
Un giorno ed una notte nello zoo umano di Crotone.
di Francesco Cirillo – 11 dicembre 2006
Sabato 9 dicembre. La Rete Antirazzista della Calabria e della Campania ha organizzato una manifestazione davanti il CPT di Crotone per protestare contro la detenzione di immigrati all’interno di questi centri istituiti prima ,dalla legge Turco Napoletano e poi dalla Bossi Fini. Si chiede prima di tutto al governo Prodi di chiudere immediatamente i CPT e trasformarli in centri di prima accoglienza con una logica ed una mentalità del tutto diversa, affidandone la gestione non a cooperative mangiasoldi ma ad associazioni che si occupano di antirazzismo concretamente nel territorio. L’appuntamento è alle 10 a Cosenza all’uscita dell’autostrada. Io sono lì puntuale. La prima ad arrivare è Heidi Giuliani. La mamma di Carlo diventata ora senatrice della Repubblica. Dopo poco giunge Caruso, deputato indipendente del PRC. Con loro Emilia Corea e Michele Santagata della Kasbah, un associazione che si occupa di accoglienza agli immigrati e che da anni è l’unica nel territorio calabrese che lo fa con enormi sacrifici e senza i necessari contributi. Insieme con altri giovani si parte per Crotone . L’intenzione è quella di entrare dentro il centro e verificarne lo stato in cui versano gli immigrati. Davanti al centro cominciano a giungere delegazioni di centri sociali e di associazioni della calabria e della Campania. Con un pullman arrivano i giovani della Rete Antirazzista della Campania, con auto i giovani del Centro Sociale Cartella da Reggio calabria, altri da Catanzaro, da Lametia. In tutto un centinaio che cominciano a stazionare davanti al centro. I parlamentari Heidi e Caruso sono accolti dai dirigenti del centro sul cancello d’ingresso. Al loro seguito io e Emilia Corea in rappresentanza della Rete Antirazzista calabrese e campana. Il centro è molto grande, è considerato per estensione e capacità di accoglienza il più grande d’Europa. Il terreno era di proprietà dell’Aeronautica ed è l’ideale per questo tipo di operazioni, in quanto proprio di fronte vi è l’aeroporto di Crotone e quindi utile per riportare in patria gli immigrati che vengono espulsi. E’ come una fabbrica di tonno in scatola. Si prende dal mare l’immigrato, lo si confeziona, nel centro e poi si rimanda inscatolato al suo paese d’origine. Il primo centro che decidiamo di visitare è quello chiamato Centro di prima accoglienza (CPA). In corteo ci dirigiamo verso il centro. Siamo scortati da un nucleo esagerato di digos, poliziotti, dirigenti del centro, volontari della Misericordia e della Croce Rossa,oltre che dal direttore gestore del centro e dal prefetto vicario. Tutti ci dimostrano con estrema gentilezza la loro disponibilità a farci capire il complesso funzionamento del centro. L’impatto con gli immigrati del centro è veramente terribile. Appena entrati in questa enorme distesa di containers dove vivono 460 immigrati si avverte un aria diversa. Gli immigrati prima ci guardano con una certa diffidenza, pensando ad un ispezione interna, ma quando capiscono che siamo “altro” dalla dirigenza interna cominciano ad avvicinarsi , fino a quando una folla di cento, duecento persone ci inghiotte. Heidi, Emilia,Caruso , ed io veniamo presi da questa gente che comincia a parlarci in tutte le lingue del mondo. In francese, spagnolo,inglese, eritreo, arabo. Sono pugni nello stomaco. I loro volti, i loro occhi si stampano, anzi si incidono scarnificandoci nella nostra pelle. Tutti cacciano un foglio, un tesserino, un documento, un qualcosa, per dimostrare di essere vivi prima di tutti, di avere un cuore, un polmone, un fegato come tutti noi, poi di aver svolto lavori in Italia, o di possedere domande per un soggiorno o di voler raggiungere propri familiari in Germania o in altre parti della fortezza Europa. Tutti ci parlano della loro storia, delle loro case lasciate per i nostri bombardamenti o per le nostre imprese occidentali, o per gli odi etnici che noi stessi abbiamo messo in moto alla ricerca del petrolio o dell’oro. Restiamo intontiti. Emilia, una ragazza che si occupa di immigrati nell’ Associazione La Kasbah di Cosenza, comincia con la sua dolcezza a parlare in inglese raccogliendo i primi casi. Non possiamo occuparci di tutti, facciamo capire loro e decidiamo di indirizzarci verso casi estremi. Cominciamo dalle donne incinte, poi i bambini e infine i casi di salute. Chiediamo quante ce ne sono di donne incinte e di bambini. Ne vengono fuori 9. Tutte giovanissime. Alcune di loro sono di otto mesi. I bambini sono 12 di cui 2 sono ricoverati in ospedale . Le donne incinte ci raccontano il loro arrivo. Hanno dovuto affrontare in quelle condizioni, dall’Eritrea paese dal quale provengono fatiche immense attraversando il deserto per raggiungere la Libia. Da qui partono quelle carrette che vediamo giungere a Lampedusa. Viaggi della speranza come quelli fatti dai nostri bisnonni in America. Almad, Abeba, Tsega, Helen, sono ragazze che potrebbero essere Madonne di qualche film , che vanno tanto di moda nei periodi natalizi. Anche la Madonna, con in grembo Gesù ha attraversato il deserto per sfuggire ad una guerra ed è giunta in un luogo dove ha trovato ostilità ma anche ospitalità. Queste ragazze sono le nostre Madonne che portano nel loro grembo nuovi gesucristi. Prendiamo i loro nomi, vedremo poi la loro situazione burocratica all’interno dl centro. La folla intanto si è fatta veramente enorme attorno a noi e decidiamo di visitare un container per sganciarci dalla massa che non riusciamo più a contenere. Nei containers vivono fino a 9 persone in modo promiscuo. I dirigenti del centro ci dicono che sono loro a decidere come sistemarsi, ed è probabile che lo facciano per nuclei familiari,ma comunque ci sembra una situazione invivibile. I bagni sono esterni ai containers ed immaginiamo le difficoltà per una donna incinta di otto mesi uscire di notte dal container per recarvisi. Chiediamo immediatamente alla dirigenza di far spostare queste donne in un centro esterno, in una casa di accoglienza che ne esistono in Calabria. Emilia fa notare che nella casa di accoglienza , da loro gestita vi sono le possibilità di poterle ospitare,ma fa anche notare come stranamente queste richieste non siano mai giunte, nonostante i dirigenti del centro abbiano dichiarato di averne fatto richieste a diverse strutture. Intanto giunge una brutta notizia. Un immigrato si è impiccato nel CPT di Lametia. E’ terribile. Conosciamo quel centro,in quanto più volte vi