VOGLIONO TRASFORMARE IL SUD IN UNA PATTUMIERA NUCLEARE
DI SEGUITO
1) IL REGALO DI NATALE comunicato del 28 dic.2001 SOS LUCANIA
2) IL CONSIGLIO DI STATO DICE SI AI POZZI NEL POLLINO
3) Successo della manifestazione contro il deposito di scorie a Policoro
4) Lettera al Presidente della Regione Calabria sui siti nucleari
5) la Bomba Basilicata : un inchiesta apparsa su Panorama
6) MA ANCHE IL PETROLIO INQUINA LA REGIONE ED IMPEDISCE LA CRESCITA DEI PARCHI
IL REGALO DI NATALE
S.o.s.Lucania ha deciso di fare un regalo di Natale alla Giunta Regionale, presidente compreso, ed a tutti i consiglieri senza alcuna distinzione tra maggioranza ed opposizione: è Natale per tutti!
Questa mattina (28.12) abbiamo consegnato in Regione delle bottiglie di Lucanella, lacqua minerale buona e bella, sulla cui etichetta (che mandiamo in allegato, insieme al biglietto di accompagnamento) è scritto: "Dallarmoniosa miscela naturale tra la purissima acqua che sgorga dal cuore dellAppennino Lucano ed il prezioso petrolio estratto a pochi metri dalle sorgenti, unacqua minerale dal gusto forte e deciso che stimola la diuresi e la deiezione"
E sicuramente un regalo modesto se riferito ai destinatari, ma decisamente impegnativo per le finanze dellassociazione, anche perché non abbiamo badato a spese per quanto riguarda le analisi dellacqua.I più "acuti" diranno che si tratta di una provocazione.
E vero, lo ammettiamo, è una provocazione, ma in quellacqua (o, meglio, nelletichetta di quellacqua) sono concentrate tutte, o quasi, le grandi e gravi questioni legate allattività petrolifera sul nostro territorio e, cioè, il grave rischio per le falde acquifere, sopra le quali vengono effettuate le perforazioni; che esca dal coro.
Dunque, per noi è una bottiglia molto importante: affidiamo ad essa il nostro messaggio di speranza e di lotta per la sopravvivenza di noi stessi e della nostra terra.
28 dicembre 2001
Alfonso Fragomeni
3 dicembre 2001
PARCO DEL POLLINO: IL CONSIGLIO DI STATO DICE SI ALLE ESTRAZIONI DEL PETROLIO NEL PARCO DEL POLLINO
E una bomba vera e propria quella che è arrivata dal Consiglio di Stato. Estrarre petrolio in unarea protetta non determina devastazioni a livello ambientale. E questo il senso della sentenza fatta dai giudici contro il no da parte dellEnte Parco del Pollino di consentire estrazioni petrolifere richieste da parte dellEni. I comuni confinanti con la Calabria, quali Senise, Policoro, Viaggiano, Pantanelle ed in genere tutta la Valle del Basento, da anni già convivono con una presunta ricchezza proveniente dalle estrazioni di petrolio, sconosciuta comunque a quasi tutto il resto della Basilicata e della Calabria. Ma due incidenti avvenuti, uno il 21 gennaio del 2000 lungo la strada fra Senise e Viaggiano, che è costata la vita ad un autotrasportatore di 41 anni, Mario Busillo, ed un altro il 29 febbraio 2000 per fortuna senza vittime con un autocisterna caduta in un fiume, hanno riproposto il tema dei costi che lambiente naturale ed umano stanno iniziando a pagare in nome di una ricchezza ridotta a pochi per lestrazione delloro nero. Nei due incidenti stradali che hanno visto le autocisterne cariche di greggio traboccare il proprio contenuto in fiumi e campi coltivati ben 60 mila litri di greggio , si sono sparsi in una vasta area comprendente corsi dacqua, falde sotterranee, fino a raggiungere coltivazioni importanti quali i famosi fagioli di Sarcone e cereali vari. Una realtà che contrasta con la sentenza del Consiglio di Stato. Comuni come Viggiano sono devastati da anni dalle emissioni inquinanti che fuoriescono dagli impianti di estrazione,così come le strade sono intasate dal traffico insistente di centinaia di camion che portano il greggio a Taranto perché venga raffinato. Lambiente è devastato anche dalle metodologie usate dallEni per la creazione dei pozzi. I tecnici del gruppo ENI sistemano cariche di tritolo a circa 30 metri di profondità e a distanza molto ravvicinata le une dalle altre: nei boschi sotto il letto dei fiumi, nelle valli e provocano le esplosioni. Attraverso le misurazioni che ricavano dalle onde durto degli scoppi,localizzano i giacimenti. Si abbattono quindi alberi, si devastano coltivazioni, e soprattutto mettono a rischio pericolosamente le ricche falde acquifere che alimentano lAcquedotto pugliese e le sorgenti delle acque minerali, tutte di grande valore ambientale per la ricchezza di eccellente qualità. Il passaggio per il parco del Pollino è quindi basilare sia per la costruzione di un futuro petroleodotto che giunga fino a Taranto sia per lallargamento dellarea estrattiva. Tutto questo vede sfumato la possibilità di nascita del Parco nazionale