CHIUDERE TUTTI I CPT

Il 12 Novembre 2005 di nuovo davanti al CPT di Lametia T. gestito dalla coop. Malgrado Tutto. Tensione con la Digos che non voleva far entrare i 300 manifestanti nell'area antistante il lager vero e proprio ed impedire così di poter parlare anche se attraverso le sbarre ed i cancelli con i fratelli immigrati imprigionati. Ma una rete cede ed i manifestanti entrano nell'area. la polizia in assetto di scontro preferisce mettersi da parte di fronte alla determinazione dei manifestanti. Impedito l'accesso nel lager ai giornalisti presenti. mentre solo il senatore Martone ha il permesso di entrare.

la polizia si schiera di fronte la rete

Intanto gli immigrati  salutano i no global dalle loro finestre

La rete cede e tutti entrano

Sotto le finestre del lager ad ascoltare le storie dei fratelli immigrati

COMUNICATO STAMPA

Sabato 12 Novembre : Impedito ai giornalisti l'ingresso nel CPT di Lametia Terme

 Nel corso della manifestazione contro i CPT indetta dal movimento no global calabrese alla presenza del senatore Franco Martone e del consigliere regionale di Rifondazione Comunista  Egidio Masella, alcuni giornalisti calabresi hanno chiesto di entrare in delegazione insieme al senatore Martone. All'inizio la direzione del CPT diretto da Raffaello Conte aveva acconsentito e tre giornalisti erano già entrati nell'area antistante il CPT. Ma quando si è presentato ai cancelli il giornalista Francesco Cirillo inviato del settimanale indipendente Mezzoeuro è scoppiato il parapiglia. Prima gli ispettori della Digos hanno bloccato il giornalista chiedendogli il tesserino, pensando che non l'avesse, poi quando hanno constatato che il tessrerino lo aveva hanno detto che non poteva far parte della delegazione. A questo punto della discussione si è inserito lo stesso Conte il quale con fare minaccioso e frasi minacciose indirizzate a Cirillo diceva chiaramente "che poi io e te ci vedremo da soli, ti vengo a trovare a Diamante". Cirillo per nulla intimorito chiedeva davanti agli ipettori della Digos chiarimenti su quella frase e Conte rispondeva che non gli erano andati giù gli articoli da lui pubblicati su Mezzoeuro. A questo punto, alle rimostranze di Cirillo, i dirigenti della DIGOS pur di non far entrare Cirillo , facevano uscire tutti i giornalisti, invitando gli stessi giornalisti a "convincere" Cirillo nel rinunciare ad entrare pur di far entrare loro. Quello che è successo al CPT di Lametia è molto grave e dimostra che quando i giornalisti non sono "embedded" cioè supini ai poteri se ne ha paura, in quanto liberi e veritieri.

Dichiarazione di Francesco Cirillo:

" Chiedo alla stampa calabrese, di far sentire la propria voce su questo episodio e di chiedere ufficialmente come Ordine dei Giornalisti calabresi alla Prefettura di Catanzaro un autorizzazione ufficiale perchè i giornalisti delle testate calabresi possano entrare in quel CPT , senza preavviso, per constatare le condizioni di vita degli immigrati lì detenuti. Ritengo che sia grave quanto a me avvenuto e penso che la stampa calabrese, fatta di tanti gionalisti liberi, faccia sentire la propria voce.Per capire la situazione e la volontà da parte dei dirigenti di questo centro, gestito dall'ARCI e dalla lega delle Cooperative, nel cercare di  non volere far uscire la verità da quel centro di detenzione,lo stesso sen.Martone è stato aggredito all'interno del CPT dallo stesso Raffaello Conte con frasi minacciose e oltraggiose e per questo il senatore tramite l'avv.Adriano D'Amico presenterà querela".


Dopo la manifestazione che si e' tenuta a Lamezia Terme per protestare contro i CPT, il gestore per ripicca non sta dando il cibo ai fratelli migranti.

Raffaello Conte* ha attuato la sua solita strategia: niente cibo a chi si ribella!
Dopo la manifestazione di sabato scorso, organizzata da decine e decine di associazioni movimenti e partiti, all'interno del CPT di Lamezia non stanno piu' distribuendo il cibo agli ospiti.
Ieri, in tarda serata, hanno distribuito una poltiglia bianca, forse riso scaldato. Stamane la stessa situazione, ancora alle 13.30 non era stato distribuito alcun tipo di alimento.

(*) Raffaello Conte e' il presidente della cooperativa
"Malgrado Tutto", affiliata ARCI che gestisce il CPT di Lamezia Terme (CZ). All'interno di questo centro sono avvenuti i peggiori crimini: un ospite dopo essersi procurato lesioni e trasferito all'ospedale, ha pensato bene di gettarsi dal 3° piano del presidio sanitario locale; un'altro ospite e' tutt'ora paralizzato su una sedie a rotelle perche' pestato a sangue sino al coma, su questo episodio la magistratura ha aperto un procedimento penale che vede imputati 2 maghrebini... su questo episodio c'e' da far piena luce in quanto il "braccio destro" di Conte, Egidio Gagliardi, dichiaro' agli inquirenti che nell'ambulanza il ragazzo (in coma) riferi' i nomi dei due connazionali.


LA VISITA AL CPT DI LAMETIA IL 12 NOVEMBRE 2005

IL RESOCONTO DI ADRIANO D'AMICO


 

La Casa dei Migranti a Cosenza

Storie di Francesco Cirillo

4 ottobre 2004

Una giornata particolare nella casa dei Migranti a Rende. Una risposta umana e concreta ai carceri chiamati  CPT