abbiamo fatto visita internamente e più volte vi abbiamo manifestato esternamente. Il centro di Lametia è gestito in modo autoritario e scorretto dal punto di vista umano da una cooperativa che si dice di “sinistra”, la “Malgrado Tutto.” Il suo dirigente, un certo Raffaello Conte è stato più volte coinvolto in inchieste giudiziarie fino ad essere arrestato per le operazioni umanitarie svoltesi i Albania. Un inchiesta dalla quale è uscito assolto. Heidi Giuliani decide di andare subito a Lametia. L’immigrato che si è suicidato si chiamava Alexandar Nikolov. Aveva 38 anni proveniva dalla Bulgaria. Uno di quei paesi dove ha trionfato la democrazia. Non ci avevano fatto credere per anni che dovevamo liberare quei paesi dalla dittatura comunista ? E come mai ora un cittadino bulgaro non è libero di spostarsi nell’Europa cristiana e vaticana e nei paesi democratici che l’hanno liberato ? Questo , Alexandar Nikolof, con moglie e figli lasciati in Bulgaria se lo sarà chiesto. Ed invece si è visto arrestare a Palermo e da qui si è visto spostare in questa nuova prigione. Gli sarà stato detto che lui non poteva stare in Italia, che non avrebbe potuto trovare lavoro nelle nostre opulente città e che sarebbe dovuto ritornare a mani vuote e sconfitto nella sua Bulgaria. Quanti sogni avrà fatto Alexandar Nikolof con la sua moglie. Avrà immaginato suo figlio crescere in Italia. Avrà immaginato una vita diversa, un futuro diverso. Altri figli da far nascere in Italia. Tutto si sarà consumato in una triste e fredda cella di Lametia nella più completa solitudine e disperazione . All’uscita di Heidi , decidiamo di passare a visitare il CPT posto al centro di tutta l’area. Decidiamo anche di ritornare all’indomani nel CPA per seguire da vicino altri casi disperati che ci sono stati posti. Ho scritto i loro nomi e domani li cercheremo. Sembra una “Shindler List”, ma diversamente da quella lista qui abbiamo la completa certezza di non poter salvare nessuno. Youssef Elali ed Elbayoumi Amro provengono dall’Iraq, rimpiangono il feroce Saddam : “ potevamo uscire per strada almeno e avere lavoro. Ora c’è solo morte e distruzione e se qualcuno esce di casa spesso non fa più ritorno”. A Youssef Elami è sparito il fratello. Uscito di casa per trovare roba da mangiare non è più ritornato. Suo padre ha quindi deciso di portare in salvo tutta la sua famiglia ed è riuscito ad espatriare verso la Giordania e la Siria. Lui , Youssef ha deciso di tentare la fortuna in Europa. Ed è finito qui a Lametia. Hessin Abdellah proviene dalla Palestina. Yamani Alex viene dal Togo e dice di essere minorenne. Ci esibisce un tesserino dove la sua data di nascita risulta essere del 1 gennaio del 1990. Ma in seguito nell’ufficio di verifica, dalla sua cartella esce una radiografia fatta al centro di Lampedusa dove risulterebbe essere maggiorenne. Resto con il dubbio che quel ragazzo dall’aspetto sicuramente da minorenne non lo fosse. La “Shindler list” continua. Si aggiungono ad essa altri nomi. Altri ragazzi che dal tesserino risultano essere sbarcati a Lampedusa il 3 ottobre scorso . Chiediamo come sia possibile che da allora ancora siano ancora detenuti nel centro. Il vice prefetto vicario, Gallo ci risponde, sempre nel suo “aplomb”, che farà fare una verifica. Ma avverto, che il dubbio che qualcosa non funzioni cominci ad albergare nella sua testa. Chiede continuamente spiegazioni agli ufficiali di polizia lì presenti come mai delle pratiche faticano ad essere concluse. Poi si scoprirà che le pratiche di quel gruppo di ragazzi erano quasi tutte state chiuse e che quasi tutti avrebbero ottenuto il permesso di soggiorno. Ma intanto erano ancora lì . Decidiamo di controllare alcuni casi medici e ci spostiamo verso il centro medico . Con noi portiamo un ragazzo che ha un viso squassato da una ascesso enorme che gli modifica tutta la fisionomia, un altro ragazzo pieno di pustole, una donna con un dente da togliere, ed altri che accusano vari disturbi allo stomaco. Nel centro medico troviamo un medico scorbutico ed un infermiere altrettanto scorbutico oltre che violento. Nella stanza entrano Emilia, la dirigente della polizia ed i due giovani più gravi. Emilia chiede al medico come mai non sono stati ricoverati e perché non hanno avuto delle visite specialistiche. Il medico in tutta risposta chiede ad Emilia chi sia lei per fargli quelle domande. Forse non aveva capito che faceva parte di una delegazione parlamentare. E ci pensa la poliziotta a spiegargli cosa stesse avvenendo nel CPA in quel momento. Il medico quindi comincia a farfugliare una serie di cose contraddittorie. Contraddizioni che dimostrano comunque come la situazione medica sia veramente sottovalutata. Il centro dipende dall’ASL n. 5 di Crotone. I medici e gli infermieri provengono dall’ASL. Fanno turni 24 ore su 24,ci è stato detto, ma è sotto gli occhi di tutti che non risolvono un bel nulla. Le prenotazioni ci dice il permaloso medico, vengono mischiate a quelle dei cittadini italiani. E i tempi di attesa sono gli stessi degli italiani. Come se la cosa fosse di incoraggiamento piuttosto che di scoraggiamento. Il medico dice ad Emilia, facendola davvero arrabbiare, cosa davvero rara, che le donne che vanno dal ginecologo se trovano un medico maschio non si fanno visitare. Qui Emilia sta per esplodere. E cerca di spiegare al baldanzoso medico che la cultura di quelle donne vuole questo e che sia giusto rispettarla quindi. Ma se una donna, e qui sta la tragedia burocratica, che ha aspettato settimane per quella visita, non accetta la visita , ritorna di nuovo in coda e deve aspettare di nuovo settimane per una nuova visita. Una cosa assurda che Caruso farà rilevare al Ministro della Sanità in una apposita interrogazione parlamentare. Intanto nel corridoio del centro medico si affollano altri immigrati. Hanno saputo dell’ispezione e cercano di far rilevare le proprie condizioni di salute. Stanno in silenzio nel corridoio insieme a me. Sentiamo i ragionamenti che provengono dall’interno della stanza del medico. Improvvisamente esce come una furia l’infermiere e rivolgendosi agli immigrati silenziosi li caccia a spintoni fuori dal corridoio nel cortile antistante. Reagisco al comportamento ma lui dice che se non fa così non ci fanno capire niente. Emilia esce dalla stanza con la rassicurazione ottenuta che riguarderà questi casi e davanti a lei il medico firma la richiesta di una visita specialistica presso un odontoiatra ed un dermatologo. Da qui passiamo tutti nel CPT.
