Un 'altra Calabria

 LORENZO CALOGERO

L'ASPROMONTE

IL PAESE DELL'ACCOGLIENZA

ARMI AI PARTIGIANI

IL CIBO SACRO DEGLI DEI

HO VISTO LA MADONNA

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DIAMANTE : Il libro nero della politica a Diamante dal 1963 al 2007. Tutte le liste , i movimenti, gli imbrogli, i salti della quaglia. Ai giovani che non sanno o che non vogliono sapere. Scarica il PDF-ZIP

 

 

LA CALABRIA DIMENTICA I SUOI FIGLI ?

                                                                                  Di Francesco Cirillo 

Il 25 marzo del 1961 moriva suicida il più grande poeta calabrese: Lorenzo Calogero. Sono passati 47 anni da quel triste e drammatico giorno che ha tolto alla Calabria uno dei massimi esponenti della poesia europea. Si, perché in Europa, Lorenzo Calogero è considerato al pari di un Rimbaud e di un Baudelaire. La sua poesia è studiata e su di lui si fanno convegni  e simposi al contrario che da noi. Qualche maligno dirà che si aspetta il cinquantenario per omaggiare questo grande poeta, ma anche in questo caso non si intravvedono commissioni consiliari né preparativi per ricordare al meglio la figura di questo nostro concittadino. Mi recai qualche mese fa a Melicuccà, paese natale di Calogero per vedere da vicino come si vive in questo paese, immaginandolo 50 anni fa quando la natura ha voluto che vi nascesse questo genio incompreso. Un paese normale, di montagna, dove l’unica traccia del passaggio di questo poeta è un monumento in marmo bianco posto all’ingresso del paese. Non vi è una fondazione dove vi siano conservati i suoi scritti, la casa dove lui ha vissuto e dove si è suicidato non è un museo ed ha su di se i segni dell’abbandono. Mi dicono che ci siano stati liti in famiglia per la sua eredità  e che queste liti non hanno permesso nessuna manifestazione né creazione di alcuna fondazione in suo nome. Le amministrazioni comunali sono assenti, tranne quella di una ventina di anni fa che fece erigere il monumento all’ingresso del paese. Me ne andai triste da questo paese, con un senso di abbandono, pensando a come , una regione come la nostra non sia capace neanche di valorizzare i propri figli, anche a fini meramente turistici. Non dico culturale perché ben conosciamo i livelli culturali esistenti all’interno del nostro consiglio regionale. Poi ho pensato che forse siamo in tempo per organizzare un grande evento per il cinquantenario della morte di Lorenzo Calogero e lancio un appello da questo giornale perché si facciano sentire gli intellettuali della nostra regione, i poeti, gli artisti, coloro che davvero amano la nostra cultura, il nostro passato, la nostra storia. Organizziamo un evento nazionale a Melicuccà, con poeti di elevatura internazionale, per far conoscere questo nostro grande poeta e di riflesso questa nostra amara terra. Lo meritiamo noi tutti che viviamo, ma lo merita soprattutto un uomo come Lorenzo Calogero che fece della poesia la sua ragione di vita e di morte. La fortuna volle che Lorenzo Calogero nascesse a Melicuccà il 28 maggio del 1910. La famiglia era benestante. Il padre Michelangelo era figlio di notaio, la madre originaria di Bagnara Calabra figlia di farmacista. Lorenzo è il terzo figlio di ben sei fratelli . Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà per trasferirsi poi a Bagnara dagli zii . Da Bagnara continuerà i suoi studi a Reggio Calabria,  dove la sua famiglia si trasferisce prima iscrivendosi ad un Istituto tecnico poi continuando in un Liceo scientifico conseguendo la maturità scientifica.
Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli dove i figli intraprendono gli studi universitari. Lorenzo si iscrive ad Ingegneria e l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. In questo periodo scrive buona parte dei versi che intitolerà poi, 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo.  Il suo stato di salute comincia a manifestare le prime patofobie. Nel 1934 la famiglia Calogero fa ritorno in Calabria. Lorenzo Calogero dopo aver letto la rivista “Il Frontespizio”, cerca di contattare Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate e sarà costretto a pubblicare a sue spese nel 1936 il suo primo libro, Poco suono. Si laurea in Medicina nel 1937, ma pare che Calogero voglia desistere dai suoi progetti letterari. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Calogero ha un rapporto con la medicina più da malato che non da medico, egli stesso scriveva son vissuto nella mia professione come se scrivessi versi. Nel 1942 Calogero ha una forte crisi nervosa e tenta il suo primo suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene ricoverato e riesce a salvarsi. Nel 1944 si innamora di una studentessa in lettere di Reggio Calabria con la quale inizia una fitta corrispondenza. Si fidanza con questa ragazza , ma dopo cinque anni è rottura.  Lorenzo Calogero scrive poesie a non finire e comincia a spedire i suoi lavori ad editori e poeti nazionali ricevendo sempre risposte negative. Questo isolamento lo deprime sempre di più. Sa di valere, sente forte il richiamo poetico, ma non si sente accettato dalla intellighenzia nazionale, che sicuramente quando si vedevano arrivare le sue lettere da questo paese sperduto della Calabria neanche le leggevano. Nel 1954 decide di andare direttamente a parlare con Giulio Einaudi. E parte per Milano e Torino. Ha spedito qualche settimana prima le sue poesia alla sede dell’Einaudi e quando lui arriva in sede Giulio Einaudi non lo riceve. Chiede se hanno letto le sue poesie e queste neanche si trovano. Molto probabilmente cestinate da qualcuno. Nello stesso anno riceve l’incarico di medico condotto a Campiglia d’Orcia in provincia di Siena.  Evidentemente non riesce a fare bene il suo lavoro. Lorenzo Calogero vive male la realtà e non riesce a rapportarsi con la popolazione ed il consiglio comunale si riunisce per deliberare il suo licenziamento. Lorenzo decide di ritirarsi definitivamente nel suo paese. La sua produzione letteraria intanto cresce a dismisura, ma non il consenso nella sua famiglia che vede in questa sua attività poetica una perdita di tempo, piuttosto che l’attività redditizia di medico condotto. Da Melicuccà Lorenzo riscrive ad Einaudi, il quale questa volta evidentemente scocciato dalle sue lettere risponde, ma negativamente. Intanto a proprie spese pubblica tutte le sue poesie. Esce “parole nel tempo”, Ma questo….,Come in dittici. Ne spedisce copie a Leonardo Sinisgalli al quale chiede la prefazione di un suo nuovo lavoro. Sinisgalli finalmente capisce il valore di Calogero e comincia con lui una fitta corrispondenza. Ed è proprio Sinisgalli a firmare la prefazione di Come dittici. La morte improvvisa della madre di Lorenzo , lo porta ad una nuova lunga depressione, che costringe la famiglia a due ricoveri in una clinica per malattie mentali, dove tenta il suo secondo suicidio tagliandosi le vene dei polsi. Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, cerca disperatamente un editore, circondato da una ingenerosa incomprensione, mangia pochissimo, si sostenta di sonniferi, sigarette e caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a "Villa Nuccia". Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce il critico Giuseppe Tedeschi, il quale appronta il primo volume delle Opere poetiche pubblicato postumo, nella cui introduzione racconta il loro incontro. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica in quest’arco di tempo e scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Lerici, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria. Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, dove, anziché prendersi cura di sé, decide di consacrarsi solamente alla poesia, corteggiando la morte. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, Inno alla morte.
Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nel fascicolo aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di Opere Poetiche in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di Opere Poetiche, la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero ancora oggi inedito insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella letteratura più alta del ‘900. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:
“Vi prego di non essere sotterrato vivo”.
 