Ci dovremmo vergognare ogni giorno. Proprio mentre mangiamo. Quando durante i TG scorrono le immagini delle navi che scaricano uomini, donne, bambini, classificati da leggi fasciste e razziste, una volta clandestini, un'altra extra comunitari. Come se non ci appartenessero, come se fossero anonimi, fantasmi.  E’ gente invece che hanno un nome ed un cognome, che hanno vite alle spalle, una società, una famiglia, un territorio. Gente che è stata costretta ad abbandonare tutto quanto, per guerre tribali, guerre create ad arte dallo stesso occidente, per stupri, violenze e torture inenarrabili. Ma oggi ci si emoziona diversamente davanti alla TV . Cosa vuoi che siano 20 o 30 immigrati annegati nelle acque della Tunisia, e altri 40 dispersi nel mare. Sono  annegati in acque internazionali. Non ci appartengono quindi ! Si piange con le storie di Costantino e della sua fidanzata, degli intrighi del Grande Fratello, o si piange di fronte ai falsi ricongiungimenti di Raffaella Carrà. Tutto una finzione che vorrebbe coprire la dura realtà. Quella di un mondo intero in guerra, con popoli interi che fuggono da questa. Milioni di persone che cercano luoghi di pace, tranquilli, dove non si muoia sotto le bombe o di fame. I numeri sono impressionanti: gli arrivi in Calabria ed in Sicilia raggiungono le migliaia d’unità l’anno. Un fenomeno che nonostante gli accordi con la Libia non accenna a diminuire. Il furbo Gheddafi sta cavalcando l’onda degli immigrati per uscire dall’isolamento mondiale voluto dagli Stati Uniti. Ha fatto ammassare nel suo territorio milioni di povera gente, e la sua polizia così come quella Turca lucra su questa gente. “Fatemi fare di nuovo fare affari con voi ed io non farò più passare immigrati dalla Libia per le coste Italiane”- questo chiede Gheddafi al nostro Governo ed all’Europa. Ed il nostro governo dice subito di si. Fare affari con la Libia vuol dire vendere armi, motovedette, navi.  Intanto gli sbarchi continuano a Lampedusa, a Crotone, sulle coste dello ionio. Quando le barche, le zattere, sono individuate dalle nostre motovedette, questa gente è imprigionata. I centri cosiddetta d’accoglienza sono dei carceri temporanei. Luoghi chiusi, dove si viene controllati da guardie ed agenti. Dove vige la legge militare del carcere. I diritti qui scompaiono di colpo. Nell’era della globalizzazione possono circolare in tutto il mondo liberamente, prodotti con OGM, armi nucleari, Coca Cola, puzzolenti MC Donald’s, ricchi uomini d’affari con la cocaina nelle valigette diplomatiche, tutto questo si. Gli uomini, i poveri, le donne stuprate ed infibulate, gente che chiede lavoro e pace, quelli no. Su di loro leggi razziali e fasciste come la Bossi Fini che se viene infranta costa la prigione per 60 giorni al CPT di Sant’Anna o a quello di Lametia. Centri sui quali abbiamo ampiamente già parlato. Ma un alternativa a questo modo d’accoglienza c’è. Ed ‘ sotto gli occhi di noi tutti. E’ la Casa dei Migranti. Si trova nel Comune di Rende in contr. Conciostocchi e rappresenta per la Calabria tutta un fiore all’occhiello. Un luogo di spiritualità vera, fra le foto di Che Guevara e le bandiere kurde. Un luogo dove si respira l’aria della vera solidarietà e dove chi vi vive percepisce subito l’altra Italia, l’altra Europa, fatta di pacifisti, di umanità, di accoglienza vera. La Casa dei Migranti funziona da diversi anni, si trova in una casa cantoniera concessa dalla provincia di Cosenza all’Associazione La Kasbah . Qui si intersecano varie vite, diverse storie. Storie di donne somale, di profughi kurdi, di marocchini, di nigeriane. Donne, bambini, volontari dell’Associazione si danno da fare ogni giorno per risolvere i mille problemi che questi uomini e donne si portano con sé. Una donna somala è giunta con il proprio marito da Crotone solo pochi giorni fa. E’ incinta ed il lungo viaggio l’ha stremata. Appena giunta a Rende , ha dei dolori forti alla pancia, e comincia a sanguinare. E’ subito ricoverata all’Ospedale di Cosenza. Comincia una spola fra la Casa dei Migranti e l’Ospedale. Un traduttore per il marito, i panni puliti per lei, la burocrazia per il ricovero, i soliti timbri che mancano, le solite carte che non si trovano o che non si possono avere. Emilia, una volontaria calabrese dell’associazione, dallo sguardo dolce, vive da anni in questo Casa, e  si occupa con la sua santa pazienza di tutto questo. Fa da spola fra l’ospedale ed il Comune, organizza le esigenze delle donne, ed ha anche l’infinita calma per giocare con una bellissima bambina di un mese, giunta anche lei dalla Somalia con la madre.