della Val dAgri che doveva essere la cerniera fra il Parco Vallo del Diano e il Parco del Pollino . Cosa importante per costituire un grande unico parco che avrebbe dovuto essere lAPE, Appennino Parco Europa. Progetto che lo stesso Ministro per lAmbiente del governo Amato aveva sollecitato e cercato ma che ha dovuto fare marcia indietro di fronte alle leggi del mercato ed ai conseguenti forti interessi che hanno visto nel giro di due anni tutte le grandi potenze petrolifere accorrere in Basilicata. Ora quello che conta in quelle zone sono i numeri, gli investimenti miliardari, la produzione che scaturisce dai pozzi petroliferi. Il 50% del territorio regionale della Basilicata è investito dal progetto di estrazione che vede lAgip/Eni come partner principale. Una trentina le concessioni ottenute dal Ministro per lAmbiente per le estrazioni, una sessantina i pozzi dichiarati dallAgip per un totale di 622 milioni di barili di petrolio allanno. E allEni dicono che si può fare di più. E chiedono altri permessi, altre concessioni, per arrivare fin dentro il Parco del Pollino, sia del territorio Lucano che Calabrese, e coprire così il 10% del fabbisogno nazionale. Il WWF ha costituito un osservatorio ambientale sulle estrazioni, chiamato SOS Lucania, e diverse fino ad oggi sono state le iniziative per fermare lo scempio, ma la forza degli interessi che ruotano attorno alle estrazioni ha coinvolto sia il governo del centrosinistra che lattuale del centrodestra. La sentenza del Consiglio di Stato di ieri ha dato il colpo finale ad un Parco già coinvolto da diverse polemiche dopo lestromissione forzata del Presidente del Parco, Mauro Tripepi, che aveva detto di no a queste estrazioni petrolifere nellarea protetta.
23 giugno 2001
SUCCESSO DELLA MANIFESTAZIONE CONTRO IL DEPOSITO DI SCORIE NUCLEARI A POLICORO (Matera) INDETTA DALLA RETE DEL SUD RIBELLE A DA RIFONDAZIONE COMUNISTA
Duecento compagni provenienti da tutto il sud hanno manifestato sabato 23 giugno contro il deposito di scorie nucleari dellEnea. Il deposito costruito negli anni settanta dallEnea è al centro da alcuni anni di diverse inchieste da parte della magistratura locale per fughe radioattive. Linchiesta che ha portato a diverse comunicazioni di garanzia a funzionari e dipendenti del centro Enea dimostrerebbe lesistenza di un piano da parte dei vertici dellEnea di trasformare il centro di Policoro non solo in deposito di scorie nucleari, già di per se pericoloso per lambiente, ma anche in un centro vero e proprio di trasformazione dellenergia nucleare . Tali ricerche che avvengono allinterno del centro ha portato negli anni scorsi a diverse fughe radioattive ed a uno scarico vero e proprio di materiale imprecisato nel mare Ionio attraverso alcune condotte sottomarine tenute segrete dallazienda. La manifestazione è partita alle ore 10 dal centro di Policoro e si è spostata sulla statale 106 che è rimasta bloccata dai manifestanti . Sproporzionato lintervento della polizia e di agenti della digos che si sono divertiti con macchine fotografiche e video a riprendere uno per uno tutti i manifestanti ed a registrare i loro interventi davanti ai cancelli del centro ricerche. Allarrivo dei manifestanti il centro ha chiuso i propri cancelli e schierati i propri uomini del servizio di guardia. Il direttore del centro chiamato in causa dai manifestanti per rispondere sullesistenza del progetto dellEnea di ripresa del nucleare e sullesistenza delle condotte sottomarine ha rifiutato di ricevere una delegazione dei manifestanti. Dopo una serie di interventi da parte dei rappresentanti dei centri sociali e di rifondazione Comunista il corteo si è spostato nella vicina Scanzano dove si è svolta alla presenza di numerosi cittadini unassemblea sulle tematiche legate a Genova ed al G-8. Lassemblea Domenica si è nuovamente spostata a Taranto nella sede del Cobas dove si sono approfondite le tematiche sulla rete meridionale del Sud Ribelle e sulle modalità di partecipazione alla grande manifestazione contro il G-8. Il dibattito durato per tutta la giornata ha visto la partecipazione di centinaia di compagni provenienti dalle citta del sud ma anche da piccoli paesi di provincia dove le iniziative contro la globalizzazione e in preparazione della partecipazione a Genova si fanno sempre più diffuse e partecipate. Lassemblea terminata nel tardo pomeriggio di Domenica ha deciso di partecipare al corteo a Genova con un proprio blocco caratterizzato come meridionale e identificato dietro uno striscione del Sud Ribelle. Di indire una serie di manifestazioni su tutto il territorio meridionale con un fitto calendario di iniziative che sarà comunicato a presto.