Poesie

 FUGA DI PENSIERI 
Fuga di pensieri lontana.
Mi percuote un'onda fugace
dentro una dolcezza non vana
di ultimi pensieri non miei,
segreti neri non veri angosciosi.
 
Quanto ho disperso mi guarda,
mi grida o mi sgrida. Lontano
mi risveglia in un grido e mi guida
sopra una riva,
nei teneri tuoi occhi,
perduta fuori di mano. 

POCO SUONO 
Di tanto rovinoso mare
poco suono giunge
al mio orecchio assorto
in ascoltazione dell’Eterno
che come un angelo passa.
 

LUNA 
Luna
dall’infinita cecità dei monti
si sporge: risucchio,
richiamo di cose eterne
si rinnovano nella
labilità momentanea passeggera.
Uno spirito delicato
la tocca, non è il mio,
che tutto circonfonde.
 

SI CONFONDE QUESTO MERAVIGLIOSO PLENILUNIO           
Si confonde questo meraviglioso plenilunio. 
Lo spazio concavo era
una meravigliosa uccelliera,
dove a un nido, ad un bacio ignorato
fluivano meravigliosi i fiumi,
 
di cui vedevamo la meraviglia da lungi
nel nostro silenzio ch’era fame.
 

RIMANE FRA ME E TE
Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto. 
Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore. 
Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.
 
Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

Poesie, testo e foto tratte dal sito www.lorenzocalogero.it 

 

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         L'Aspromonte. Un'altra Calabria 

               di Francesco Cirillo 

Questa foto di un binario “triste e solitario” è significativa di una Calabria che sembra sempre più lontana. Un binario che sembra morto e che è invece l’unico binario che collega  Reggio Calabria con tutti i comuni della costa ionica fino a Taranto. Un unico binario rimasto tale, senza che il secondo binario, da sempre agognato non è mai stato costruito. Un binario pieno di storie,  che ha trasportato migliaia e migliaia d’emigrati al nord e che adesso sempre più raramente trasporta gente, essendo tutti provvisti di trasporto privato. Un trasporto che si riversa tutto sulla piccola 106 ionica conosciuta oramai come la strada della morte. Una strada rimasta tale da trent’anni, da quando fu leggermente ampliata sul tracciato fatto da Mussolini. Una strada che si dipana lungo tutta la costa frastagliata di scogliere e bianche spiagge e che collega i paesini della Calabria antica, che purtroppo assurge alla nostra cronaca solo per fatti delittuosi legati alla presenza massiccia della ndrangheta, ma ricchi di storia, di bellezze naturali, d’antiche tradizioni che ancora oggi mantengono viva la gastronomia, la musica, il dialetto grecanico. Il primo paese antico che s’incontra lasciando la 106 ionica, e che vale la pena di visitare, è Pentedattilo. E’ un paese sorto sotto una montagna a forma di cinque dita, dalla quale formazione ha preso il nome, nell’anno 1000. Il paese fu abbandonato a seguito del terribile terremoto del 1908, ma negli anni 90 venne di nuovo riabitato da un gruppo di giovani che volevano farne un borgo d’artisti. Alla ‘ndrangheta la cosa non piacque ed iniziarono una serie di intimidazioni ed attentati che fece nuovamente abbandonare il paese. Ora un nuovo progetto finanziato dalla provincia potrebbe rimettere insieme il paese ridandogli nuova vita. Già un punto ristoro è in attività e finanche un bed e breakfast ha aperto i battenti. Giungere in auto e poi a piedi a Pentedattilo è un esperienza davvero unica. La bellezza del luogo e del paesaggio lasciano senza fiato e giunti nella piccola piazza del paese sotto l’antica chiesa l’aria che si respira è quella ancora antica e pulita dell’anno mille . La storia dell’abbandono dei paesi grecanici è  storia unica per tutti.    La violenza dei terremoti e delle alluvioni ha fatto spopolare molti centri antichi della Calabria aspromontana e grecanica. La gente si è spostata sulla costa e nuovi paesi come Melito di Porto Salvo, Palizzi marina, Galati, Africo sono nati lentamente occupando terre una volta lontane . Molti hanno invece preferito andarsene , emigrando definitivamente verso il nord Italia e la Germania. I governi non hanno fatto nulla per frenare questi spopolamenti, e neanche per rendere vivibili questi paesi che anno dopo anno sono definitivamente morti.