 Un viaggio lunghissimo iniziato quasi un anno fa e che l’ha vista attraversare con la sua  famiglia mezza africa .Il Sudan, il Ciad, il deserto del Niger prima di giungere alle coste del mediterraneo. Un viaggio costato migliaia di dollari . Un viaggio dovuto alle cattive condizioni di vita in quei paesi. Un’altra delle  donne oggi ospitate nella Casa dei Migranti è stata violentata da soldati somali. Un'altra ha subito l’infibulazione. Un'altra ancora ha visto tutti i suoi familiari essere uccisi con il “machete” dai soldati. Storie di ordinario orrore che dovrebbe far aprire le porte dell’intera Europa. Non c’è pari alle nostre storie di emigrazione. Noi fuggivamo dai pidocchi, dalla miseria, non dall’orrore. Michele Santagata fa parte dell’Associazione La Casbah. E’ imputato anch’egli fra i militanti del Sud Ribelle . Ed anche lui comparirà il prossimo 2 dicembre davanti al PM Fiordalisi ed i giudici della corte d’assise. La sovversione di Santagata è tutta qui. Il lavoro fra i migranti da anni. Una vita spesa fra bambini piangenti, problemi quotidiani con gli immigrati, riunioni con le istituzioni per ottenere aiuti economici per la Casa dei Migranti. La sua giornata inizia facendo la spesa per la Casa.  C’è la festa di Liberazione la sera. Ed è un occasione per preparare un banchetto , all’interno dell’area festivaliera ,gestito dai kurdi esperti nel famoso Kebab. Un modo di finanziare l’esistenza della stessa associazione e dei profughi kurdi al suo interno. Bisogna comprare la carne al supermercato, i panini, preparare il tutto nelle cucine della Casa, portare il kebab in Piazza 11 settembre , dove c’è il festival , a Cosenza per le 16. Intanto bisogna risolvere i problemi degli ospiti della casa. Michele in tutto questo è frenetico e a stargli dietro ti ci rimbambisci. I problemi si affollano quotidianamente e non ci si può fermare.   Tre donne somale sono giunte da pochi giorni. Hanno due bambini con loro. Bisogna comprare pannolini, dare la prima assistenza, tranquillizzare le donne, giunte senza mariti. Si sono persi durante la navigazione. Non sanno neanche se sono vivi, o morti , o prigionieri in qualche CPT, o già rimpatriati. Ai telegiornali che mostrano le navi di profughi a Lampedusa, queste si incollano allo schermo a scrutare i volti di quegli uomini. Potrebbero riconoscervi il marito, o qualche conoscente, o qualche amico. Sono sedute sul divano dell’ingresso della casa. Hanno i volti ancora sconvolti. Le saluto e mi salutano. Sono tutte con il capo coperto. Una di loro mi da la mano avvolta nel velo. Cominciano a raccontare le loro terribili storie. Intanto Emilia dall’ospedale di Cosenza ci dice le novità sulla ragazza somala ricoverata . Il marito Samson è voluto rimanere fuori dall’Ospedale e non ci sono stati versi per farlo riposare nella Casa.  Nel centro vivono da anni, e aiutano l’Associazione anche tre profughi kurdi. Sono i maestri del kebab, che la sera andrà a ruba , nel banchetto all’interno del festival sotto la bandiera del Kurdistan. Fikret, Haidin e Talip sono questi i loro nomi. Dietro i loro nomi storie incredibili del Kurdistan. Talip proviene da un villaggio kurdo completamente raso al suolo dall’esercito Turco.  Il suo villaggio si trovava in una zona  quasi interamente montuosa. Vi abitavano  circa 350 persone, e quando arrivarono i turchi bruciarono tutto. Molti si rifugiarono sulle montagne per difendere la propria identità culturale, altri scelsero l’esilio. La famiglia di Talip viveva di pastorizia, e bestiame. Una famiglia numerosissima. Fatta di 11 figli. Talip , con la sua voce emozionata e gli occhi tristi , ricorda la sua breve infanzia fra quelle montagne. Un infanzia che lo ha visto fuggire sotto i bombardamenti e arrivare con un suo zio alle coste di Bianco in provincia di Reggio Calabria nel 2000 . Talip ha pagato 1500 marchi per quel viaggio. Il sudore della sua famiglia. “Vai in Europa vedi se puoi poi aiutare tutti noi, gli avrà detto il padre” . E così Talip è salito su quella carretta di nave  insieme ad altre 500 persone. Per chi cadeva in mare, ricorda Talip era la fine.

 I soldi furono presi dai militari turchi che organizzano questi viaggi. Sollecitati anche dal governo per far spopolare le montagne dai kurdi. Bombardamenti e diaspora è questa la politica del governo turco. Una politica che ha portato al bombardamento di oltre 5000 villaggi  ed a alla fuga di circa 3 milioni di kurdi in Europa , in prevalenza in Germania, 8 milioni ad Istanbul e nelle principali città della Turchia . Un dramma che passa sotto silenzio coperto dall’entrata della Turchia in Europa. Si parla di leggi sull’adulterio per far entrare la Turchia in Europa. Ma si sta zitti sugli 11.000 prigionieri politici nelle carceri turche, fra i quali il presidente di un partito legale quale Ocialan,sui continui rastrellamenti nelle periferie turche e kurde, nel divieto della lingua kurda. Dopo lo sbarco a Bianco , Talip giunse a Badolato. Un esperienza di grande umanità. Un paese intero che accolse i profughi come essere umani e non come extracomunitari. Nel 2002 finalmente Talip ottenne lo status di rifugiato politico. Aderisce al partito di Ocialan e cerca in tutta Europa di portare avanti la causa del suo popolo. Questa sua coerenza e amore verso il suo popolo, lo ha portato in carcere in Germania e la conseguente espulsione da quel paese. Simile la storia di Fikret. Ancora in attesa dello status di rifugiato. La sua famiglia è rimasta in Turchia e lui lavora qui, per mandare soldi ai suoi tre figli ed alla sua moglie. Fikret è stato arrestato in Turchia e portato in una prigione segreta dove è stato lungamente torturato. Liberato dopo tre anni di prigionia riesce anche lui a fuggire in Italia e giungere dopo Badolato alla casa dei Migranti. Michele, Emilia, Pasquale,Toni, ascoltano queste storie e le ripetono a memoria a tutti quelli che incontrano per strada, al banchetto del Kebab, nelle riunioni che si susseguono per dare dignità a queste persone e inserirle nel nostro tessuto sociale, economico, politico. Michele, su questo è instancabile. E’ riuscito a portare ad un tavolo di lavoro, la Questura, la Prefettura, la provincia, le associazioni, per sveltire le pratiche di soggiorno. A Firenze una pratica si finisce nel giro di tre giorni , a Cosenza ci vogliono mesi ed una caterva di file sotto la Questura con il sole e o con la pioggia, con figli in braccio, o con persone ammalate. Una disumanità nella disumanità alla quale assistono indifferenti i cittadini cosentini che vi passano ogni giorno davanti. Ma le riunioni politiche sono servite anche a creare un alternativa valida ai Centri di detenzione. Un protocollo d’intesa su aiuti concreti. Non chiacchiere ma impegni precisi ai quali hanno risposto fino ad ora tre comuni: San Demetrio Corone, Rovito e Marzi. San Demetrio e Rovito hanno offerto delle case. E proprio a San Demetrio, sono state spostate le donne somale con i loro figli. L’accoglienza di questo paese- ci ha detto Michele- è stata straordinaria. Una comunità piccola ma solidale, una comunità che ha visto una mobilitazione piena e veritiera attorno al problema , che ha portato ai primi profughi giunti a San Demetrio, non solo calore umano, ma vettovaglie di ogni genere, giocattoli e vestiario per tutti. Una dimostrazione di come i popoli più dei politici capiscono spesso cosa sia la vera  vita. E il paradosso non è solo della legge fascista e razzista detta Bossi Fini, il paradosso sta nei finanziamenti che questa destina ai propri centri di detenzione. Lo Stato per ogni detenuto nei Centri di permanenza ( CPT) , paga , per 60 giorni quasi 40 euro al giorno. Dopo di che , questo sfortunato, viene rimbarcato e rispedito nel suo paese d’origine. Questo vuol dire la morte per questa persona. Perché ha perso tutti i risparmi della sua famiglia per il viaggio di andata, e si ritrova a ricomunicare da zero, per ricostruire un prossimo viaggio se scampa alla guerra che ritrova in corso. Per le donne è peggio. Si fanno ritornare dove sono state violentate o infibulate. In villaggi dove vigono leggi coraniche e dove saranno additate come impure, prostitute, infedeli. Una vita segnata. Ai centri di accoglienza vera, invece , come la casa dei Migranti, che in Italia sono una ottantina, lo Stato, tramite , l’ANCI , distribuisce 15 euro al giorno a profugo.  Una miseria alla quale devono far fronte i volontari, nel nostro caso quelli dell’Associazione La Casbah.  Proprio per questo si cercano sempre nuove forme di sopravvivenza nella Casa. L’anno scorso sono stati coltivati un po’ di terreni in prossimità della Casa e dalla produzione di pomodori e melanzane sono venuti fuori barattoli di golose melanzane sott’olio e bottiglie di pomodori  per il sugo. Ora si vuole fare un salto di qualità, impiantando tre serre ed incentivando una produzione agricola di carattere biologico. “Una nuova scommessa- dice Michele- ma che vinceremo, così come abbiamo vinto quella  sulla nostra stessa esistenza come associazione e  come Casa dei Migranti. Una risposta reale e concreta che dimostra come  in una terra difficile come la nostra è possibile costruire valide alternative”.