i manifestanti bloccano l'accesso alla discarica nucleare
Sinistra verde scrive al Presidente della Regione Calabria a proposito dei siti nucleari
Larticolo apparso su Panorama dell8 febbraio 2001 , a proposito del deposito di scorie nucleari a Rotondella , non ha suscitato grandi polemiche e a parte il nostro giornale nessun altro quotidiano calabrese ha inteso riprendere la notizia. Ci siamo anche premuniti di verificare sul giornale scozzese The Scotsman le affermazioni del giornalista Nic Outterside, che l8 marzo del 1996 denunciò la scomparsa dallimpianto di Rotondella , posto da oltre venti anni al confine con la Calabria ionica, di circa 25 chili di ossido di uranio. Non abbiamo trovato traccia né degli articoli né di tale giornalista ed alle nostre richieste di informazioni non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Ma linchiesta aperta dal magistrato di Potenza resta. Anzi i magistrati allinizio erano due. Uno era il procuratore di Matera Nicola Maria Pace che nel 1998 portò alla condanna di ben cinque dirigenti dellEnea due dei quali lavoravano nellimpianto della Trisaia a Rotondella. Di cosa venivano accusati i cinque ? Di non aver avvertito le autorità e la cittadinanza di uno scarico radioattivo nel mare a causa della rottura di una tubatura e di non aver denunciato che allinterno dellimpianto della Trisaia vi sono dei rifiuti radioattivi superiori al carico consentito. Dopo la denuncia , stranamente, il procuratore viene trasferito a Trieste. E linchiesta passa, insieme a tutti i dubbi al procuratore di Potenza dott. Galante. Il problema in definitiva qual è. Se è vero che si vende plutonio, vuol dire che allinterno dellimpianto si lavora questo tipo di produzione in modo nascosto ed incontrollato, e di conseguenza si accumulano rifiuti da riconvertire. La zona diventa di conseguenza ad alto rischio ambientale e sarebbe logico che le popolazioni fossero avvertite vicino a che tipo di impianto dormono, vivono, lavorano, fanno andare i figli a scuola . Ma la gravità dellinchiesta di "Panorama" si evidenziava in queste dichiarazioni :
"Non la pensava certamente allo stesso modo il pm Pace, quando incalzava i testimoni sulla possibilità di produrre in Trisaia plutonio, la materia prima della bomba atomica.- scrive Panorama- Ottenendo dai tecnici sempre risposte negative. Con un piccolo distinguo: in molti avevano sottolineato come l'impianto di riprocessamento (Itrec) della Trisaia fosse piuttosto versatile e in grado di trattare diversi tipi di combustibile. I dubbi di Pace ( il magistrato allontanato,ndr) sono ora diventati quelli di Galante. Il quale ascolterà presto il teste "Billy", nome in codice di un ingegnere che in passato si è occupato della vigilanza di Rotondella. Per Billy, che era già stato interrogato da Pace, quell'impianto non avrebbe mai dovuto entrare in funzione. Raggiunto da Panorama confida: "Non è chiaro perché si decise di riprocessare gli elementi di Elk River. Bisognerebbe fare bene i conti del combustibile prima e dopo la rigenerazione". Come a dire che forse qualcosa potrebbe essere sfuggito ai contabili del centro. Proprio come ha scritto Outterside. E dove potrebbe essere finito quel materiale? All'epoca Billy parlò dell'Iraq, oggi preferisce non rispondere. Nel '78 l'Italia aveva firmato un accordo di collaborazione con Saddam Hussein per la fornitura delle tecnologie necessario alla costruzione dì quattro laboratori nucleari. ".
E partendo da queste dichiarazione che il gruppo ambientalista Sinistra verde ha inteso interrogare con un comunicato pubblico il Presidente della Regione Chiaravalloti. " Vogliamo sapere scrive sinistra verde- se queste dichiarazioni sono state verificate". Ma a questi interrogativi se ne aggiungono altri e abbastanza recenti. La mappa dellEnea. Questa mappa è il risultato di un gruppo tecnico finanziato dallEnea con il compito di stabilire quale aree di Italia corrispondono a determinati requisiti per potervi installare depositi di materiale radioattivo. Sulla cartina diffusa dallEnte vi sono segnalati con puntini verdi ben 290 aree di estensione superiore a tre chilometri quadrati. Fra queste aree visibilmente si vedono aree in Basilicata e soprattutto in Calabria nella zona dello ionio fra il Catanzarese ed la sibaritide. E un brulicare di puntini verdi a dimostrazione della ricerca dei siti da parte dellEnea nella nostra regione. Ci si chiede a questo punto se la regione Calabria così come le altre regioni dItalia siano state avvertite da questo tipo di ricerca e se si è a conoscenza delle vere intenzioni dellente a proposito . Difatti le caratteristiche richieste dallEnea sono di questo genere e le leggiamo dal loro sito: "Le autostrade devono essere a due chilometri, le strade statali e le linee ferroviarie a uno (per non vincolare la possibile utilizzazione delle aree prossime alle vie di comunicazione); sono escluse aree protette, parchi e riserve; i corsi d'acqua devono essere a almeno 200 metri di distanza; le formazioni geologiche devono essere stabili (esclusi i calcari fratturati e le zone a pendenza maggiore del 5 per cento); le aree non devono essere a rischio di alluvione; l'altitudine non deve essere maggiore di 600 metri (per problemi di accessibilità al sito) o inferiore a 20 (per evitare le fasce costiere); esclusi boschi e zone umide e le zone a rischio sismico" . Da un sommario sguardo sulle caratteristiche richieste, si evince che la Calabria per lalta intensità di zone soggette a terremoti ed a alluvioni sarebbe immediatamente da scartare. Perché si chiede sinistra verde la regione non dice apertamente e pubblicamente di essere contraria a questo tipo di impianti ?