Mentre Pentadattilo da una speranza di vita , Roghudi invece è completamente morto.  Raggiungerlo non è semplice. Bisogna risalire una stradina fino a Bova superiore e poi prendere per una strada laterale che si inoltra nella boscaglia e fra le gole delle montagne per essere inghiottita da curve a gomito, discese strettissime, buche profonde e smottamenti lungo la strada. Roghudi appare all’improvviso. Come sospesa su un manto bianco rappresentato dal largo tratto del fiume Amendolea. Un fiume completamente prosciugato in estate ma che in inverno si riempie fino a diventare pericoloso e che negli anni 70 è stato il responsabile di terribili alluvioni che hanno costretto la gente ad allontanarsi dal paese. Ora il silenzio è grandioso. Tutto sembra fermo. Il paese immobile, le case, molte delle quali ancora con i mobili dentro, come se una grande paura improvvisa avesse fatto scappare tutti, prendono forme umane, con occhi al posto delle finestre e bocche grandi a forma di porte spalancate alle quali ancora sono appese le chiavi. Come se si dovesse ritornare qui da un momento all’altro. Il silenzio si rompe d’incanto solo per il vento che a tratti muove le imposte delle finestre, fa scricchiolare le porte, fa cadere ancora qualche oggetto , in qualche casa lontana da te. La grande fiumara fa da cornice a tutto questo. Una fiumara bianca fatta di pietre che segui con gli occhi ed immagini seguire attraverso i monti fino al mare. Una fiumara ferma che segna il limite dell’uomo di fronte alla natura sempre amica ma a volte nemica e vendicativa dei nostri comportamenti contro di essa. Un cane all’interno dei vicoletti cerca cibo. Scatolette di carne e di tonno sparse un po’ dappertutto segnalano il passaggio di altre persone che hanno sfamato l’animale. Io per lui ho solo acqua che gli verso in un piattino di plastica posto all’ingresso della  Chiesa del paese. La Chiesa è vuota, il portone d’ingresso mantiene ancora le chiavi, alcuni tabernacoli giacciono a terra sotto l’altare spoglio di ogni cosa. Certamente non passerei una notte da solo in questo luogo. Ma mi è stato detto che alcuni concerti musicali sono stati organizzati negli anno scorsi e che alcune persone  vi sono rimasti a dormire . Vicinissimo a Roghudi una sua piccola frazione appena sopra di esso. Si chiama Ghorio. Ha fatto la stessa fine di Roghudi. Anche qui case abbandonate. Di fronte un cimitero. Sembra più vivo dei due paesi. Fiori freschi, tombe pulite, viottoli appena ramazzati.  Altri paesi stanno morendo come Roghudi e Ghorio. Paesi che sopravvivono solo grazie a pochi anziani che ancora insistentemente resistono per potervi solo morire. Staiti, Condofuri, Roccaforte del Greco, Bagaladi, sono paesini che d’estate offrono ancora sprazzi di cultura solo grazie ad associazioni, l’ente provincia grazie all’assessore alla cultura Santo Gioffrè, il consolato di Grecia a Napoli. Un laboratorio musicale si svolge una sera calda preferragostiana a Staiti. Un paesino che per raggiungerlo devi inerpicarti come una capra su una collinetta splendida ricca di ulivi e vigneti. A spiegare la musica grecanica, la tarantella calabrese, la costruzione di strumenti è Ettore Castagna un creativo antropologo che è animatore di gruppi musicali e del festival  Paleariza che ogni anno si organizza nell’area gracanica. Sono queste manifestazioni culturali che rendono vivi questi borghi ogni estate. Emigrati e turisti li affollano alla ricerca delle proprie radici ed anche alla ricerca di un vecchio modo di vivere i paesi, i borghi antichi , il rapporto con la natura. Poeti, artisti, costruttori di strumenti contadini, suonatori, professionisti e non, antropologi, si alternano sui palchi di questi paesi cercando dialogo, amicizia, conoscenza, rispetto dei luoghi e delle persone. A rappresentare tutte le storie, ci pensano i Culmeca. Un gruppo musicale, fatto di artisti provenienti da vari paesi dell’interno aspromontano. Artisti che scavano fra la memoria dei contadini, tirando fuori in grecanico e calabrese, antichi proverbi, filastrocche, storie e leggende, musiche e ritornelli. La loro esibizione musicale, con i tambureddi, le lire, le fisarmoniche nella piazza di Riace marina, smuove anche i più recalcitranti alla danza , facendo ballare insieme, il turista spaesato, l’emigrato ritornato dopo un anno alla sua famiglia, il nuovo immigrato ospitato dalla follia visionaria e concreta del sindaco sognatore di Riace. E’ qui a Riace che oggi si vive metaforicamente tutto lo scontro esistente in Calabria. Uno scontro fra civiltà nuova e moderna legata alla tradizione ed alla memoria e la ‘ndrangheta e politica che vorrebbero la Calabria solo come terra di affari e terra di smistamento dei peggiori traffici esistenti oggi al mondo dalla droga alle armi al riciclaggio del denaro sporco proveniente dalle peggiori parti del mondo . Il sindaco Domenico Lucano vuole rompere questo modo di intendere e volere la Calabria. Sogna un mondo diverso. Allegro, felice, uguale per tutti, solidale per i più deboli.   