 


La creazione dei CPT

risale al precedente governo di centro-sinistra (legge 40/1998 detta Turco-Napolitano) approvata anche da quella sinistra che oggi si dichiara pervasa da sdegno (inclusi Rifondazione Comunista e Verdi), in attuazione delle direttive europee di Schengen in materia d'immigrazione, quali elementi fondamentali della politica dei flussi contingentati. La legge Bossi-Fini (legge 189/2002 ) ha quindi ripreso pienamente tale misura e inasprito non solo la natura di questi campi di internamento, ma anche il carattere razzista e repressivo delle leggi sul governo dei flussi migratori.
Ecco come hanno votato i deputati di Rifondazione Comunista e dei Verdi in quel lontano 1997.
VOTAZIONE NOMINALE DEL DDL n. 3240 - DISCIPLINA DELL'IMMIGRAZIONE E NORME
SULLA CONDIZIONE DELLO STRANIERO (in relazione alla creazione dei CPT)
seduta del 19/11/1997 presieduta da VIOLANTE LUCIANO

RIFONDAZIONE COMUNISTA:
BERTINOTTI FAUSTO - Assente
BOGHETTA UGO - Favorevole
BONATO FRANCESCO - Favorevole
CANGEMI LUCA - Assente
DE CESARIS WALTER - Favorevole
GIORDANO FRANCESCO - Favorevole
LENTI MARIA - Favorevole
MALAVENDA MARA - Assente
MALENTACCHI GIORGIO - Favorevole
MANTOVANI RAMON - Favorevole
NARDINI MARIA CELESTE - Favorevole
PISAPIA GIULIANO - Favorevole
ROSSI EDO - Favorevole
SANTOLI EMILIANA - Assente
VALPIANA TIZIANA - Favorevole
VENDOLA NICHI - Favorevole

VERDI:
BOATO MARCO - Favorevole
CENTO PAOLO - Favorevole
CORLEONE FRANCO - Assente
DE BENETTI LINO - Favorevole
GALLETTI PAOLO - Favorevole
GARDIOL GIORGIO - Favorevole
LECCESE VITO - Favorevole
MATTIOLI GIANNI FRANCESCO - Assente
PECORARO SCANIO ALFONSO - Assente
PROCACCI ANNAMARIA - Favorevole
SCALIA MASSIMO - Favorevole
TURRONI SAURO - Favorevole

 


29 marzo 2004

Presentato l'esposto  per chiudere il CPT di Lametia Terme 

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Al sostituto Procuratore della Repubblica