Francesco Cirillo
sul Domani della Calabria del 15 maggio 2001
Panorama del 8 febbraio 2001
Rivelazioni: Le trame sul centro Enea di Rotondella
LA BOMBA BASILICATA
Plutonio, uranio: la verità sui traffici radioattivi
Combustibili nucleari da smaltire,007 stranieri pronti a comprarli,perdite di riifuti altamente inquinanti. E un giallo internazionale che ruota intorno ad un laboratorio di ricerca vicino a Matera. Sul quale ora un magistrato vuol vederci chiaro.
Di Giacomo Amadori
Scena prima: in un piccolo laboratorio nucleare, disperso tra le colline della Basilicata, viene prodotto senza autorizzazioni materiale nucleare. Scena seconda: un'auto esce nottetempo dal centro con una valigetta blindata. Scena terza: alcuni uomini escono dall'auto e scambiano in una piazzetta di sosta il "tesoro" nucleare con emissari di Saddam Hussein. Sembra un romanzo di John LeCarré, in realtà non si discosta molto da quella che è la tesi del capo della procura di Potenza, Giuseppe Galante, che ha aperto un'inchiesta sul centro di ricerche Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) della Trisaia, a pochi chilometri da Rotondella (Matera). Ipotesi di reato: nel centro c'è stata una produzione illecita (non registrata in contabilità) di materiale radioattivo. Materiale poi venduto, in particolare dopo il referendum del 1987 che ha "spento" il nucleare in Italia.
In procura nessuno si sbottona. Si sa, però, che Galante ascolterà presto Nic Outterside, il giornalista che 1'8 marzo 1996 su The Scotsman, il più importante quotidiano scozzese, ha denunciato la scomparsa dalla Trisaia di 27 elementi di combustibile, potenzialmente "25 chili di ossido di uranio utilizzabili a fini militari" che "potrebbero essere finiti nelle mani della mafia italiana". Il giornalista citava come fonte "rapporti interni dell'Enea". Proprio un anno prima a un convegno internazionale a Città del Capo, un fisico nucleare norvegese aveva battuto i pugni sul tavolo perché nessuno si attivava "per porre fine ai traffici illeciti di un impianto nucleare del Sud Italia". "Sciocchezze" tagliano corto all'Enea. "Il materiale nucleare del centro è sottoposto a infiniti controlli. Una telecamera lo riprende 24 ore su 24 e ogni sei mesi gli ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia nucleare controllano personalmente l'inventario". Insomma i gendarmi del nucleare non possono essersi fatti passare sotto il naso chili di materiale radioattivo.
Ma Galante sembra convinto che quando si parla di uranio e plutonio tutto diventa possibile. Il suo punto di partenza è un'inchiesta del procuratore di Matera (ora trasferito a Trieste) Nicola Maria Pace, che nel 1998 ha portato alla condanna di cinque dirigenti dell'Enea, due della Trisaia. Le colpe?
Primo: aver lasciato allo stato liquido per 20 anni, quattro volte il tempo consentito dalla legge, pericolosi rifiuti radioattivi; secondo; non aver denunciato alle autorità due emergenze nucleari all'interno del recinto della Trisaia (nel '93 si era rotta una tubatura, contaminando la spiaggia, nel '94 si era forato uno dei serbatoi che conteneva liquido radioattivo).
A Rotondella il direttore della Trisaia, Donato Viggiano, 43 anni, sorriso da attore e cresta brizzolata, parla del suo impianto come di un giocattolo: battezzato nel '70, serviva a sperimentare in epoca di pionierismo nucleare la bontà del combustibile a base di uranio e torio, all'epoca considerato alternativo e meno pericoloso dell'accoppiata uranio-plutonio. Nient'altro. Viggiano, chimico lucano, quando cita il torio, quasi si illumina. Sa che tra gli addetti ai lavori viene considerato innocuo quasi come una caramella. Poi inizia a far di conto; in 30 anni sono entrati solo 84 elementi di combustibile provenienti dal reattore Elk River del Minnesota. Tra il '75 e il '78, ne sono stati riprocessati 20, cioè tagliati a fettine e sciolti nell'acido nitrico per recuperare circa 600 chilogrammi di ossidi di uranio e torio. Da allora l'impianto ha smesso di sciogliere combustibile che è parcheggiato in piscina (1.600 kg di torio e 72 di uranio). Tutto perfettamente sotto controllo. Come dire niente plutonio, siamo a Rotondella.
Non la pensava certamente allo stesso modo il pm Pace, quando incalzava i testimoni sulla possibilità di produrre in Trisaia plutonio, la materia prima della bomba atomica. Ottenendo dai tecnici sempre risposte negative. Con un piccolo distinguo: in molti avevano sottolineato come l'impianto di riprocessamento (Itrec) della Trisaia fosse piuttosto versatile e in grado di trattare diversi tipi di combustibile. I dubbi di Pace sono ora diventati quelli di Galante. Il quale ascolterà presto il teste "Billy", nome in codice di un ingegnere che in passato si è occupato della vigilanza di Rotondella.