Nel Chiapas messicano starebbe con il comandante Marcos a difendere gli indios dalle multinazionali criminali che vogliono cacciarli per sfruttare la loro terra per il petrolio, i diamanti, le speculazioni edili. Qui gli indios sono i calabresi che resistono, gli immigrati che continuano a sbarcare sulle nostre coste, sputati sulle bianche spiagge di Stignano da improbabili barconi, le persone oneste che non vogliono avere nulla a  che fare con la ‘ndrangheta . Questo sindaco da fastidio. Non per i proclami contro la ‘ndrangheta che poco gli appartengono, sono inutili e servono spesso a coprire proprio veri ‘ndranghetisti, non per i cortei  che si fanno a Locri, ma per fatti concreti, per una politica reale che vede coinvolgere in cooperative di lavoro i giovani del paese   e che mette al centro di tutto l’immigrato, come il nuovo gesucristo, proveniente dalla Palestina martoriata dai cannoni israeliani, facendo della solidarietà il nuovo strumento contro la ‘ndrangheta. E’ questa praticità e concretezza che da fastidio alla ‘ndrangheta più di mille cortei e dichiarazioni alla stampa regionale. Questo sognatore, Mimmo come lo chiamano tutti,  vuole riportare la memoria nei paesi, il lavoro per tutti, la speranza di credere in noi stessi senza delegare al solito politico di turno le proprie aspettative attraverso il solito voto. Ed il paese si riempie di iniziative sociali e politiche, vedendo in prima fila lui stesso a trasportare sedie e tavoli per far riuscire le mostre, le feste. Questo non è un sindaco, è un sognatore, e vuole coinvolgere nel suo sogno tutti gli altri paesani, per farlo diventare reale e far uscire dall’incubo tutta la nostra martoriata terra. In questo sogno ora è riuscito a coinvolgere il nuovo vescovo di Locri, Monsignor Morosini. Mimmo ha in mente di trasformare la vecchia e decadente “Casa del pellegrino” costruita negli anni 50 a fianco del Santuario di Cosimo e Damiano ,a  due chilometri da Riace paese, in un centro di accoglienza  plurale, togliendo gli immigrati dai centri lager prima denominati CPT ed ora Centri di Identificazione ed espulsione. Un progetto che prevede la spesa di quattro milioni e settecentomila euro per tutti i lavori che si intendono realizzare e che per la stessa Riace vorrà significare lavoro per i giovani disoccupati oltre che l’ottenimento di un moderno centro di accoglienza ed integrazione per i tanti nostri fratelli immigrati. Il finanziamento è stato richiesto alla Regione Calabria nell’ambito  del bando per la ristrutturazione dei centri storici. Il protocollo d’intesa fra la Curia vescovile ed il comune di Riace, per l’uso  e la ristrutturazione della struttura, è stato firmato poche settimane fa e già questo significa un grosso passo avanti  per l’intera comunità. Il governo penserà di mandare l’esercito anche qui a Riace così come ha già fatto per i CPT di Crotone e Lametia ? E’ un paradosso incredibile questo. Nella settimana di ferragosto nella zona ionica ci sono stati omicidi ,ferimenti ed un terribile attentato nel pieno centro di Reggio. Un attentato alla “libanese” fatto per punire un ristorante che evidentemente si rifiutava di pagare il pizzo e che ha visto saltate in aria oltre sedici auto in una strada  del centro cittadino oltre che l’intera struttura . E l’esercito viene mandato davanti ai CPT , come se il reale pericolo venisse da questa gente .  L’infaticabile sindaco riacese si muove anche fuori dal paese , partecipa alle fiere alternative dove associazioni di solidarietà si incontrano per scambiare esperienze e condividere nuove storie. Ed è proprio in una di queste fiere organizzata a Milano dall’associazione “Terre di mezzo” che  il sindaco conosce Dimitri. Un bulgaro professionista soffiatore di vetro. Mimmo coglie l’occasione al volo. Pensa subito ai ragazzi della sua cooperativa che hanno aperto un laboratorio dove si lavora il vetro. Vuole portare Dimitri a Riace per far passare le sue conoscenze ai ragazzi della cooperativa . E ci riesce. Dimitri è una persona vogliosa di conoscere il mondo . Dalla caduta del regime bulgaro nel 1989 ha girato mezzo mondo lavorando in decine di ditte dove ha potuto dimostrare la sua bravura nel soffiare il vetro. Ora è a Riace seduto con me  al bar della piazza centrale  a sorseggiare thé freddo. Dimitri è un fiume in piena nel raccontare la sua vita. E’ uscito dalla Bulgaria nel 1992 all’età di 21 anni. La sua infanzia è stata nella cittadina  di Vidin a pochi chilometri da Sofia . “Cosa facevi in questa cittadina durante il regime” ? gli chiedo. “Nulla” mi risponde. Dopo aver studiato i sacri testi del marxismo stavamo per strada a giocare e basta. Nella sua testa la “terra promessa” che vedevano attraverso la Tv serba:  Milano, Roma, Firenze, il Canada, l’America. Dimitri a 18 anni inizia a lavorare con il padre. Soffiatore di vetro in una piccola azienda. E’ il padre che passa questa antica professione al figlio che impara avidamente facendo tesoro di tutti i suoi consigli. L’azienda del padre esportava palline di vetro natalizie per Londra. Poi si specializzò in apparecchi scientifici di vetro, quali alambicchi e cose similari. Dimitri studia e si diploma in sistemi elettronici automatici. Il primo lavoro in Italia lo fa a Roma.  