presso il Tribunale di Lamezia Terme

  ESPOSTO

  Il sottoscritto On. Giovanni Russo Spena, nato ad Acerra (Na) il  10.11.1945, avendo potuto verificare direttamente ed essendo venuto a conoscenza di fatti e situazioni contrari alla legge nel corso di numerose visite condotte dentro il Centro di Permanenza Temporanea denominato “Malgrado tutto”, sito in località Pian del Duca - Lamezia Terme, espone quanto segue:  1.      Nel corso della visita, numerosi ospiti del centro presentavano diverse ferite ed ecchimosi sul corpo, frutto di colluttazioni o di autolesioni e automutilazioni. In particolare, uno degli ospiti presentava un braccio gonfio, per effetto di una ustione non curata o mal curata. Un altro ospite presentava un vistoso rigonfiamento all’occhio destro, mentre un altro ancora presentava una vistosa ferita alla gamba destra. Oltre a ciò, gli ospiti presenti nel centro durante la nostra visita, hanno affermato di essere sottoposti a continue terapie psico-farmacologiche, ciò evidentemente con l’intento di sedare preventivamente le loro presunte animosità. Tale situazione, verificata de visu da noi, è ulteriormente suffragata dal rapporto redatto dall’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, che ha condotto nel periodo Giugno-Ottobre 2003, una serie di visite ai Centri di permanenza temporanea italiani. Nel rapporto, in relazione alle condizioni socio-sanitarie del Centro di permanenza Malgrado Tutto, si legge testualmente: “Vengono effettuati solo interventi di piccola chirurgia (ferite). È difficile credere che questo venga fatto di routine poiché il materiale a disposizione è scarsissimo. Esiste comunque uno sterilizzatore. Lo stock farmaceutico è fornito solo di BZD [psicofarmaci a base di benzodiazepina, ndr] per uso orale e intramuscolare, qualche antibiotico, FANS, antispastici ma tutto in modiche quantità. Il centro non possiede un’ambulanza, se necessario viene chiamato il 118. […] Le patologie più diffuse sono micosi cutanee, odontalgie, pirosi, faringiti. Le autolesioni (tagli, pile o lamette ingerite) sono all’ordine del giorno, almeno 2 o 3 casi ogni giorno. Esistono due registri: uno per consultazioni/prestazioni effettuate, l’altro per le consegne. Il primo è difficile da leggere e interpretare, il secondo lascia a desiderare. […] Non esiste alcuna cartella psicologica. Il medico stesso [il medico della cooperativa che gestisce il centro, ndr] ha messo in evidenza le difficoltà nel gestire i casi di tossicodipendenza, l’incapacità nell’evitare così tanti casi di autolesionismo e gli episodi di maltrattamento e abusi che avvengono all’interno per la forte promiscuità. L’80 % degli ospiti è dipendente da psicofarmaci, dipendenza nata per lo più in carcere. Non vi è comunque alcun tentativo di recupero e disassuefazione da parte degli operatori. Durante le nostre visite, numerosi detenuti erano in uno stato di palese annebbiamento mentale a causa della psicoterapia. Uso e abuso di psicofarmaci viene ammesso dal medico stesso e dal gestore del centro. La psicologa in teoria dovrebbe effettuare un’attività di consulenza psicologica effettuando colloqui ma il realtà il servizio non viene erogato” (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 120, allegato a). L’esamina condotta dai medici di MSF, oltre che trovare riscontro nelle dichiarazioni del medico e del gestore del centro raccolte dagli stessi, suffraga sufficientemente l’impressione negativa che noi stessi, relatori del presente esposto-denuncia, abbiamo potuto verificare de visu, con il supporto della professionalità medica e specialistica degli operatori di MSF.          2.      Nel corso della visita, abbiamo potuto verificare che la struttura in cui sorge il CPTA è assolutamente inadeguata e non rispetta il benché minimo standard qualitativo in relazione alle condizioni igienico-sanitarie generali. Ricordiamo che la capienza massima del centro è passata dalle 120 unità del 2000 alle 92 nel Gennaio c.a.. A fronte di questa presenza, solo i bagni al piano terra della struttura sono agibili. Questi constano in non più di otto WC e nove docce. Non esiste servizio di acqua calda, e i WC sono sprovvisti di carta igienica, come abbiamo potuto constatare e come ci è stato confermato dai detenuti. Oltre a ciò, le stanze dell’edificio risultano inadeguate in relazione sia allo spazio abitativo disponibile (in ogni stanza, mediamente non più grande di 20 metri quadri, sono presenti più di sei letti), condizioni di illuminazione e condizione dell’impianto elettrico, e addirittura prive di infissi interni. Ancora una volta, il già citato rapporto di MSF non manca di rilevare le carenze che noi stessi abbiamo potuto verificare. Nel rapporto si legge: “L’area detentiva è costituita da un edificio a due piani a forma di ferro di cavallo. All’interno dell’edificio vi sono le camere con 5/6 posti letto ciascuna. La maggior parte delle camere è dotata di TV, anche se in poche funziona. L’impianto di illuminazione delle camere è inadeguato (fili scoperti, luci a intermittenza). Alcune camere sono apparse in uno stato accettabile, altre sono invece in uno stato di semiabbandono e sovraffollamento: gli operatori accedono il minimo indispensabile all’interno ed hanno invitato i detenuti ad autogestirsi. Molti di loro hanno così sradicato porte ed infissi per apportare migliorie alle proprie stanze. Gli unici bagni agibili sono quelli al piano terra, mentre al primo piano nessun servizio è utilizzabile. In tutto vi sono 8 Wc e 9 docce senza acqua calda né carta igienica […] Secondo le dichiarazioni dell’ente gestore e dei detenuti le pulizie all’interno dell’area di detenzione vengono svolte o dagli stessi stranieri che si ‘autogestiscono’ o dagli operatori della cooperativa”. (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 117-119, allegato a). Le stanze inoltre presentano delle vistose serie di sbarre, la cui consistenza va ben al di la di una ipotetica esigenza di sicurezza interna, configurando, dal punto di vista dell’immaginario simbolico che rievocano, una situazione di degrado e di offesa della dignità delle persone che vi sono detenute (si vedano a tal riguardo le immagini in allegato b).  3.      Nel corso della visita abbiamo potuto verificare una grave violazione al diritto alla difesa, laddove ci viene riferito dagli ospiti della struttura, che l’assistenza legale è prestata all’interno del centro quasi esclusivamente dall’avvocato di fiducia dell’ente gestore, il quale assiste i detenuti al momento della convalida del provvedimento di fermo amministrativo. La possibilità di rivolgersi privatamente ad eventuali avvocati di fiducia ovvero di ricorrere al gratuito patrocinio,  risulta impedita dall’assenza di un elenco di patrocinatori legali affisso all’interno del centro e liberamente consultabile dagli ospiti nonchè dalla impossibilità per i detenuti di avere contatti con l’esterno di qualsivoglia natura. L’accesso al centro è di fatti impedito a qualsiasi soggetto che non sia un operatore dell’ente gestore, e in aggiunta a ciò i detenuti nel centro hanno fortemente lamentato l’impossibilità di stabilire contatti telefonici con l’esterno, dal momento che non vengono fornite le schede telefoniche necessarie. Se ciò risultasse vero, ci chiediamo se il diritto alla difesa è oggettivamente garantito secondo le disposizioni generali del nostro ordinamento giuridico e secondo le disposizioni specifiche relative al funzionamento dei Centri di Permanenza Temporanea. Ricordiamo che quest’ultimo è disciplinato dagli articoli 21 e 22 (modalità del trattenimento e funzionamento dei centri) del Regolamento di attuazione del Testo Unico, DPR 394/99, ai sensi dei quali dovrebbe essere assicurata e garantita oltre all'assistenza ed al rispetto della dignità, anche la comunicazione con l'esterno, e dunque la possibilità di nominare avvocati di fiducia ovvero di accedere al patrocinio gratuito.  4.      In relazione alla qualità generale dei servizi prestati dagli operatori del centro, vi è da dire che nessuna delle figure operanti nel centro sembra dotata dei requisiti professionali necessari a svolgere compiutamente la delicata funzione a cui è preposta. Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di operatori volontari aderenti alla cooperativa che gestisce il centro, che non hanno seguito percorsi di formazione specifici relativi ai fenomeni dell’immigrazione. In relazione ad esempio al ruolo del mediatore culturale (figura centrale nella costruzione di un rapporto costruttivo e non conflittuale tra gli operatori e gli ospiti del centro), non possiamo non rilevare di nuovo le osservazioni prodotte nel rapporto di Medici Senza Frontiere: “Molti detenuti hanno espresso rimostranze circa il comportamento poco trasparente e parziale del mediatore. Durante la seconda visita è stato possibile parlare con il mediatore. Una volta avvicinatosi con noi ai detenuti per ascoltare le loro richieste è apparso chiaro come la sua figura sia percepita negativamente. Lo stesso mediatore si è rivolto a loro in modo brusco e sprezzante” (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 119, allegato a). Oltre a ciò, manca completamente la figura dell’assistente sociale e dello psicologo.