Per Billy, che era già stato interrogato da Pace, quell'impianto non avrebbe mai dovuto entrare in funzione. Raggiunto da Panorama confida: "Non è chiaro perché si decise di riprocessare gli elementi di Elk River. Bisognerebbe fare bene i conti del combustibile prima e dopo la rigenerazione". Come a dire che forse qualcosa potrebbe essere sfuggito ai contabili del centro. Proprio come ha scritto Outterside. E dove potrebbe essere finito quel materiale? All'epoca Billy parlò dell'Iraq, oggi preferisce non rispondere. Nel '78 l'Italia aveva firmato un accordo di collaborazione con Saddam Hussein per la fornitura delle tecnologie necessario alla costruzione dì quattro laboratori nucleari. All'epoca la piana della Trisaia brulicava di tecnici iracheni a lezione di nucleare e forse non per indottrinarsi sull'ormai obsoleto ciclo uranio-torio. Un ex direttore tecnico del tempo dopo aver subito pesanti minacce (in procura spiegano che sarebbero stati gli 007 israeliani) per lungo tempo ha vissuto sotto scorta. E lo stesso Pace in un'intervista aveva spiegato a un giornalista: "I servizi segreti sanno di cosa stiamo parlando io e lei in questo momento". Insomma l'indagine si è svolta in un clima non certo ideale. Per un certo periodo è stato scortato dai carabinieri anche Angelo Chimienti, tecnico di laboratorio all'ospedale di Chiaramonte, in prima linea nella crociata contro i presunti inquinamenti del centro. Anche il suo nome è nell'agenda degli appuntamenti di Galante.
Scenari da fantapolitica e inchieste vecchie e nuove non allarmano Viggiano: "Siamo tranquilli. A dicembre abbiamo concluso la cementificazione di 2,7 metri cubi di rifiuti liquidi. E qui di plutonio non ne abbiamo mai visto". Nei serbatoi c'erano materiali radioattivi come cesio e stronzio, risultato della fissione nucleare degli elementi di Elk River. Un concentrato di radiazioni. Basti pensare che quei pochi metri cubi di rifiuti sprigionano 800 mila miliardi di becquerel (100 becquerel di cesio vengono considerati pericolosi per la salute). Un confronto: nel centro di ricerche di Saluggia, di cui si è occupato Panorama la settimana scorsa, una massa di rifiuti 40 volte più grande produce una radioattività in becquerel solo 7 volte superiore.
Ora i liquidi velenosi della Trisaia sono stati trasformati in 335 fusti di cemento e sono stati ammassati vicino ai 433 fusti di materiale meno pericoloso. Nel bunker dietro all'impianto di ripro-cessamento nucleare Itrec, uno scatolone rosso a cui è impossibile avvicinarsi, si trovano sigillati 4 metri cubi di uranio e torio sciolti nell'acido nitrico, in pratica quel che resta dei venti elementi di combustibile di Elk River trattati nel laboratorio. Ma il problema più inquietante è forse quello del sarcofago di cemento sepolto nel cuore del centro sotto uno strato di bitume, negli anni Sessanta. Come in un omicidio di mafia, dentro a quattro pozzi larghi un metro e profondi quattro, ci sono 26 metri cubi di rifiuti altamente radioattivi, soprattutto cobalto e cesio. "Il problema sarà smaltirli. Sono rifiuti ad altissima attività e con una vita media di migliaia d'anni" si allarma Massimo Scalia, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Ma per il deputato verde anche la cementificazione di dicembre crea problemi: "Hanno utilizzato l'impianto Sirte-Mowa, costruito per solidificare i rifiuti a bassa attività. In questo modo hanno trasformato pochi metri cubi di liquidi in un problema cento volte più ingombrante. E non credo neanche che si tratti di un procedimento lecito". Intanto nella Trisaia i tecnici convertiti all'ecologia, immersi nella vegetazione, studiano energie alternative come il sole e il vento. In un bel clima bucolico.
CONTRO LE ESTRAZIONI PETROLIFERE
REPORTAGE - In Val d'Agri il giacimento più grande d'Europa. Potrebbe coprire il 10% del fabbisogno
Greggio lucano, speranza italiana contro l'austerity
DALL'INVIATO IN VAL D'AGRI
FABIO JOUAKiM
il. greggio che schizza verso i 35 dollari al barile, trascinandosi benzina e inflazione al consumo. E, per l'ennesima volta, le speranze che si appuntano sul "salvadanaio" petrolifero nazionale. Quello che tutta l'Italia vede come un Eldorado. Tranne chi ci è costretto a convivere. È qui, in Val d'Agri, nel cuore della Basilicata, che si nasconde il giacimento di petrolio più grande d'Europa; tale, secondo gli esperti,
da soddisfare il 10 per cento del fabbisogno dell'Italia. Secondo Paolo Segarelli, segretario confederale dell'Ug], "con i giacimenti della Val d'Agri l'Italia potrebbe risparmiare ogni anno 15-20mila miliardi di bolletta petrolifera". Una corsa all'oro avviata già da tempo, e saldata nel '98 da un patto di sviluppo tra Eni, Governo e Regione Basilicata. Agli amministratori lucani, convinti dalle prospettive di indotto, occupazione e soprattutto dalle massicce royalties sul petrolio estratto, sembrò un grande affare. Ma due anni dopo c'è più di un dubbio sulla direzione seguita.