Chiede un informazione ad una suora su un autobus. La suora dialogando con Dimitri e sapendo della sua ricerca di lavoro lo accompagna da un suo conoscente che ha una piccola fabbrica di lavorazione del marmo. E qui Dimitri comincia il suo lavoro. Resta a Roma per due anni, poi si iscrive all’università per stranieri a Perugia, ma al momento degli esami si ammala ai polmoni. Si trasferisce a Genova dove per circa sei mesi viene curato nell’ospedale per malattie polmonari. A Genova decide di espatriare clandestinamente per il Canada. Un’altra sua terra promessa. Riesce ad entrare in una cargonave nel porto nascondendosi in un container. Qui vi rimane chiuso per sette giorni . Ha portato con se viveri ed acqua ed un piccolo trapano a mano ed un seghetto. Gli serviranno per aprire il container e consegnarsi al capitano della nave. Ma alla fine dei sette giorni non riesce ad aprire il container e rischia di morirvi. La fortuna vuole che vicino al suo container vi fossero nascosti due rumeni.  Sono loro a sentire i rumori provenienti dall’interno ed a aiutarlo ad aprire una porticina . Il comandante della nave li rifocilla e li consegna alla fine del viaggio alla polizia canadese. Il Canada non chiude gli immigrati in squallidi CPT, ma da una possibilità di lavoro ed accoglienza a tutti. Gli concede in vista dell’accoglimento della domanda di asilo politico inoltrata da Dimitri, un assegno mensile di 500 dollari. Dimitri cerca subito lavoro. E lo trova a Monreal in una fabbrica dove si lavora il vetro. Trova casa e vi rimane per due anni. Intanto viene operato al polmone e guarisce completamente. Ma ad una buona notizia ne arriva una cattiva. Il governo canadese non ha riconosciuto la sua richiesta di asilo politico e ne ordina l’espulsione immediata. Avrebbe dovuto presentarsi una decina di giorni dopo presso la polizia, ma Dimitri, trova la possibilità di uscire dal Canada ed entrare negli Stati Uniti d’America. Una nuova terra promessa. Paga 300 euro ad una persona che nascondendolo insieme ad un altro immigrato nel portabagagli della sua auto lo trasporta in america. Ed eccolo ad Atlanta a Dimitri. Prende le pagine gialle e trova subito lavoro. I soffiatori di vetro sono ricercatissimi ed appena lo vedono all’opera lo assumono subito. Qui vi lavora per due anni a 2000 dollari al mese, poi decide di spostarsi di nuovo. Questa volta a  New York. Un amico del padre attraverso la Chiesa ortodossa bulgara gli trova un lavoro presso un ristorante italiano. Farà il cameriere presso il ristorante “Da Valentino”. Dopo tre mesi di nuovo decide di cambiare città e si  trasferisce in California a Costa Mesa a pochi chilometri da Los Angeles.   Qui trova lavoro attraverso un giornale dei “soffiatori di vetro”. Con il lavoro ed uno stipendio di 2000 dollari al mese riesce ad ottenere il permesso di soggiorno. Ma dopo sei mesi lascia di nuovo e decide di ritornare in Italia. Questa volta è Milano la nuova terra promessa. Dimitri lavora di nuovo in una fabbrica dove viene assunto con contratto regolare. Non è felice Dimitri. Gli manca la sua terra, le sue origini, anche se non vorrebbe mai ritornare in Bulgaria. Vorrebbe trovare nuovi amici, conoscere nuovi mondi, realizzare la sua terra promessa. Ma alla fine resta solo con il suo vetro dal quale riesce a tirare fuori fiori, tartarughe, portaceneri, bottiglie. Ora è lì con i ragazzi della cooperativa , nella piazza del paese in attesa della festa del “ciuccio”. Dimitri pensa al suo ritorno a Milano mentre la piazza impazza per la festa alle musiche del gruppo “Mattanza”. La festa è di origine araba. Un uomo muove  un asino di cartapesta ,  coperto dalla testa alla coda di fuochi pirotecnici ed una volta accesi , l’uomo con passi di danza si butta nella folla . La festa fa parte di quelle antiche feste calabresi quando ci si divertiva con poco . E la gente , fatta da immigrati ritornati per le ferie, di donne e bambini eritree ed etiopi , afgani  e bulgari, oltre che da diversi turisti, nella piazza di Riace si diverte davvero, con poco,  con semplicità, con naturalezza.