  Da quanto emerso nel corso della visita presso il CPTA "Malgrado Tutto" e dalla testimonianza del rapporto di Medici Senza Frontiere, è scaturita una forte preoccupazione per quanto riscontrato e per quanto potrebbe ancora accadere. Sia i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione che quelli previsti dalla normativa vigente in materia di asilo e accoglienza appaiono palesemente violati. Per quanto sopra esposto, chiediamo alla S.V. che siano al più presto attivate le opportune attività investigative atte a fare luce sulla vicenda, in tutela dei legittimi interessi dei cittadini stranieri ora detenuti nel centro e di quelli che verrano, nonché in tutela della corretta applicazione della legge, attese le palesi violazioni della stessa. Possono essere sentiti sui fatti sopra enunciati i Sigg.: Onorevole Graziella Mascia (Presso Camera dei Deputati di Roma); Commodari Giuseppe (Catanzaro); Tavella Rosa (Lamezia Terme); Stefano Galieni (giornale Liberazione Roma); Erminia Rizzi (giornale Liberazione Roma); Corea Emilia (Cosenza); Cerminara Emanuela (Cosenza); Papa Enza (Cosenza); Padre Giorgio Poletti (Missionario Comboniano Castel Volturno).

  Chiediamo alla S.V., nel caso di un’archiviazione del presente esposto, che ce ne sia data comunicazione ai sensi delle norme previste dal codice di procedura penale presso il domicilio eletto in S. Demetrio Corone, Via Castigliota, n° 10, c/o Studio legale dell’Avvocato Adriano D’Amico

 Si allegano al presente esposto:

1 - Rapporto di Medici Senza Frontiere sui Centri di Permanenza Temporanea (allegato a)

2 - Immagini dell’esterno del Centro di Permanenza Temporanea (allegato b)

3 - Dichiarazioni e notizie di assoluta gravità apparse sulla stampa nel periodo Ottobre 2002 – Febbraio 2004 (allegato c)

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IL 31 GENNAIO 2004 GIORNATA EUROPEA CONTRO I CPT.   Il movimento antagonista meridionale si da appuntamento alle ore 11 davanti i cancelli del CPT di Crotone di fronte l'aereoporto di Sant'Anna. Circa duecento compagni /e rispondono all'appuntamento giungendo con due autobus di fronte al centro. All'interno del nuovo lager 118 immigrati uomini e 27 donne. All'interno le condizioni di vita sono al limite della sopravvivenza.

i compagni e le compagne appongono gli striscioni sulle inferriate dell'ingresso , sbarrato da un folto gruppo di Carabinieri,Polizia e Finanza in tenuta antisommossa. Il piazzale antistante è pieno di Digos ! Ma i compagni non si lasciano intimidire e continuano l'azione di controinformazione sul centro. 

 Per protestare contro il numero ridotto della delegazione permessa all'ingresso del CPT (solo tre) si decide il blocco della strada, che dura fino all'uscita della delegazione.

 

Alle 14 la manifestazione si scioglie. 

Il CPT di Crotone si aggiunge a quello già esistente di Lametia.