Dalla perforazione del primo pozzo, a Tramutola nel 1902, è passato tanto petrolio sotto i ponti. Il cuore dei pozzi è nel catino della Val d'Agri, in un quadrilatero compreso tra i comuni di Abriola, Viggiano, Gorgoglione e le cosiddette Dolomiti lucane. Dopo l'Agip/Eni, che detiene la maggior parte delle quote, sono venute Fina, Enter-prise, Lasmo, Mobii e altre compagnie straniere: i dati del piano energetico regionale '99 disegnano concessioni di ricerca e coltivazione su 400mila ettari, circa il 45 per cento del territorio regionale. I giacimenti si trovano in 28 concessioni, il 25 per cento del territorio. Cinquantadue i pozzi dichiarati dall'Eni: la stima tra riserve accertate e possibili, nel bacino di Val d'Agri (l'altro è Tempa Rossa) arriva a 622 milioni di barili di petrolio. Oggi si estraggono circa 7500 barili al giorno, ma si punta a estrame fino a 104mila. Al centro oli, quello della raccolta, di Viggiano se ne aggiungerà presto un altro a Corieto Perticara. E a breve verrà costruito un oleodotto di 146 chilometri, che porterà il petrolio dalla Val d'Agri sino alle raffinerie di Tarante.
Un progetto enorme, emblematico della potenza delI'Eni. Mite, e forse non poteva essere altrimenti, la resistenza dei sindaci dei Comuni interessati. Ma di recente le loro voci si sono alzate, compiici la scadenza elettorale (il 16 aprile si vota per le regionali) e tré incidenti in un mese, che hanno coinvolto autocisterne che trasportavano petrolio. Strade insufficienti a sopportare un traffico intenso, "padroncini" dal viaggio in più: la somma è presto fatta. Il 21 gennaio, sulla provinciale 54 all'altezza di Viggiano, lo scontro tra un'autocisterna che aveva appena caricato e una che stava partendo ha provocato la morte di un autista, Mario Busillo, 41 anni. Il 29 febbraio scorso l'ultimo incidente, sulla Fondovalle
Val d'Agri, a Sant'Arcangelo, noto come feudo del cardinale Giordano: un'autocisterna, dopo un volo di trenta metri, è finita in uno stagno. Nei due incidenti 60mila litri di greggio hanno invaso i campi circostanti.
Così l'oleodotto rimane l'ultimo bastione dal quale difendere le proprie richieste: e qualche sindaco minaccia di bloccare la costruzione. Entro dopodomani ci sarà un incontro tra i primi cittadini della Val d'Agri e la giunta regionale. Tra i più agguerriti Luigi Rago, sindaco di Grumento Nova: "Qui si profila una seconda Cassa del Mezzogiorno: c'è il rischio che l'intervento straordinario sia inferiore all'ordinario". Nell'accordo siglato con Eni e Governo parte fondamentale avevano le royalties, equivalenti al 7 per cento del valore dell'estratto: percentuale da dividere tra comuni (15 per cento), Regione Basilicata (60 per cento, da reinvestire nella zona interessata) e Stato (25 per cento, da accantonare per strumenti finanziari come i patti territoriali). Nell'accordo anche una centrale elettrica di 150 Mwe, che utilizzi il gas associato dal giacimento Val d'Agri, oltre a una crescita dell'occupazione di 90 unità nel settore dell'estrazione e di 1000 unità generate da investimenti e royalties.
Ma finora si è visto ben poco. Romualdo Coviello, presidente della Commissione Bilancio al Senato, tuona: "L'Eni dice di occupare il 50 per cento di maestranze lucane? Poche, rispetto ali'80 per cento della Fiat a Melfi. Ridiscutiamo la percentuale prima della costruzione del secondo centro oli. Inoltre che ne è dell'anticipazione di 200 miliardi di royalties?". E Rago rincara: "In zona la disoccupazione arriva anche al 42 per cento. L'Eni ha effettuato corsi di formazione, dai quali sono usciti saldatori, elcttricisti, fasciatori, tubisti lucani. Ma sono ancora senza lavoro: i tecnici specializzati vengono da fuori".
LA POLEMICA ATTORNO Al POZZI.
Gli ecologisti: "ricchezza verde" meglio dell'oro nero
DALL'INVIATO
al boom del petrolio in poi si è parlato della Basilicata come di una regione al bivio economico, tra uno sviluppo legato all'estrazione petrolifera e uno sviluppo sostenibile, legato al sistema agro-alimentare, forestale e al turismo ecologico. Un dualismo che si è acuito dopo la legge 426/98, che ha istituito il parco nazionale della Val d'Agri. Un parco che, nelle intenzioni del ministero dell'Ambiente, doveva essere la "cerniera" tra il parco del Cilento-Vallo di Diano e quello del Pollino, determinante nella costruzione dell'Ape, Appennino parco d'Europa. Ma la cui perirne-trazione non è ancora avvenuta.