Qui la situazione anche visiva cambia di panorama. Altissime gabbie racchiudono quattro palazzine dal colore indefinito e che ho già dimenticato. Davanti ad ogni gabbiotto stazionano a turno pulmini di carabinieri, di polizia e di guardia di finanza. Hanno loro le chiavi per entrare nel cortile delle palazzine. Cominciamo da una palazzina la A1. In ognuno di queste vi vivono 25 immigrati. Questi sono considerati detenuti veri e propri. In tutte e quattro le palazzine sono cento. Anche qui si fanno tutti attorno. Ma decidiamo di entrare in una delle stanze e di chiudere fuori la porta il codazzo ministeriale. In questa stanza vivono in cinque. Sono tutti di nazionalità algerina. Anche lì è in corso una guerra civile strisciante. Anche lì le condizioni di vita sono terribili e in alcuni paesi cominciano a farsi largo le leggi coraniche. Sono figli di una nuova generazione questi algerini. Non conoscono la guerra di liberazione dalla Francia e certamente non conoscono il film di Pontecorvo, la “Battaglia di Algeri” . Uno di questi algerini è molto arrabbiato. E’ arrivato con la scabbia. Lo hanno spogliato nudo e gli hanno buttato via tutti i vestiti , e non capisce che quei vestiti non li riavrà più. C’è un difetto di comunicazione con quasi tutti. Molti non conoscono i propri diritti, non conoscono cosa potrebbero fare e non fare, non sanno come affrontare le nostre leggi. L’ispettrice di polizia che ci segue per tutto il nostro percorso, mi ripete sempre che noi quando andiamo nei loro paesi conosciamo le loro leggi, e mi chiede perché non debbano farlo anche loro. Io le spiego che non proveniamo dalle stesse situazioni economiche, politiche e soprattutto culturali. Le faccio un po’ di storia. Le chiedo di immaginarsi un pastore di Verbicaro o della Sila che nel 1900 decida di andarsene in America e di immaginare come questo nostro connazionale avrà affrontato l’impatto con gli americani. Non è lo stesso ? resta perplessa. E qui in questo plesso, dopo esserci spostati nella sala comune a tutti, la sala della televisione, Caruso, il deputato indipendente di Rifondazione Comunista , rivela agli esterrefatti rappresentati del corteo ministeriale, l’intenzione di non voler più uscire dal centro e di considerarsi detenuto insieme agli altri immigrati. Il prefetto vicario resta un pochino perplesso, così tutto il codazzo ma non hanno reazioni evidenti. Dicono di prendere atto della cosa e chiedono come organizzarsi. Decidiamo di prendere come base questa sala , pur continuando il nostro giro di ispezione. Le agenzie di stampa cominciano a battere la notizia. Fuori il presidio della rete antirazzista si è intanto ingrossato. Sono più di un centinaio ed in appoggio alla nostra azione interna bloccano per un ora la statale 106 . Anche loro hanno deciso di passare la notte lì fuori e montano subito le tende approntando anche una piccola cucina da campo a base di Kebab. Michele in queste cose organizzative non lo frega nessuno. Noi intanto passiamo ad un altro Modulo come li chiamano loro, il B1. Qui troviamo un caso davvero emblematico. Si tratta di Mbaye Aliou proveniente dal Senegal, un pezzo di ragazzo di 39 anni. E’ in Italia dal 93. E’ venuto in Italia per aiutare la sua famiglia vittima della fame. Ha una moglie ed una figlia. E’ andato subito al Nord. A Rossano Veneto. Qui ha trovato lavoro come operaio metalmeccanico. Guadagna bene e manda molti soldi in Senegal. Paga l’Inps, riceve regolare busta paga, si iscrive al sindacato della CGIL. Nel 2004 cambia lavoro. Diventa zingatore e lavora in un'altra fabbrica. Da qui passa a lavorare in una cooperativa di servizio dalla quale verrà poi licenziato. E’ la storia di tanti italiani anche. Tanti ragazzi precari che si sbattono da un lavoro all’altro alla ricerca di quello più retribuito, più sicuro e soprattutto più duraturo. Aliou ha anche regolare permesso di soggiorno , ma gli scade. Decide di ritornare a trovare la sua famiglia in Senegal. Dopo un paio di mesi ritorna in Italia ma il suo permesso di soggiorno è intanto scaduto e qualche inghippo burocratico gli blocca la pratica. Non riuscendo a trovare un nuovo lavoro si sposta a Napoli. “lì c’è brava gente e mi ci trovo di più “ mi dice. Trova una casa e comincia a vendere borse come migliaia di senegalesi sparsi in tutta Napoli ed accettati con civiltà da tutta la popolazione. Aliou è felice. Ha di nuovo ritrovato il sorriso e ha ricominciato a rimandare soldi a casa. Ma incappa al ritorno dal lavoro in corso Garibaldi, carico come un mulo, in una pattuglia della Guardia di Finanza. Napoli sappiamo tutti è una città pulita, senza problemi di camorra, senza omicidi, senza traffico di cocaina e di armi, dove i quartieri sono tutti lindi e senza spazzatura non raccolta da mesi. Un senegalese carico come un mulo si nota subito ed eccolo subito acciuffato. Aliou cerca di spiegare la sua situazione. “io non sono un animale” mi dice con la rabbia nei suoi occhi spalancati che diventano rossi. “ E così sono stato trattato”. Non gli hanno dato neanche il tempo di raggiungere la sua casa. E’ proprio come i pogrom nazisti. Fermavano un cittadino in mezzo la strada, scoprivano che era un ebreo, lo caricavano su un camion e lo spedivano subito in un campo di concentramento. E Aliou, senza la stella gialla sul suo corpo, viene subito spedito qui a Crotone. E’ veramente disperato. Stringe fra le mani un piccolo Corano che lo apre e lo avvolge come un quaderno, come se aspettasse un aiuto da un Dio occupato sicuramente da qualche altra parte dell’universo . Caruso chiede al prefetto di poter far incontrare Aliou con un avvocato che è proprio fuori il centro. Si tratta dell’avvocato Francesco Svelo. Un altro pezzo delle piccole storie della nostra calabria fatta di gente anonima che si danna per gli altri. Svelo ha affrontato diversi casi di immigrati. Viene da Reggio Calabria ed è conosciuto dagli immigrati che lavorano a Rosarno per il suo impegno e soprattutto per la sua tenacia davanti i giudici di pace. Lo conosce finanche il prefetto ed anche un ispettore della Digos che ha fatto servizio a Reggio Calabria. “ Fece venire quel gruppo estremista a suonare a Reggio…come si chiamano….ah i 99 posse , hanno cantato anche una canzone contro la Digos “. Il prefetto accorda il permesso e fa entrare l’avvocato che nella saletta apposita si incontra finalmente con Aliou. Speriamo di farcela. Ma i casi si fanno pressanti. Nel centro vi sono 26 immigrati provenienti dalla Palestina, 17 dall’Iraq,4 dall’Afganistan. Potrebbero chiedere l’asilo politico o per motivi umanitari. Molti neanche lo sanno. Controlliamo uno per uno tutti i loro fascicoli. Scopriamo che quasi nessuno chiede l’asilo politico pur potendolo fare. Ne chiediamo il motivo e sono gli stessi immigrati che ce lo spiegano. ”Se scriviamo di aver chiesto asilo politico e poi non ci viene concesso e veniamo rispediti nei nostri paesi d’origine , come spesso succede, fra le nostre carte mettono anche questa richiesta”. In quei paesi è una condanna al carcere e spesso anche alla morte. Poi se sono donne è una doppia condanna.