Chiudere quella prigione ZOO

Visita al CPT di Lamezia Terme in una calda giornata di fine settembre 2003

di Francesco Cirillo

L’on.Russo Spena è arrivato alle 12. I ragazzi di Rifondazione Comunista di Lamezia Terme ed altri no global erano davanti al centro già dalle 11.  Avevano già affisso manifesti di protesta e issato bandiere rosse, mentre dagli altoparlanti di un auto uscivano la musica forte dell’ultimo cd della Banda Bassotti. I poliziotti all’ingresso facevano buon viso e cattivo gioco. Ogni tanto invitavano i ragazzi a non affiggere qualche manifesto sul muro d’ingresso del centro “perché di pertinenza del centro stesso”, poi facevano finta di non vederli quando li mettevano. Ad un certo punto arriva proprio il gestore della cooperativa “Malgrado tutto”, la cooperativa che gestisce questo centro di detenzione, o meglio Centro di permanenza temporanea. Già perché qui si sta solo per 60 giorni e poi si viene rispediti nelle terre d’inferno dalla quale provieni. Dal kurdistan bombardato dai turchi, dalla Nigeria affamata dalle multinazionali, dal magreb assolato e desertificato. Qui non puoi stare, o meglio puoi stare se hai un permesso di soggiorno, e se prima hai già avuto un lavoro, sei iscritto, hai una casa, un padrone. Cose che neanche gli italiani, disoccupati e proletari hanno. Il gestore si chiama Raffaello Conte. “sono comunista da sempre” dice subito parlando con noi fuori. Cerca di fare il simpatico,  stringe mani a tutti e fa battute secondo lui simpatiche. Si lamenta con alcuni giornalisti che in visita al centro il novembre scorso hanno scritto cose false. “non ci credete ? “. Prende il telefono e chiama una segretaria. “portami l’articolo” le ordina. E arriva ,subito dopo, un affannata segretaria con una decina di fotocopie dell’articolo incriminato con la frase evidenziata in verde, che Raffaele subito distribuisce a tutti . “Ecco leggete cosa c’è scritto” fa a tutti. Nell’articolo la giornalista del Quotidiano della Calabria, Daniela Ielasi chiedeva all’on.Giovanni Russo Spena in che condizioni aveva trovato il Cpt di Lamezia che così rispndeva : “ Il CPT di Lamezia terme si presenta con le tipiche inferriate e dietro si vedono i volti di uomini e donne schiacciati contro le sbarre quasi fossero animali in gabbia o allo zoo”. “Ma vi rendete conto – dice a noi Raffaello- vi rendete conto, tutto questo è assurdo , poi chi entrerà se ne renderà personalmente conto delle sciocchezze che si scrivono sul mio centro”. E si entra all’arrivo di Russo Spena. Con Russo Spena entrano Don Angelo Cassano ,prete ribelle di Bari da sempre a fianco degli immigrati che sbarcano sulle coste pugliesi, Erminia Rizzo del Tavolo nazionale dei Migranti, Pino Commodari segretario regionale del PRC, Rosa Tavella medico e consigliere comunale del PRC di Lamezia , Annetta Curcio sociologa dell’Università di Cosenza. Veniamo accolti all’interno dall’avvocato di Stato. Da poco sono state alzate le sbarre attorno al piccolo edificio. Sbarre ovunque tutte attorno ad un piccolo cortile dove sono scesi tutti i migranti detenuti, 76 in tutto. Ci guardano in silenzio dietro le sbarre. Ancora non hanno capito chi siamo e cosa vogliamo. Pensano che siamo ispettori o qualcosa di simile. Ancora non hanno capito che siamo lì proprio per loro. L’avvocato ci spiega  tutto il bene possibile della loro azione, e dell’aiuto che si cerca di dare loro. Un agente della finanza lì per controllo, mi chiede se abbiamo intenzione di entrare nel cortile . “può essere pericoloso – mi dice- potreste essere in pericolo. Hanno lamette nascoste nella bocca. L’altro giorno hanno ferito in faccia un poliziotto”. “io non sono poliziotto- gli rispondo” allontanandomi da lui. Alle donne della delegazione qualcuno ricorda minacciosamente che molti di quei detenuti sono in galera per stupro. Insomma si cerca velatamente di spaventarci, ma non ci riescono. Tutti chiediamo di entrare , ed entriamo. I detenuti si fanno subito attorno a noi. Stringiamo la mano a tutti, ci conosciamo, ognuno di noi viene circondato da gruppi di quattro cinque di loro e portati ognuno in un luogo del carcere. Ognuno ci racconta la sua storia, ognuno il suo dramma . Ci vengono mostrati documenti, carte di credito, codici fiscali. Molti sono stati presi per strada sprovvisti di permessi di soggiorno, e secondo la legge Bossi Fini subito portati nel centro. Il reato contestato  è quello di clandestinità. Ci sono anche 7 bulgari. Sono entrati tutti per turismo, liberamente dalla frontiera. Hanno affittato una casa e qui hanno ricevuto la visita della polizia che li ha presi e portati subito nel centro. Poi tante altre storie. Mi colpisce un ragazzo ganese. Si chiama Hassan , ha 20 anni . E’ nel letto da circa un mese. Da quando è stato portato lì. Ha paura, ed è in piena depressione. Sorride a tutti, non parla italiano e solo la solidarietà degli altri migranti-detenuti che gli portano il cibo lo mantiene in vita. Altri due migranti dimostrano chiari segni di depressione e parlano da soli senza ascoltare nessuno. La sporcizia , nonostante il centro sia stato pulito la mattina alla notizia del nostro arrivo, è lampante. I rubinetti ai lavandini sono stati messi, il giorno prima , i muri all’interno sono stati ripuliti la mattina stessa, così i pavimenti sono stati lavati poche ore prima del nostro ingresso. Ma nonostante questa apparenza, il centro dimostra tutto il suo squallore. I materassi sono sporchi, le lenzuola non sono mai cambiate se non con l’uscita dello stesso detenuto dopo sessanta giorni, tutti difatti presentano sul corpo foruncoli rossi, macchie violacee, pustole. Le docce non funzionano, se non una sola da dove esce sempre  e solo acqua fredda o bollente, una sola doccia per 76 persone. I bagni sono inguardabili, la cucina è pessima. I detenuti islamici non mangiano mai carne, perché gli è stato detto , dalla cucina, che non sanno se vi possa essere carne di maiale nel tritato. Anche la comunicazione con l’esterno da parte del detenuti è completamente bloccata. Una sola scheda telefonica al mese, nessuno avvocato da poter contattare ( la legge dice che all’interno del centro dovrebbe esistere una lista di avvocati disponibili alla difesa) . Siamo tutti allibiti di quanto vediamo. Di fronte ad Hassan, questo giovane abbandonato su un materasso, io ed Don Angelo piangiamo dalla commozione . Tutto è distrutto. Porte sfondate , finestre divelte,  reti dei letti  sfondati, immondizia raccolta una volta a settimana,puzza di fogna ovunque, stanze piene fino a dieci immigrati. Una situazione drammatica che balza subito sotto gli occhi di tutti. Un detenuto mi dice che appena è arrivato insieme agli altri gli hanno fatto fare la fila davanti uno sportello dove ha dichiarato il vestiario di cui aveva bisogno. Magliette, scarpe, tute. Gli è stato fatto firmare un documento e quando dopo tre giorni è andato a chiedere della roba , gli è stato risposto che già gli era stata consegnata e la sua firma faceva fede. Questa estate è già scoppiata una rivolta. 15 migranti hanno cercato di scappare, ma sono stati subito ripresi. I poveri erano andati tutti alla stazione di Lamezia a prendere un  treno e lì sono stati tutti acciuffati. D’altra parte dove avrebbero potuto andare disgraziati come sono. All’uscita dal centro dopo essere stati tutti calorosamente salutati ci attende il “compagno” Raffaello. “Avete visto ? Tutto a posto allora ?”. Io penso che sia impazzito e gli spiattello tutto quanto ho visto e sentito. Anche gli altri fanno lo stesso. L’on Giovanni Russo Spena è completamente allibito. Siamo tutti molto arrabbiati e non riusciamo a contenere la nostra rabbia , davanti ai detenuti, che urlano tutti e applaudono i nostri interventi contro il gestore , il medico, l’avvocato fuori la cancellata del cortile. E’ un boato di urla che quasi fa pensare all’inizio di una rivolta. Una rivolta giusta contro una legge Bossi Fini inumana e assurda. L’80% di quelle persone provengono da carceri, hanno già pagato il loro debito con la giustizia italiana, ed invece sono ancora in prigione. L’altro 20% non ha commesso nessun reato se non quello di non aver trovato una sistemazione adeguata nella ricca ed opulenta Europa. Tutti sono lì senza aver commesso alcun reato specifico, e tutti vengono quindi trattati come “di passaggio”, senza alcun diritto quindi, senza alcuna possibilità di poter essere “reinseriti” come ancora la nostra Costituzione vorrebbe che si facesse con qualsiasi detenuto, anche con quello che ha commesso il delitto più efferato di fronte alla coscienza umana. Don Angelo comincia un alterco durissimo con il gestore. Gli dice di vergognarsi. Don Angelo, con Giovani Russo Spena ha visitato molti altri centri gestiti in modo diverso, sempre come carceri, ma comunque con un minimo di dignità e rispetto della persona. Cosa che qui a Lamezia nessuno di noi ha visto. Ce ne usciamo tutti arrabbiati e con un'unica volontà. Ritornarci. Con altri parlamentari regionali, con altre associazioni, perché questa vergogna nazionale e a questo punto anche regionale venga cancellata. Ritornarci con una sola parola d’ordine. Chiudere il centro. 