Quei pochi turisti che hanno scelto questo estremo lembo della Calabria, lo hanno fatto per le splendide spiagge bianche, per il mare pulito, e  per quei pochi servizi diretti al turista che nelle zone più affollate lo spremono come un limone.  Ma quello che resta del mio viaggio è la certezza che esiste un'altra Calabria, che delle speranze possono aversi, e che ancora oggi , nel nostro Aspromonte, nel nostro Chiapas, esistono uomini , donne, giovani, che hanno fatto del coraggio e della speranza la propria esistenza ed il proprio modo di vita.

   

 

 

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 Riace : il paese dell’accoglienza vera

                                                                            di Francesco Cirillo 

Quando si sente il nome di Riace , si pensa subito ai Bronzi ritrovati in quello splendido mare azzurro. Riace  non è solo una spiaggia. E’ anche un paese. Ed un paese veramente bello della nostra Calabria. Un paese che grazie ad un illuminatissimo sindaco è diventato da qualche anno PAESE DELL’ACCOGLIENZA. Il sindaco di questo bellissimo paese, si chiama Domenico Lucano.  Sindaco giovanissimo, diventato sindaco, come dice lui stesso, quasi per caso nel 2004. Prima consigliere di opposizione dal 2001 e poi alle ultime elezioni a capo di una lista , fatta per scommessa, contro lo strapotere di altre liste e caporioni, che avrebbero voluto mettere mano sui terreni a mare di Riace per trasformarli in enormi casermoni di cemento speculativi, così come si vedono lungo tutta la locride. Già perché qui siamo nella locride. In quella zona, lembo dell’antica cultura italiana, fatta di antichi reperti greco romano e bizantini, patria di grandi filosofi quali Tommaso Campanella, patria del primo codice civile . L'importanza di questo codice (che, come la tradizione ci tramanda, era ammirato da tutto il mondo greco) è notevole in quanto, per la prima volta, le leggi venivano scritte e quindi venivano sottratte all'arbitrario uso che ne facevano i giudici nei tempi antichi; e questa novità viene sottolineata da Strabone il quale affermava che "mentre prima si affidava ai giudici il compito di determinare la pena per ciascun delitto, Zaleuco la determinò nelle Leggi stesse”. La pena quindi doveva essere uguale per tutti ed a tutti nota. Purtroppo il Corpus delle leggi non si è conservato sino ai nostri giorni, ed oggi conosciamo solo alcune di tali leggi grazie al fatto che ci sono state tramandate, attraverso la loro citazione, in opere di autori antichi quali Cicerone, Polibio, Stobeo . Vi sembra poco tutto questo ? Vuol dire che questa piccola area della Calabria fatta di 43 comuni è la patria della nostra Italia, e la bellezza dei luoghi , oltre Riace, ma pensiamo a Gerace ed alla sua Cattedrale, a Stilo ed alla sua piccola Cattolica, la rendono unica  e purtroppo sconosciuta. Oggi la locride non è conosciuta per tutto questo, ma per la presenza opprimente,forte, totale della ‘ndrangheta. Centinaia di omicidi, nell’assenza totale dello stato e di tutte le istituzioni. Il sindaco di Riace lo sa bene tutto questo, così come sa bene, e questo lo racconta sempre , che la ‘ndrangheta permea alcune delle amministrazioni della costa locrese. Lo si è visto allorché l’associazione dedicata a Gianluca Congiusta, giovane imprenditore assassinato dalla ndrangheta a Siderno, chiese in una petizione on line  a tutti i sindaci della locride di costituirsi parte civile nel processo contro i presunti assassini e mandanti dell’uccisione. Il sindaco Lucano, aderì via internet, per poi scoprire che fu l’unico a farlo. Così come racconta di forti pressioni ricevute da più parti a non presentare una sua lista, contro i poteri forti, venute non solo dal mondo politico ma anche da quello ecclesiale notoriamente schierato contro la ndrangheta. Ma “Mimmo” come lo chiamano i suoi concittadini è andato avanti e presenta la sua lista. La sua lotta alla ndrangheta non è nelle processioni, o nelle manifestazioni plateali davanti alle tv che corrono in zona solo quando la lotta diventa folcloristica. La sua lotta sta in un programma semplice, popolare, giovanile,essenziale, con poche parole d’ordine, quali la partecipazione democratica, la trasparenza e soprattutto l’accoglienza e il lavoro. 4 liste in gara e la sua , a sorpresa che vince. Ora continua a lavorare al  progetto di assistenza ed accoglienza che sta portando avanti testardamente da tre anni.   Ed i frutti di questo lavoro si vedono girovagando per il suo paese. Domenico Lucano non ha manie di grandezze. Tutti gli altri sindaci , nell’indicazione del nome del paese, in entrata ed uscita, quasi per moda, le chiamano “città”. Un modo per sentirsi grandi, importanti. La tabella di ingresso di Riace dice, semplicemente ed umilmente “Paese dell’accoglienza”. E subito dopo, salendo verso il paese ecco  una serie di vie intitolate alle vittime della ndrangheta, che la dice lunga sul pensiero della nuova amministrazione in tale materia, ed ecco via Placido Rizzotto, via Peppino Impastato, via Pio La Torre, via Rocco Gatto, via Giuseppe Valarioti. Il sindaco dovette giustificare questi nomi anche davanti il prefetto, sollecitato dalle opposizioni alle quali non piaceva il nome di Peppino Impastato, ma tutto venne approvato dal prefetto stesso, che avvalorò l’alto valore morale delle persone indicate.  