Intanto si fa sera. Tutti gli immigrati hanno già cenato. Ed ora si raggruppano nella sala dove esiste una sola televisione. 25 persone a decidere ogni sera che programma vedere fra centinaia di film,documentari, spettacoli vari. Una discussione ogni sera che alcune volte è sfociata in qualche rissa. Ma facciamo osservare ai funzionari del centro che anche in una piccola famiglia italiana è complicato trovare l’accordo su cosa vedere, stando comodamente seduti su un divano di classe. Qui hanno dovuto blindare la TV, incassandola nel muro e chiudendola con una doppia serratura. La sera un addetto della Misericordia la apre e da il telecomando ad uno di loro. Faccio osservare che sarebbe giusto mettere una Tv in ogni stanza. Il prefetto vicario ed il direttore del CPT ci chiedono se vogliamo cenare anche noi con gli immigrati e così facciamo. Gli immigrati scendono in mensa a gruppi di 25 e noi ci troviamo con un gruppo del modulo B1. La mensa distribuisce pasti pre riscaldati provenienti da fuori. Sono tutti incelofanati come avviene in tutte le mense. Un piatto di pasta e melanzane come primo, un secondo di formaggio e prosciutto ed una grossa arancia . Cominciamo ad avvertire la stanchezza. Sono le 21 appena ma stiamo da 9 ore a girare come pazzi nel centro. Ritorniamo al nostro modulo e ci accampiamo nella sala. Qui gli immigrati ci portano due materassi che mettono a terra. Ci sistemiamo con le nostre poche cose sui materassi. Più tardi la Misericordia ci porterà delle coperte e dei cuscini. Con noi resterà solo il sostituto del prefetto vicario giunto appositamente a dare il cambio. Per proteggerci, ci dicono ,durante la notte, ( da chi ?) ci mandano tre giovanotti della digos vestititi come si vestono i poliziotti quando li mandano alle nostre manifestazioni. Jeans, borse di tela a tracolla, orecchini, felpe con cappucci, cappellini di lana . Il prefetto vicario si allunga su una panca , noi ci adeguiamo sui materassi. Un deputato che dorme a terra non lo hanno mai visto. La notte passa tranquilla ed alle otto in punto Emilia fra le rimostranze di Caruso dà la sveglia. Fatta una fugace colazione a base di caffè, ritorniamo subito nel CPA e negli uffici per avere già i primi riscontri sui fascicoli richiesti. La notte , ci fanno sapere i compagni fuori, è passata tranquilla ed ora sono già al lavoro per rimettere gli striscioni, le bandiere, lanciare attraverso i microfoni gli appelli per la chiusura del centro. La loro voce si sente dall’interno e riusciamo nel nostro giro anche ad identificare chi sta parlando e cosa dice. Nella verifica fatta anche qui saltano fuori enormi contraddizioni che lo stesso prefetto non può che far evidenziare anche di fronte a noi stessi. Anche in questo caso l’impegno è quello di risolvere tutti i casi venuti alla luce. Finiamo il nostro lavoro alle 14. Dal governo qualche altra voce si è fatta sentire. Il tam tam nei giornali è stato enorme e tutte le Tv se ne sono occupate con interviste e filmati. Il nostro scopo è stato pienamente raggiunto ora attendiamo tutti dal governo di centrosinistra fatti concreti.
DAVANTI AL CPT DI LAMETIA T.
12 nov.2005
Il 12 Novembre 2005 di nuovo davanti al CPT di Lametia T. gestito dalla coop. Malgrado Tutto. Tensione con la Digos che non voleva far entrare i 300 manifestanti nell'area antistante il lager vero e proprio ed impedire così di poter parlare anche se attraverso le sbarre ed i cancelli con i fratelli immigrati imprigionati. Ma una rete cede ed i manifestanti entrano nell'area. la polizia in assetto di scontro preferisce mettersi da parte di fronte alla determinazione dei manifestanti. Impedito l'accesso nel lager ai giornalisti presenti. mentre solo il senatore Martone ha il permesso di entrare.
la polizia si schiera di fronte la rete
Intanto gli immigrati salutano i no global dalle loro finestre
La rete cede e tutti entrano
Sotto le finestre del lager ad ascoltare le storie dei fratelli immigrati
COMUNICATO STAMPA
Sabato 12 Novembre : Impedito ai giornalisti l'ingresso nel CPT di Lametia Terme
Dichiarazione di Francesco Cirillo:
" Chiedo alla stampa calabrese, di far sentire la propria voce su questo episodio e di chiedere ufficialmente come Ordine dei Giornalisti calabresi alla Prefettura di Catanzaro un autorizzazione ufficiale perchè i giornalisti delle testate calabresi possano entrare in quel CPT , senza preavviso, per constatare le condizioni di vita degli immigrati lì detenuti. Ritengo che sia grave quanto a me avvenuto e penso che la stampa calabrese, fatta di tanti gionalisti liberi, faccia sentire la propria voce.Per capire la situazione e la volontà da parte dei dirigenti di questo centro, gestito dall'ARCI e dalla lega delle Cooperative, nel cercare di non volere far uscire la verità da quel centro di detenzione,lo stesso sen.Martone è stato aggredito all'interno del CPT dallo stesso Raffaello Conte con frasi minacciose e oltraggiose e per questo il senatore tramite l'avv.Adriano D'Amico presenterà querela".
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LA VISITA AL CPT DI LAMETIA IL 12 NOVEMBRE 2005
IL RESOCONTO DI ADRIANO D'AMICO
Storie di Francesco Cirillo
4 ottobre 2004
Una giornata particolare nella casa dei Migranti a Rende. Una risposta umana e concreta ai carceri chiamati CPT
Ci dovremmo vergognare ogni giorno. Proprio mentre mangiamo. Quando durante i TG scorrono le immagini delle navi che scaricano uomini, donne, bambini, classificati da leggi fasciste e razziste, una volta clandestini, un'altra extra comunitari. Come se non ci appartenessero, come se fossero anonimi, fantasmi. E’ gente invece che hanno un nome ed un cognome, che hanno vite alle spalle, una società, una famiglia, un territorio. Gente che è stata costretta ad abbandonare tutto quanto, per guerre tribali, guerre create ad arte dallo stesso occidente, per stupri, violenze e torture inenarrabili. Ma oggi ci si emoziona diversamente davanti alla TV . Cosa vuoi che siano 20 o 30 immigrati annegati nelle acque della Tunisia, e altri 40 dispersi nel mare. Sono annegati in acque internazionali. Non ci appartengono quindi ! Si piange con le storie di Costantino e della sua fidanzata, degli intrighi del Grande Fratello, o si piange di fronte ai falsi ricongiungimenti di Raffaella Carrà. Tutto una finzione che vorrebbe coprire la dura realtà. Quella di un mondo intero in guerra, con popoli interi che fuggono da questa. Milioni di persone che cercano luoghi di pace, tranquilli, dove non si muoia sotto le bombe o di fame. I numeri sono impressionanti: gli arrivi in Calabria ed in Sicilia raggiungono le migliaia d’unità l’anno. Un fenomeno che nonostante gli accordi con la Libia non accenna a diminuire. Il furbo Gheddafi sta cavalcando l’onda degli immigrati per uscire dall’isolamento mondiale voluto dagli Stati Uniti. Ha fatto ammassare nel suo territorio milioni di povera gente, e la sua polizia così come quella Turca lucra su questa gente. “Fatemi fare di nuovo fare affari con voi ed io