Tra i sostenitori, naturalmente, Gianfranco De Leo, ^residente di Legambiente Basilicata. "Non ci illudiamo 'i fermare l'Eni, ma ci aspettiamo che rispetti la purezza ambientale e che i pozzi non rientrino ll'area del parco. Il programma di estrazione non 'antisce sicurezza per l'ambiente. Si è scelto un dello di sviluppo fondato su un miraggio industriale, 'ui il petrolio è l'unica stella polare". Sulla stessa 'hezza d'onda Albano Garramone, presidente Wwf
Basilicata: "II territorio è fortemente vocato dal punto di vista ambientale, in forte instabilità idrogeologica e sismica, e costituisce un bacino idro-potabile per 4 milioni di residenti tra Basilicata e Puglia". La risorsa-ac-qua, secondo De Leo, "è da sola superiore alle royalties, e l'attività estrattiva la sottopone a rischi. Con le royalties i comuni potrebbero ottenere 15 miliardi; con i Leader 2 oltre 30 miliardi. Il petrolio è una risorsa: ma a che prezzo?". Oltre un mese dopo l'incidente di Viggiano, i campi circostanti, coltivati a cereali, continuano a essere intrisi di petrolio. Senza contare l'allarme lanciato dagli ambientalisti sui pozzi dismessi usati come discarica e sullo smaltimento dei residui, l'emissione in atmosfera e al suolo, il rischio di incidenti.
Rischiano soprattutto l'agricoltura e i suoi prodotti tipici, come i fagioli di Sarcone, che già devono fare i conti con il mercato globale. "La piccola impresa è già vivace - conclude De Leo - e ha una potenzialità annua di oltre 50 miliardi l'anno di produzione lorda vendibile. E, soprattutto, una potenzialità di lavoro per 1700 addetti a tempo pieno nel settore agricolo". [fJ-]
Caro Rutelli, Potenza, 17.02.2001
approfittiamo delle tua visita in Lucania per farti conoscere di questa regione alcuni aspetti che, per pudore o vergogna, nelle grandi occasioni vengono nascosti sotto il tappeto dellipocrisia.
La Lucania (a noi piace questo nome) sta subendo una grave aggressione che fa seriamente temere per la sua stessa sopravvivenza come regione e come identità di un popolo.
Le estrazioni petrolifere nella Val dAgri Val Camastra, limpianto della Fenice nel Melfese, il caso della Trisaia di Rotondella, rappresentano emblematicamente i tre lati di un triangolo maledetto dentro il quale si consumano irreparabili violenze ed offese al territorio, allambiente ed alla legalità, in nome del profitto e del capitale. Il progresso è unaltra cosa.
In questa regione si sono consentite e si consentono attività assolutamente incompatibili con la sua grande valenza ambientale e naturalistica, pregiudicando irreversibilmente le grandi potenzialità di sviluppo legato alla rispettosa utilizzazione del territorio.
In questa regione, attraverso la sistematica violazione della legge, per una fonte di energia ormai da tutti ritenuta dannosa e non conveniente, si mette a repentaglio la salute dei cittadini ed il bene più prezioso della Lucana: lacqua. Si consente che lavidità delle multinazionali del petrolio trivellino ed avvelenino le ricche e preziose sorgenti acquifere delle nostre montagne, senza il minimo controllo sugli effetti nellambiente di tali attività ed in barba a tutti gli accordi-farsa tra governo, regione ed ENI. Ai cittadini di Potenza non viene detto che il greggio fuoriuscito delle autocisterne per i diversi incidenti verificatisi è andato a finire in fiumi che sono tutti affluenti della Camastra, la diga che fornisce loro lacqua per uso alimentare.
Ma la lobby petrolifera, con a capo lex ente di stato, riesce addirittura a bloccare la perimetrazione del parco nazionale della Val dAgri e del Lagonegrese, a ritardare il decreto definitivo, anche quando, paradossalmente, a capo del ministero per lambiente ci sono ambientalisti.
Sono solo alcuni spunti di riflessione che vorremmo che portassi con te e che approfondissi.
Non dimenticare, come altri hanno fatto, questa terra nonostante tutto ricca e generosa.

S.O.S. Lucania è un grido dallarme e daiuto che lanciamo ai pochi lucani rimasti in Lucania ed ai tanti, tantissimi che hanno dovuto trovare una nuova Patria, anche in altri continenti, più generosa di quella in cui sono nati.
La Lucania sta conoscendo uno dei momenti più difficili della sua storia.
I servizi e le istituzioni stanno abbandonando la Lucania: la legge del mercato e la privatizzazione selvaggia ritengono poco conveniente impiegare risorse finanziarie ed umane per una regione così piccola. Ecco, allora, che si dismettono tratte ferroviarie mentre la rete viaria interna è ancora quella di sessanta anni fa; se ne vanno ENEL, distretto militare, Motorizzazione Civile, Polizia Stradale, si riducono drasticamente carabinieri e guardie forestali; la necessità di lavorare trova precario sfogo nei "lavori socialmente utili", strumento puramente assistenziale i cui danni sul tessuto socio-economico saranno di gran lunga maggiori rispetto a quelli dellassistenzialismo di democristiana memoria.
E come se si volesse indebolire la già ridotta componente umana, renderne sempre più difficili le condizioni di vita, svuotando la regione di servizi e infrastrutture oltre che di lavoro.
Eppure . Eppure la Basilicata è una regione ricchissima. E ricca di boschi e foreste, di varietà floro-faunistiche straordinarie e spesso uniche.