E girando per il paese si vedono chiare le accoglienze. Lo si avverte immediatamente dal vociare felice di bambini e bambine eritree che immediatamente si avventano su qualsiasi persona che si rivolge loro chiedendo il nome . E lo si vede anche nelle botteghe artigiane che il sindaco ha voluto aprire in un progetto più complessivo fatto con una associazione denominata “Città Futura”. E’ in questa associazione ed altre che ruota tutto il pensiero sull’accoglienza. Non c’è bisogno di alcuno CPT, di nessuna discriminazione, di nessun ghetto. Le donne eritree, palestinesi, afgane, si sono ben inserite nella comunità riacese, qualcuna si è anche sposata o fidanzata con ragazzi locali, ed i bambini ogni giorno si recano felici a scuola. La bottega delle Ginestre è il fiore all’occhiello di questo comune. Una ragazza eritrea vi lavora con lena ogni giorno producendo lenzuola, borse, coperte. Si chiama Gennet, ha 23 anni proviene dall’Eritrea ed ha tre figli. Suo marito è stato bloccato alla frontiera del Sudan e non sa ancora se è in prigione o disperso in qualche nazione africana. Lei è riuscita a passare con i suoi tre figli ed a raggiungere con un barcone le coste siciliane. E da qui grazie al passaparola tipico dei popoli in fuga, ha saputo di questo paese, ed è giunta qui. Ora ha un lavoro, una casa, e soprattutto per lei i figli al sicuro. Lavora la ginestra con maestria e proprio a questa nostra risorsa che  dal 7 al 12 luglio si svolgerà qui a Riace la festa della ginestra. Il recupero della ginestra è un recupero storico della nostra tradizione calabrese ed a Riace, in questo sperduto paesino della Calabria arriveranno altri produttori da Helsinki in Filanda, da Chantemerle in Francia da Leumann in provincia di Torino. Si scambieranno esperienze e soprattutto cercheranno di convincere i nostri politici ad usare proprie risorse che potrebbero dare lavoro a migliaia di persone proprio nel campo maggiormente in crisi in Calabria  che è quello tessile. Vicino alla tessitura altre botteghe, sempre gestite dall‘associazione Città Futura. Quella del vetro che produce bellissimi lampadari, vetri per finestre, gioielli. Quella della ceramica con bellissimi servizi di piatti. Ma l’idea più forte e brillante all’arguto sindaco è venuta per la raccolta differenziata. Bisognava raccogliere la differenziata negli stretti vicoletti del borgo, e la cosa aveva delle serie difficoltà. I piccoli veicoli a motore costavano tantissimo e ci sarebbe voluto anche una patente speciale per i ragazzi che dovevano occuparsi della raccolta. Ed ecco il ritorno all’antico, alle tradizioni, alla propria cultura. Si acquistano due asini con una spesa di duemila euro. Si caricano della gerle ai fianchi così come facevano una volta i contadini quando scendevano nelle loro terre ed ecco un “camioncino” naturale, economico , silenzioso, passare sotto le case e ricevere in ogni gerla, la plastica, la carta, l’alluminio, l’umido che verrà portato direttamente a macerare nei campi per essere utilizzato come concime naturale. Le asine , Rosina e Rosetta, dimostrano fierezza nel loro lavoro e si lasciano accarezzare da tutti mentre sostano per una bevuta d’acqua nelle assolate piazzette del vecchio borgo. La raccolta differenziata è così passata dall’1,4% al 30-40%. Da 700mila kg a 500mila kg con una forte riduzione della tassa sui rifiuti. Un bel risultato che aggiunto alla creazione di due posti di lavoro è veramente unico. La sera finalmente si mangia, stanchi dalla intera giornata passata a discutere. L’associazione gestisce anche una piccola trattoria. Con prezzo modico, ci viene servito il piatto tipico calabrese di fusilli al sugo, pasta e ceci, ricottine fresche, frittelle di pasta e alici, il tutto accompagnato da un vino rosso locale. La sera trovo un concerto in piazza con canzoni popolari calabresi e naturalmente tarantelle tradizionali. A cantare e suonare la classica chitarra battente calabrese il giovane Valentino Santagati, proveniente dalla vicina S.Lorenzo, conosciuto in tutta Europa per le sue ricerche antropologiche sulla musica calabrese e i suoi strumenti.  Quando è qui a casa, Valentino il giorno lavora la terra insieme al padre contadino e la sera compone nuove musiche e studia. Non si poteva chiudere meglio queste giornate che con una tarantella ballata con i  vecchi contadini accorsi subito in piazza alle prime note di chitarra battente. Con Valentino anche una ragazza venezuelana, che ha fatto ricerche musicali sugli emigrati calabresi in quella lontana terra, lei figlia di emigranti.  L’infaticabile sindaco riacese si muove anche fuori dal paese , partecipa alle fiere alternative dove associazioni di solidarietà si incontrano per scambiare esperienze e condividere nuove storie. Ed è proprio in una di queste fiere organizzata a Milano dall’associazione “Terre di mezzo” che  il sindaco conosce Dimitri. Un bulgaro professionista soffiatore di vetro. Mimmo coglie l’occasione al volo. Pensa subito ai ragazzi della sua cooperativa che hanno aperto un laboratorio dove si lavora il vetro. Vuole portare Dimitri a Riace per far passare le sue conoscenze ai ragazzi della cooperativa . E ci riesce. Dimitri è una persona vogliosa di conoscere il mondo . Dalla caduta del regime bulgaro nel 1989 ha girato mezzo mondo lavorando in decine di ditte dove ha potuto dimostrare la sua bravura nel soffiare il vetro. Ora è a Riace seduto con me  al bar della piazza centrale  a sorseggiare thé freddo. Dimitri è un fiume in piena nel raccontare la sua vita. E’ uscito dalla Bulgaria nel 1992 all’età di 21 anni. La sua infanzia è stata nella cittadina  di Vidin a pochi chilometri da Sofia . “Cosa facevi in questa cittadina durante il regime” ? gli chiedo. “Nulla” mi risponde. Dopo aver studiato i sacri testi del marxismo stavamo per strada a giocare e basta. Nella sua testa la “terra promessa” che vedevano attraverso la Tv serba:  Milano, Roma, Firenze, il Canada, l’America. Dimitri a 18 anni inizia a lavorare con il padre. Soffiatore di vetro in una piccola azienda. E’ il padre che passa questa antica professione al figlio che impara avidamente facendo tesoro di tutti i suoi consigli. L’azienda del padre esportava palline di vetro natalizie per Londra. Poi si specializzò in apparecchi scientifici di vetro, quali alambicchi e cose similari. Dimitri studia e si diploma in sistemi elettronici automatici. Il primo lavoro in Italia lo fa a Roma.  