non farò più passare immigrati dalla Libia per le coste Italiane”- questo chiede Gheddafi al nostro Governo ed all’Europa. Ed il nostro governo dice subito di si. Fare affari con la Libia vuol dire vendere armi, motovedette, navi. Intanto gli sbarchi continuano a Lampedusa, a Crotone, sulle coste dello ionio. Quando le barche, le zattere, sono individuate dalle nostre motovedette, questa gente è imprigionata. I centri cosiddetta d’accoglienza sono dei carceri temporanei. Luoghi chiusi, dove si viene controllati da guardie ed agenti. Dove vige la legge militare del carcere. I diritti qui scompaiono di colpo. Nell’era della globalizzazione possono circolare in tutto il mondo liberamente, prodotti con OGM, armi nucleari, Coca Cola, puzzolenti MC Donald’s, ricchi uomini d’affari con la cocaina nelle valigette diplomatiche, tutto questo si. Gli uomini, i poveri, le donne stuprate ed infibulate, gente che chiede lavoro e pace, quelli no. Su di loro leggi razziali e fasciste come la Bossi Fini che se viene infranta costa la prigione per 60 giorni al CPT di Sant’Anna o a quello di Lametia. Centri sui quali abbiamo ampiamente già parlato. Ma un alternativa a questo modo d’accoglienza c’è. Ed ‘ sotto gli occhi di noi tutti. E’ la Casa dei Migranti. Si trova nel Comune di Rende in contr. Conciostocchi e rappresenta per la Calabria tutta un fiore all’occhiello. Un luogo di spiritualità vera, fra le foto di Che Guevara e le bandiere kurde. Un luogo dove si respira l’aria della vera solidarietà e dove chi vi vive percepisce subito l’altra Italia, l’altra Europa, fatta di pacifisti, di umanità, di accoglienza vera. La Casa dei Migranti funziona da diversi anni, si trova in una casa cantoniera concessa dalla provincia di Cosenza all’Associazione La Kasbah . Qui si intersecano varie vite, diverse storie. Storie di donne somale, di profughi kurdi, di marocchini, di nigeriane. Donne, bambini, volontari dell’Associazione si danno da fare ogni giorno per risolvere i mille problemi che questi uomini e donne si portano con sé. Una donna somala è giunta con il proprio marito da Crotone solo pochi giorni fa. E’ incinta ed il lungo viaggio l’ha stremata. Appena giunta a Rende , ha dei dolori forti alla pancia, e comincia a sanguinare. E’ subito ricoverata all’Ospedale di Cosenza. Comincia una spola fra la Casa dei Migranti e l’Ospedale. Un traduttore per il marito, i panni puliti per lei, la burocrazia per il ricovero, i soliti timbri che mancano, le solite carte che non si trovano o che non si possono avere. Emilia, una volontaria calabrese dell’associazione, dallo sguardo dolce, vive da anni in questo Casa, e si occupa con la sua santa pazienza di tutto questo. Fa da spola fra l’ospedale ed il Comune, organizza le esigenze delle donne, ed ha anche l’infinita calma per giocare con una bellissima bambina di un mese, giunta anche lei dalla Somalia con la madre.
Un viaggio lunghissimo iniziato quasi un anno fa e che l’ha vista attraversare con la sua famiglia mezza africa .Il Sudan, il Ciad, il deserto del Niger prima di giungere alle coste del mediterraneo. Un viaggio costato migliaia di dollari . Un viaggio dovuto alle cattive condizioni di vita in quei paesi. Un’altra delle donne oggi ospitate nella Casa dei Migranti è stata violentata da soldati somali. Un'altra ha subito l’infibulazione. Un'altra ancora ha visto tutti i suoi familiari essere uccisi con il “machete” dai soldati. Storie di ordinario orrore che dovrebbe far aprire le porte dell’intera Europa. Non c’è pari alle nostre storie di emigrazione. Noi fuggivamo dai pidocchi, dalla miseria, non dall’orrore. Michele Santagata fa parte dell’Associazione La Casbah. E’ imputato anch’egli fra i militanti del Sud Ribelle . Ed anche lui comparirà il prossimo 2 dicembre davanti al PM Fiordalisi ed i giudici della corte d’assise. La sovversione di Santagata è tutta qui. Il lavoro fra i migranti da anni. Una vita spesa fra bambini piangenti, problemi quotidiani con gli immigrati, riunioni con le istituzioni per ottenere aiuti economici per la Casa dei Migranti. La sua giornata inizia facendo la spesa per la Casa. C’è la festa di Liberazione la sera. Ed è un occasione per preparare un banchetto , all’interno dell’area festivaliera ,gestito dai kurdi esperti nel famoso Kebab. Un modo di finanziare l’esistenza della stessa associazione e dei profughi kurdi al suo interno. Bisogna comprare la carne al supermercato, i panini, preparare il tutto nelle cucine della Casa, portare il kebab in Piazza 11 settembre , dove c’è il festival , a Cosenza per le 16. Intanto bisogna risolvere i problemi degli ospiti della casa. Michele in tutto questo è frenetico e a stargli dietro ti ci rimbambisci. I problemi si affollano quotidianamente e non ci si può fermare. Tre donne somale sono giunte da pochi giorni. Hanno due bambini con loro. Bisogna comprare pannolini, dare la prima assistenza, tranquillizzare le donne, giunte senza mariti. Si sono persi durante la navigazione. Non sanno neanche se sono vivi, o morti , o prigionieri in qualche CPT, o già rimpatriati. Ai telegiornali che mostrano le navi di profughi a Lampedusa, queste si incollano allo schermo a scrutare i volti di quegli uomini. Potrebbero riconoscervi il marito, o qualche conoscente, o qualche amico. Sono sedute sul divano dell’ingresso della casa. Hanno i volti ancora sconvolti. Le saluto e mi salutano. Sono tutte con il capo coperto. Una di loro mi da la mano avvolta nel velo. Cominciano a raccontare le loro terribili storie. Intanto Emilia dall’ospedale di Cosenza ci dice le novità sulla ragazza somala ricoverata . Il marito Samson è voluto rimanere fuori dall’Ospedale e non ci sono stati versi per farlo riposare nella Casa. Nel centro vivono da anni, e aiutano l’Associazione anche tre profughi kurdi. Sono i maestri del kebab, che la sera andrà a ruba , nel banchetto all’interno del festival sotto la bandiera del Kurdistan. Fikret, Haidin e Talip sono questi i loro nomi. Dietro i loro nomi storie incredibili del Kurdistan. Talip proviene da un villaggio kurdo completamente raso al suolo dall’esercito Turco. Il suo villaggio si trovava in una zona quasi interamente montuosa. Vi abitavano circa 350 persone, e quando arrivarono i turchi bruciarono tutto. Molti si rifugiarono sulle montagne per difendere la propria identità culturale, altri scelsero l’esilio. La famiglia di Talip viveva di pastorizia, e bestiame. Una famiglia numerosissima. Fatta di 11 figli. Talip , con la sua voce emozionata e gli occhi tristi , ricorda la sua breve infanzia fra quelle montagne. Un infanzia che lo ha visto fuggire sotto i bombardamenti e arrivare con un suo zio alle coste di Bianco in provincia di Reggio Calabria nel 2000 . Talip ha pagato 1500 marchi per quel viaggio. Il sudore della sua famiglia. “Vai in Europa vedi se puoi poi aiutare tutti noi, gli avrà detto il padre” . E così Talip è salito su quella carretta di nave insieme ad altre 500 persone. Per chi cadeva in mare, ricorda Talip era la fine.
