vaste circoscrizioni elettorali del Mezzogiorno, e l’abilità a manovrare e ordinare il voto di scambio. Purtroppo, a livello mondiale, come dimostra anche l’ultimo G8, la consapevolezza di questa minaccia è ancora sotto la soglia dell’allarme. Per questo, al di là delle polemiche di parte, occorre chiedersi se c’è qualcosa di più di una mera coincidenza, qualche segreta simmetria, tra la mafia e la globalizzazione. Se c’è sarà bene inquadrarla e uniti combatterla al più presto.

tratto da Il Quotidiano della Calabria del 26 luglio 2001

 

 

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