 

IL MOVIMENTO NO GLOBAL DELLA CALABRIA E' RITORNATO DAVANTI IL CPT DI LAMEZIA SABATO 15 NOVEMBRE PORTANDO ANCORA UNA VOLTA SOLIDARIETA' AI FRATELLI PRIGIONIERI E CHIEDENDO NUOVAMENTE A GRAN VOCE LA CHIUSURA DEL CENTRO.

 

APRIAMO LE PORTE DEI CPT
RICONVERTIAMO IL CPT DI LAMEZIA


 Le ennesime morti in mare degli ultimi tempi, le donne e gli uomini
annegati  nel tentativo di raggiungere le coste italiane alla ricerca di una vita migliore e più degna, la discussione scaturita dalle dichiarazioni di Fini  sul voto agli immigrati e dalle intenzioni di Pisanu di promuovere una sorta  di consulta musulmana per definire nuovi criteri di accoglienza, impongono una riflessione più ampia sugli effetti che le ultime leggi sull'immigrazione hanno prodotto a livello sociale e umano ed una nuova e più chiara valutazione sui CPT, vere e proprie carceri per donne ed uomini  che nessun tribunale ha condannato. Le condizioni dei migranti, nel nostro Sud, assumono connotati ancor più gravi: i CPT stanno scoppiando. Non riuscendo a gestire il sempre maggior numero di presenze, le condizioni  di vita cui sono costretti gli "ospiti" rasentano la miseria più assoluta, ne abbiamo avuto ulteriore testimonianza durante la visita fatta al CPT di Lamezia. Una struttura nata alla luce delle opportunità offerte dalla legge  Basaglia, la famosa legge 180 che apriva i manicomi, ma trasformatasi in un luogo promiscuo, una sorta di limbo degli esclusi, in cui malati mentali,  tossicodipendenti e migranti condividono spazi tra loro contigui, intersecando storie e disagi in un luogo che sempre più assume i connotati di un vero e proprio lager. L'esperienza di Badolato, in termini di ospitalità, in coincidenza dell'arrivo dell'Ararat con 835 kurdi, lasciava immaginare un'attenzione ed una disponibilità diverse nei confronti della dignità di tutti quegli esseri umani scappati dalla guerra, dalla repressione, dalla fame e dalla disperazione.  La Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, il fallimento del PNA (un programma nazionale  che poneva le condizioni per una diversa accoglienza dei migranti), le restrizioni apportate ai criteri per il riconoscimento dello status di rifugiato politico, il razzismo dilagante in molte realtà italiane favorito anche dai media, hanno messo a nudo il vero dramma  dell'emigrazione, che solo una politica asfittica può ridurre ad un   problema, tra l'altro ingestibile, di ordine pubblico. Altro significato ha per noi il termine accoglienza, chiara dimostrazione ne è l'esperienza della  Casa del Migrante di Castiglione Cosentino che coinvolgendo in prima persona  gli stessi migranti nella gestione della struttura riesce ad avere un rapporto aperto con la popolazione, senza sbarre e cancelli.  Un mondo globalizzato non può garantire esclusivamente la libera circolazione delle merci ed impedire la libertà di movimento degli esseri umani. bensì, dovrebbe assumere, nelle sue istanze politiche, la capacità di governare secondo "logiche nuove" i problemi politici dell'oggi: la guerra, l'emigrazione, l'uso delle risorse, la gestione dei servizi e i diritti. I  CPT rappresentano la concretizzazione di questo modo inadeguato di  affrontare i problemi, in quanto simboli di una logica di negazione di ogni diritto elementare e come tali vanno aboliti nella loro attuale forma e  riconvertiti in centri di vera accoglienza, con al centro la dignità  dell'uomo e che siano capaci di affrontare le problematiche che stanno dietro il dramma di ogni singolo soggetto.  Per tutto ciò, diverse realtà del Movimento in Calabria stanno organizzando un presidio di solidarietà con i reclusi del CPT di Lamezia Terme e per richiederne l'immediata chiusura, come "lager per immigrati", ed una sua  immediata riconversione.  L'appuntamento per tutti è per sabato 15 novembre 2003 alle ore 14 nel piazzale antistante la sede della cooperativa "Malgrado Tutto", gestore del centro lametino. A questo presidio hanno già aderito gli imputati del  processo contro la rete del Sud Ribelle, ad un anno dal loro arresto avvenuto il 15 novembre 2002, che affermeranno, con la loro presenza, la  volontà di proseguire nella ricerca di un mondo migliore, un mondo senza  frontiere, di reali diritti e di eguali.

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