I soldi furono presi dai militari turchi che organizzano questi viaggi. Sollecitati anche dal governo per far spopolare le montagne dai kurdi. Bombardamenti e diaspora è questa la politica del governo turco. Una politica che ha portato al bombardamento di oltre 5000 villaggi ed a alla fuga di circa 3 milioni di kurdi in Europa , in prevalenza in Germania, 8 milioni ad Istanbul e nelle principali città della Turchia . Un dramma che passa sotto silenzio coperto dall’entrata della Turchia in Europa. Si parla di leggi sull’adulterio per far entrare la Turchia in Europa. Ma si sta zitti sugli 11.000 prigionieri politici nelle carceri turche, fra i quali il presidente di un partito legale quale Ocialan,sui continui rastrellamenti nelle periferie turche e kurde, nel divieto della lingua kurda. Dopo lo sbarco a Bianco , Talip giunse a Badolato. Un esperienza di grande umanità. Un paese intero che accolse i profughi come essere umani e non come extracomunitari. Nel 2002 finalmente Talip ottenne lo status di rifugiato politico. Aderisce al partito di Ocialan e cerca in tutta Europa di portare avanti la causa del suo popolo. Questa sua coerenza e amore verso il suo popolo, lo ha portato in carcere in Germania e la conseguente espulsione da quel paese. Simile la storia di Fikret. Ancora in attesa dello status di rifugiato. La sua famiglia è rimasta in Turchia e lui lavora qui, per mandare soldi ai suoi tre figli ed alla sua moglie. Fikret è stato arrestato in Turchia e portato in una prigione segreta dove è stato lungamente torturato. Liberato dopo tre anni di prigionia riesce anche lui a fuggire in Italia e giungere dopo Badolato alla casa dei Migranti. Michele, Emilia, Pasquale,Toni, ascoltano queste storie e le ripetono a memoria a tutti quelli che incontrano per strada, al banchetto del Kebab, nelle riunioni che si susseguono per dare dignità a queste persone e inserirle nel nostro tessuto sociale, economico, politico. Michele, su questo è instancabile. E’ riuscito a portare ad un tavolo di lavoro, la Questura, la Prefettura, la provincia, le associazioni, per sveltire le pratiche di soggiorno. A Firenze una pratica si finisce nel giro di tre giorni , a Cosenza ci vogliono mesi ed una caterva di file sotto la Questura con il sole e o con la pioggia, con figli in braccio, o con persone ammalate. Una disumanità nella disumanità alla quale assistono indifferenti i cittadini cosentini che vi passano ogni giorno davanti. Ma le riunioni politiche sono servite anche a creare un alternativa valida ai Centri di detenzione. Un protocollo d’intesa su aiuti concreti. Non chiacchiere ma impegni precisi ai quali hanno risposto fino ad ora tre comuni: San Demetrio Corone, Rovito e Marzi. San Demetrio e Rovito hanno offerto delle case. E proprio a San Demetrio, sono state spostate le donne somale con i loro figli. L’accoglienza di questo paese- ci ha detto Michele- è stata straordinaria. Una comunità piccola ma solidale, una comunità che ha visto una mobilitazione piena e veritiera attorno al problema , che ha portato ai primi profughi giunti a San Demetrio, non solo calore umano, ma vettovaglie di ogni genere, giocattoli e vestiario per tutti. Una dimostrazione di come i popoli più dei politici capiscono spesso cosa sia la vera vita. E il paradosso non è solo della legge fascista e razzista detta Bossi Fini, il paradosso sta nei finanziamenti che questa destina ai propri centri di detenzione. Lo Stato per ogni detenuto nei Centri di permanenza ( CPT) , paga , per 60 giorni quasi 40 euro al giorno. Dopo di che , questo sfortunato, viene rimbarcato e rispedito nel suo paese d’origine. Questo vuol dire la morte per questa persona. Perché ha perso tutti i risparmi della sua famiglia per il viaggio di andata, e si ritrova a ricomunicare da zero, per ricostruire un prossimo viaggio se scampa alla guerra che ritrova in corso. Per le donne è peggio. Si fanno ritornare dove sono state violentate o infibulate. In villaggi dove vigono leggi coraniche e dove saranno additate come impure, prostitute, infedeli. Una vita segnata. Ai centri di accoglienza vera, invece , come la casa dei Migranti, che in Italia sono una ottantina, lo Stato, tramite , l’ANCI , distribuisce 15 euro al giorno a profugo. Una miseria alla quale devono far fronte i volontari, nel nostro caso quelli dell’Associazione La Casbah. Proprio per questo si cercano sempre nuove forme di sopravvivenza nella Casa. L’anno scorso sono stati coltivati un po’ di terreni in prossimità della Casa e dalla produzione di pomodori e melanzane sono venuti fuori barattoli di golose melanzane sott’olio e bottiglie di pomodori per il sugo. Ora si vuole fare un salto di qualità, impiantando tre serre ed incentivando una produzione agricola di carattere biologico. “Una nuova scommessa- dice Michele- ma che vinceremo, così come abbiamo vinto quella sulla nostra stessa esistenza come associazione e come Casa dei Migranti. Una risposta reale e concreta che dimostra come in una terra difficile come la nostra è possibile costruire valide alternative”.
La creazione dei CPT
risale al precedente governo di centro-sinistra (legge
40/1998 detta Turco-Napolitano) approvata anche da quella sinistra che oggi
si dichiara pervasa da sdegno (inclusi Rifondazione Comunista e Verdi), in
attuazione delle direttive europee di Schengen in materia d'immigrazione,
quali elementi fondamentali della politica dei flussi contingentati. La
legge Bossi-Fini (legge 189/2002 ) ha quindi ripreso pienamente tale misura
e inasprito non solo la natura di questi campi di internamento, ma anche il
carattere razzista e repressivo delle leggi sul governo dei flussi
migratori.
Ecco come hanno votato i deputati di Rifondazione Comunista e dei Verdi in
quel lontano 1997.
VOTAZIONE NOMINALE DEL DDL n. 3240 - DISCIPLINA DELL'IMMIGRAZIONE E NORME
SULLA CONDIZIONE DELLO STRANIERO (in relazione alla creazione dei CPT)
seduta del 19/11/1997 presieduta da VIOLANTE LUCIANO
RIFONDAZIONE COMUNISTA:
BERTINOTTI FAUSTO - Assente
BOGHETTA UGO - Favorevole
BONATO FRANCESCO - Favorevole
CANGEMI LUCA - Assente
DE CESARIS WALTER - Favorevole
GIORDANO FRANCESCO - Favorevole
LENTI MARIA - Favorevole
MALAVENDA MARA - Assente
MALENTACCHI GIORGIO - Favorevole
MANTOVANI RAMON - Favorevole
NARDINI MARIA CELESTE - Favorevole
PISAPIA GIULIANO - Favorevole
ROSSI EDO - Favorevole
SANTOLI EMILIANA - Assente
VALPIANA TIZIANA - Favorevole
VENDOLA NICHI - Favorevole
VERDI:
BOATO MARCO - Favorevole
CENTO PAOLO - Favorevole
CORLEONE FRANCO - Assente
DE BENETTI LINO - Favorevole
GALLETTI PAOLO - Favorevole
GARDIOL GIORGIO - Favorevole
LECCESE VITO - Favorevole
MATTIOLI GIANNI FRANCESCO - Assente
PECORARO SCANIO ALFONSO - Assente
PROCACCI ANNAMARIA - Favorevole
SCALIA MASSIMO - Favorevole
TURRONI SAURO - Favorevole
Presentato l'esposto per chiudere il CPT di Lametia Terme
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Al sostituto Procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Lamezia Terme
Si allegano al presente esposto:
1 - Rapporto di Medici Senza Frontiere sui Centri di Permanenza Temporanea (allegato a)
2 - Immagini dell’esterno del Centro di Permanenza Temporanea (allegato b)
3 - Dichiarazioni e notizie di assoluta gravità apparse sulla stampa nel periodo Ottobre 2002 – Febbraio 2004 (allegato c)
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Alle 14 la manifestazione si scioglie.