La Basilicata è ricca di petrolio: i due bacini della Val dAgri e della Camastra Alto Sauro hanno una riserva - secondo i dati Eni - di quasi un miliardo di barili di petrolio.
La Basilicata è ricca, ricchissima di acqua: gli invasi attivi hanno una capacità di 900 milioni di metri cubi di acqua, quantità enorme che contribuisce a soddisfare il fabbisogno della vicina Puglia. Sappiamo tutti che tra qualche anno la vera ricchezza sarà di quei popoli che avranno lacqua.
E questi sono solo esempi di ricchezza reale, visibile, agevolmente quantificabile (non parliamo delle straordinarie potenzialità di sviluppo collegate alla peculiarità dellambiente lucano ed al territorio).
Nonostante tutto questo, dai "segnali" che arrivano ricaviamo la sensazione di uno Stato lontano, disattento rispetto ai problemi dei lucani ma molto interessato a quello che la regione può dare allinteresse nazionale e allinteresse dei "grandi privati" che con i burocrati dello stato fanno affari.
La Lucania è una terra generosa, lo sarà ancora di più quando non sarà più abitata dai lucani.
E già ora i lucani si sentono sempre più entità geografica e sempre meno entità politico-amministrativa, destinati a quello smembramento anche geografico annunciato qualche anno fa (sotto forma di studio dalla Fondazione Agnelli) e di cui assistiamo alle operazioni propedeutiche.
E passato poco più di un anno (ma sembra un secolo) da quando alcuni di noi hanno cominciato ad urlare ed a scrivere contro linvasione coloniale della nostra regione da parte dellENI. Scrivevamo: Basilicata, colonia ENI, contro laggressione violenta ed illegale del nostro territorio più pregiato, martoriato ed avvelenato da migliaia di esplosioni e di trivellazioni petrolifere.
Molti politici dei diversi schieramenti, anche spinti da unopinione pubblica più attenta e sensibile ai temi dellambiente e della salute, si sono fatti sentire sui giornali ed in pubbliche manifestazioni con prese di posizione spesso molto dure nei confronti dellinvadenza e dellarroganza dellEni; interrogazioni, proposte di commissioni, interpellanze. Addirittura, membri dello stesso esecutivo regionale hanno avanzato aspre critiche sullattività estrattiva, fino al tanto discusso intervento del Ministro Pecoraro Scanio. Insomma, sembrava che il fronte del "partito del petrolio" (al quale risultano iscritti con pari dignità e responsabilità uomini di governo e di opposizione) fosse meno granitico e che un contrapposto fronte (anchesso rigorosamente trasversale) si stesse formando intorno allidea che, finalmente, del petrolio se ne dovesse discutere e si dovesse trovare un modo per governarlo, per controllarlo.
Ora, quasi nessuno urla più. Degli impegni assunti dai politici regionali, di maggioranza e di opposizione, non se ne vede traccia. Dellormai famoso consiglio regionale promesso la scorsa primavera dal presidente Bubbico, neanche lombra; così come non si vede ombra della famigerata rete di monitoraggio sui territori interessati allestrazione petrolifera.
Ma la Basilicata non è solo colonia dellENI, la Basilicata è "riserva di caccia" della FIAT e di tante altre piccole e grandi società che hanno fiutato il businnes dello smaltimento dei rifiuti.
La Basilicata sta diventando un immenso impianto per lo smaltimento di rifiuti di ogni genere, dalla Fenice di Melfi alla Trisaia di Rotondella, passando per tante altre "iniziative economiche" più o meno locali e più o meno lecite che hanno come denominatore comune non lutilizzazione rispettosa e gelosa del territorio come capitale inesauribile e riproducibile ma la sua distruzione, il suo sfruttamento, il suo esaurimento.
La Basilicata è ormai "zona franca", senza regole che non siano quelle del profitto e della mediazione politica degli affari, mentre le cc.dd. istituzioni (magistratura, forze dellordine, rappresentanti del governo e dello Stato, ecc.) non hanno i mezzi, o probabilmente la voglia di schierarsi contro larroganza e la prepotenza del potere, anzi, più spesso ne sono complici.
Noi non siamo unassociazione ambientalista, almeno non nel senso stretto del termine, ma siamo convinti che è dovere di tutti arrestare il processo di disaggregazione dellidentità del popolo lucano portato avanti anche attraverso la brutale aggressione del proprio territorio.
E una lotta assolutamente impari, per questo cerchiamo altri Don Chisciotte disposti, come noi, a credere nelle idee ed a lottare anche contro ciò che appare impossibile.
E se come simbolo abbiamo scelto il lupo non è per caso: i lupi, quando in gioco è la loro sopravvivenza, sanno essere feroci.
S.O.S. LUCANIA
MA ANCHE CON RUTELLI AL GOVERNO
TUTTO SAREBBE STATO LO STESSO.
ANCHE CON I GOVERNI DI PRODI, D'ALEMA, AMATO, LE ESTRAZIONI PETROLIFERE NON HANNO CONOSCIUTO SOSTA, ANZI HANNO AVUTO INCREMENTI.
Verdi, rossi, bianchi , o a pallini quando siedono nel parlamento curano solo i propri interessi e quelli delle multinazionali che evidentemente pagano bene e se ne fottono delle popolazioni.

SOLO LA LOTTA
DURA E SENZA TREGUA
VINCE