Visita al CPT di Lamezia Terme in una calda giornata di fine settembre 2003
di Francesco Cirillo

L’on.Russo Spena è arrivato alle 12. I ragazzi di Rifondazione Comunista di Lamezia Terme ed altri no global erano davanti al centro già dalle 11. Avevano già affisso manifesti di protesta e issato bandiere rosse, mentre dagli altoparlanti di un auto uscivano la musica forte dell’ultimo cd della Banda Bassotti. I poliziotti all’ingresso facevano buon viso e cattivo gioco. Ogni tanto invitavano i ragazzi a non affiggere qualche manifesto sul muro d’ingresso del centro “perché di pertinenza del centro stesso”, poi facevano finta di non vederli quando li mettevano. Ad un certo punto arriva proprio il gestore della cooperativa “Malgrado tutto”, la cooperativa che gestisce questo centro di detenzione, o meglio Centro di permanenza temporanea. Già perché qui si sta solo per 60 giorni e poi si viene rispediti nelle terre d’inferno dalla quale provieni. Dal kurdistan bombardato dai turchi, dalla Nigeria affamata dalle multinazionali, dal magreb assolato e desertificato. Qui non puoi stare, o meglio puoi stare se hai un permesso di soggiorno, e se prima hai già avuto un lavoro, sei iscritto, hai una casa, un padrone. Cose che neanche gli italiani, disoccupati e proletari hanno. Il gestore si chiama Raffaello Conte. “sono comunista da sempre” dice subito parlando con noi fuori. Cerca di fare il simpatico, stringe mani a tutti e fa battute secondo lui simpatiche. Si lamenta con alcuni giornalisti che in visita al centro il novembre scorso hanno scritto cose false. “non ci credete ? “. Prende il telefono e chiama una segretaria. “portami l’articolo” le ordina. E arriva ,subito dopo, un affannata segretaria con una decina di fotocopie dell’articolo incriminato con la frase evidenziata in verde, che Raffaele subito distribuisce a tutti . “Ecco leggete cosa c’è scritto” fa a tutti. Nell’articolo la giornalista del Quotidiano della Calabria, Daniela Ielasi chiedeva all’on.Giovanni Russo Spena in che condizioni aveva trovato il Cpt di Lamezia che così rispndeva : “ Il CPT di Lamezia terme si presenta con le tipiche inferriate e dietro si vedono i volti di uomini e donne schiacciati contro le sbarre quasi fossero animali in gabbia o allo zoo”. “Ma vi rendete conto – dice a noi Raffaello- vi rendete conto, tutto questo è assurdo , poi chi entrerà se ne renderà personalmente conto delle sciocchezze che si scrivono sul mio centro”. E si entra all’arrivo di Russo Spena. Con Russo Spena entrano Don Angelo Cassano ,prete ribelle di Bari da sempre a fianco degli immigrati che sbarcano sulle coste pugliesi, Erminia Rizzo del Tavolo nazionale dei Migranti, Pino Commodari segretario regionale del PRC, Rosa Tavella medico e consigliere comunale del PRC di Lamezia , Annetta Curcio sociologa dell’Università di Cosenza. Veniamo accolti all’interno dall’avvocato di Stato. Da poco sono state alzate le sbarre attorno al piccolo edificio. Sbarre ovunque tutte attorno ad un piccolo cortile dove sono scesi tutti i migranti detenuti, 76 in tutto. Ci guardano in silenzio dietro le sbarre. Ancora non hanno capito chi siamo e cosa vogliamo. Pensano che siamo ispettori o qualcosa di simile. Ancora non hanno capito che siamo lì proprio per loro. L’avvocato ci spiega tutto il bene possibile della loro azione, e dell’aiuto che si cerca di dare loro. Un agente della finanza lì per controllo, mi chiede se abbiamo intenzione di entrare nel cortile . “può essere pericoloso – mi dice- potreste essere in pericolo. Hanno lamette nascoste nella bocca. L’altro giorno hanno ferito in faccia un poliziotto”. “io non sono poliziotto- gli rispondo” allontanandomi da lui. Alle donne della delegazione qualcuno ricorda minacciosamente che molti di quei detenuti sono in galera per stupro. Insomma si cerca velatamente di spaventarci, ma non ci riescono. Tutti chiediamo di entrare , ed entriamo. I detenuti si fanno subito attorno a noi. Stringiamo la mano a tutti, ci conosciamo, ognuno di noi viene circondato da gruppi di quattro cinque di loro e portati ognuno in un luogo del carcere. Ognuno ci racconta la sua storia, ognuno il suo dramma . Ci vengono mostrati documenti, carte di credito, codici fiscali. Molti sono stati presi per strada sprovvisti di permessi di soggiorno, e secondo la legge Bossi Fini subito portati nel centro. Il reato contestato è quello di clandestinità. Ci sono anche 7 bulgari. Sono entrati tutti per turismo, liberamente dalla frontiera. Hanno affittato una casa e qui hanno ricevuto la visita della polizia che li ha presi e portati subito nel centro. Poi tante altre storie. Mi colpisce un ragazzo ganese. Si chiama Hassan , ha 20 anni . E’ nel letto da circa un mese. Da quando è stato portato lì. Ha paura, ed è in piena depressione. Sorride a tutti, non parla italiano e solo la solidarietà degli altri migranti-detenuti che gli portano il cibo lo mantiene in vita. Altri due migranti dimostrano chiari segni di depressione e parlano da soli senza ascoltare nessuno. La sporcizia , nonostante il centro sia stato pulito la mattina alla notizia del nostro arrivo, è lampante. I rubinetti ai lavandini sono stati messi, il giorno prima , i muri all’interno sono stati ripuliti la mattina stessa, così i pavimenti sono stati lavati poche ore prima del nostro ingresso. Ma nonostante questa apparenza, il centro dimostra tutto il suo squallore. I materassi sono sporchi, le lenzuola non sono mai cambiate se non con l’uscita dello stesso detenuto dopo sessanta giorni, tutti difatti presentano sul corpo foruncoli rossi, macchie violacee, pustole. Le docce non funzionano, se non una sola da dove esce sempre e solo acqua fredda o bollente, una sola doccia per 76 persone. I bagni sono inguardabili, la cucina è pessima. I detenuti islamici non mangiano mai carne, perché gli è stato detto , dalla cucina, che non sanno se vi possa essere carne di maiale nel tritato. Anche la comunicazione con l’esterno da parte del detenuti è completamente bloccata. Una sola scheda telefonica al mese, nessuno avvocato da poter contattare ( la legge dice che all’interno del centro dovrebbe esistere una lista di avvocati disponibili alla difesa) . Siamo tutti allibiti di quanto vediamo. Di fronte ad Hassan, questo giovane abbandonato su un materasso, io ed Don Angelo piangiamo dalla commozione . Tutto è distrutto. Porte sfondate , finestre divelte, reti dei letti sfondati, immondizia raccolta una volta a settimana,puzza di fogna ovunque, stanze piene fino a dieci immigrati. Una situazione drammatica che balza subito sotto gli occhi di tutti. Un detenuto mi dice che appena è arrivato insieme agli altri gli hanno fatto fare la fila davanti uno sportello dove ha dichiarato il vestiario di cui aveva bisogno. Magliette, scarpe, tute. Gli è stato fatto firmare un documento e quando dopo tre giorni è andato a chiedere della roba , gli è stato risposto che già gli era stata consegnata e la sua firma faceva fede. Questa estate è già scoppiata una rivolta. 15 migranti hanno cercato di scappare, ma sono stati subito ripresi. I poveri erano andati tutti alla stazione di Lamezia a prendere un treno e lì sono stati tutti acciuffati. D’altra parte dove avrebbero potuto andare disgraziati come sono. All’uscita dal centro dopo essere stati tutti calorosamente salutati ci attende il “compagno” Raffaello. “Avete visto ? Tutto a posto allora ?”. Io penso che sia impazzito e gli spiattello tutto quanto ho visto e sentito. Anche gli altri fanno lo stesso. L’on Giovanni Russo Spena è completamente allibito. Siamo tutti molto arrabbiati e non riusciamo a contenere la nostra rabbia , davanti ai detenuti, che urlano tutti e applaudono i nostri interventi contro il gestore , il medico, l’avvocato fuori la cancellata del cortile. E’ un boato di urla che quasi fa pensare all’inizio di una rivolta. Una rivolta giusta contro una legge Bossi Fini inumana e assurda. L’80% di quelle persone provengono da carceri, hanno già pagato il loro debito con la giustizia italiana, ed invece sono ancora in prigione. L’altro 20% non ha commesso nessun reato se non quello di non aver trovato una sistemazione adeguata nella ricca ed opulenta Europa. Tutti sono lì senza aver commesso alcun reato specifico, e tutti vengono quindi trattati come “di passaggio”, senza alcun diritto quindi, senza alcuna possibilità di poter essere “reinseriti” come ancora la nostra Costituzione vorrebbe che si facesse con qualsiasi detenuto, anche con quello che ha commesso il delitto più efferato di fronte alla coscienza umana. Don Angelo comincia un alterco durissimo con il gestore. Gli dice di vergognarsi. Don Angelo, con Giovani Russo Spena ha visitato molti altri centri gestiti in modo diverso, sempre come carceri, ma comunque con un minimo di dignità e rispetto della persona. Cosa che qui a Lamezia nessuno di noi ha visto. Ce ne usciamo tutti arrabbiati e con un'unica volontà. Ritornarci. Con altri parlamentari regionali, con altre associazioni, perché questa vergogna nazionale e a questo punto anche regionale venga cancellata. Ritornarci con una sola parola d’ordine. Chiudere il centro.
IL MOVIMENTO NO GLOBAL DELLA CALABRIA E' RITORNATO DAVANTI IL CPT DI LAMEZIA SABATO 15 NOVEMBRE PORTANDO ANCORA UNA VOLTA SOLIDARIETA' AI FRATELLI PRIGIONIERI E CHIEDENDO NUOVAMENTE A GRAN VOCE LA CHIUSURA DEL CENTRO.







APRIAMO LE PORTE DEI CPT
RICONVERTIAMO IL CPT DI LAMEZIA
Le ennesime morti in mare degli ultimi tempi, le donne e gli uomini
annegati nel tentativo di raggiungere le coste italiane alla ricerca di
una vita migliore e più degna, la discussione scaturita dalle dichiarazioni di
Fini sul voto agli immigrati e dalle intenzioni di Pisanu di promuovere
una sorta di consulta musulmana per definire nuovi criteri di accoglienza,
impongono una riflessione più ampia sugli effetti che le ultime leggi
sull'immigrazione hanno prodotto a livello sociale e umano ed una nuova e più
chiara valutazione sui CPT, vere e proprie carceri per donne ed uomini che
nessun tribunale ha condannato. Le condizioni dei migranti, nel nostro Sud,
assumono connotati ancor più gravi: i CPT stanno scoppiando. Non riuscendo a
gestire il sempre maggior numero di presenze, le condizioni di vita cui
sono costretti gli "ospiti" rasentano la miseria più assoluta, ne
abbiamo avuto ulteriore testimonianza durante la visita fatta al CPT di Lamezia.
Una struttura nata alla luce delle opportunità offerte dalla
legge Basaglia, la famosa legge 180 che apriva i manicomi, ma
trasformatasi in
un luogo promiscuo, una sorta di limbo degli esclusi, in cui malati mentali,
tossicodipendenti e migranti condividono spazi tra loro contigui,
intersecando storie e disagi in un luogo che sempre più assume i connotati di
un vero e proprio lager. L'esperienza di Badolato, in termini di ospitalità, in
coincidenza dell'arrivo dell'Ararat con 835 kurdi, lasciava immaginare
un'attenzione ed una disponibilità diverse nei confronti della dignità di
tutti quegli esseri umani scappati dalla guerra, dalla repressione, dalla fame e
dalla disperazione.
La Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, il fallimento del PNA (un programma
nazionale che poneva le condizioni per una diversa accoglienza dei
migranti), le restrizioni apportate ai criteri per il riconoscimento dello
status di rifugiato politico, il razzismo dilagante in molte realtà italiane
favorito anche dai media, hanno messo a nudo il vero dramma
dell'emigrazione, che solo una politica asfittica può ridurre ad un
problema, tra l'altro ingestibile, di ordine pubblico. Altro significato ha per
noi il termine accoglienza, chiara dimostrazione ne è l'esperienza della
Casa del Migrante di Castiglione Cosentino che coinvolgendo in prima persona
gli stessi migranti nella gestione della struttura riesce ad avere un
rapporto aperto con la popolazione, senza sbarre e cancelli. Un mondo
globalizzato non può garantire esclusivamente la libera circolazione delle
merci ed impedire la libertà di movimento degli esseri umani. bensì, dovrebbe
assumere, nelle sue istanze politiche, la capacità
di governare secondo "logiche nuove" i problemi politici dell'oggi: la
guerra, l'emigrazione, l'uso delle risorse, la gestione dei servizi e i diritti.
I
CPT rappresentano la concretizzazione di questo modo inadeguato di
affrontare i problemi, in quanto simboli di una logica di negazione di
ogni diritto elementare e come tali vanno aboliti nella loro attuale forma e
riconvertiti in centri di vera accoglienza, con al centro la dignità
dell'uomo e che siano capaci di affrontare le problematiche che stanno dietro il
dramma di ogni singolo soggetto. Per tutto ciò, diverse realtà del
Movimento in Calabria stanno
organizzando un presidio di solidarietà con i reclusi del CPT di Lamezia Terme
e per richiederne l'immediata chiusura, come "lager per immigrati", ed
una sua
immediata riconversione. L'appuntamento per tutti è per sabato 15
novembre 2003 alle ore 14 nel piazzale antistante la sede della cooperativa
"Malgrado Tutto", gestore del centro lametino. A questo presidio hanno
già aderito gli imputati del processo contro la rete del Sud Ribelle, ad
un anno dal loro arresto avvenuto il 15 novembre 2002, che affermeranno, con la loro presenza, la
volontà di proseguire nella ricerca di un mondo migliore, un mondo senza
frontiere, di reali diritti e di eguali.
CSOA "Angelina Cartella" / Associazione Culturale Multietnica
"La Kasbah" / Libera Associazione di Idee / Comunità Kurda Calabrese
/ Radio "Ciroma" / Piana Social Forum / Tirreno Social Forum