Chiede un informazione ad una suora su un autobus. La suora dialogando con Dimitri e sapendo della sua ricerca di lavoro lo accompagna da un suo conoscente che ha una piccola fabbrica di lavorazione del marmo. E qui Dimitri comincia il suo lavoro. Resta a Roma per due anni, poi si iscrive all’università per stranieri a Perugia, ma al momento degli esami si ammala ai polmoni. Si trasferisce a Genova dove per circa sei mesi viene curato nell’ospedale per malattie polmonari. A Genova decide di espatriare clandestinamente per il Canada. Un’altra sua terra promessa. Riesce ad entrare in una cargonave nel porto nascondendosi in un container. Qui vi rimane chiuso per sette giorni . Ha portato con se viveri ed acqua ed un piccolo trapano a mano ed un seghetto. Gli serviranno per aprire il container e consegnarsi al capitano della nave. Ma alla fine dei sette giorni non riesce ad aprire il container e rischia di morirvi. La fortuna vuole che vicino al suo container vi fossero nascosti due rumeni.  Sono loro a sentire i rumori provenienti dall’interno ed a aiutarlo ad aprire una porticina . Il comandante della nave li rifocilla e li consegna alla fine del viaggio alla polizia canadese. Il Canada non chiude gli immigrati in squallidi CPT, ma da una possibilità di lavoro ed accoglienza a tutti. Gli concede in vista dell’accoglimento della domanda di asilo politico inoltrata da Dimitri, un assegno mensile di 500 dollari. Dimitri cerca subito lavoro. E lo trova a Monreal in una fabbrica dove si lavora il vetro. Trova casa e vi rimane per due anni. Intanto viene operato al polmone e guarisce completamente. Ma ad una buona notizia ne arriva una cattiva. Il governo canadese non ha riconosciuto la sua richiesta di asilo politico e ne ordina l’espulsione immediata. Avrebbe dovuto presentarsi una decina di giorni dopo presso la polizia, ma Dimitri, trova la possibilità di uscire dal Canada ed entrare negli Stati Uniti d’America. Una nuova terra promessa. Paga 300 euro ad una persona che nascondendolo insieme ad un altro immigrato nel portabagagli della sua auto lo trasporta in america. Ed eccolo ad Atlanta a Dimitri. Prende le pagine gialle e trova subito lavoro. I soffiatori di vetro sono ricercatissimi ed appena lo vedono all’opera lo assumono subito. Qui vi lavora per due anni a 2000 dollari al mese, poi decide di spostarsi di nuovo. Questa volta a  New York. Un amico del padre attraverso la Chiesa ortodossa bulgara gli trova un lavoro presso un ristorante italiano. Farà il cameriere presso il ristorante “Da Valentino”. Dopo tre mesi di nuovo decide di cambiare città e si  trasferisce in California a Costa Mesa a pochi chilometri da Los Angeles.   Qui trova lavoro attraverso un giornale dei “soffiatori di vetro”. Con il lavoro ed uno stipendio di 2000 dollari al mese riesce ad ottenere il permesso di soggiorno. Ma dopo sei mesi lascia di nuovo e decide di ritornare in Italia. Questa volta è Milano la nuova terra promessa. Dimitri lavora di nuovo in una fabbrica dove viene assunto con contratto regolare. Non è felice Dimitri. Gli manca la sua terra, le sue origini, anche se non vorrebbe mai ritornare in Bulgaria. Vorrebbe trovare nuovi amici, conoscere nuovi mondi, realizzare la sua terra promessa. Ma alla fine resta solo con il suo vetro dal quale riesce a tirare fuori fiori, tartarughe, portaceneri, bottiglie. Ora è lì con i ragazzi della cooperativa , nella piazza del paese in attesa della festa del “ciuccio”. Dimitri pensa al suo ritorno a Milano mentre la piazza impazza per la festa alle musiche del gruppo “Mattanza”. La festa è di origine araba. Un uomo muove  un asino di cartapesta ,  coperto dalla testa alla coda di fuochi pirotecnici ed una volta accesi , l’uomo con passi di danza si butta nella folla . La festa fa parte di quelle antiche feste calabresi quando ci si divertiva con poco . E la gente , fatta da immigrati ritornati per le ferie, di donne e bambini eritree ed etiopi , afgani  e bulgari, oltre che da diversi turisti, nella piazza di Riace si diverte davvero, con poco,  con semplicità, con naturalezza.

Quei pochi turisti che hanno scelto questo estremo lembo della Calabria, lo hanno fatto per le splendide spiagge bianche, per il mare pulito, e  per quei pochi servizi diretti al turista che nelle zone più affollate lo spremono come un limone.  Ma quello che resta del mio viaggio è la certezza che esiste un'altra Calabria, che delle speranze possono aversi, e che ancora oggi , nel nostro Aspromonte, nel nostro Chiapas, esistono uomini , donne, giovani, che hanno fatto del coraggio e della speranza la propria esistenza ed il proprio modo di vita.  

Un esempio concreto dell’esistenza e della possibilità di poter creare un'altra Calabria.

 

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Armi ai partigiani 

                                                                                    In una luce nuova la figura di Pasquale Cavallaro 

                                                                                                            Di Francesco Cirillo 

Non potevo passare da Caulonia , nell’agosto scorso senza far visita ad Alessandro Cavallaro, il figlio di una mitica figura autenticamente comunista calabrese, quella di Pasquale Cavallaro. Avevo già scritto della Repubblica di Caulonia in un racconto inserito in un  mio libro chiamato “Tutti gli edicolanti sono pazzi”. Parlavo della rivolta immaginando un dialogo nel super carcere di Palmi fra un prigioniero delle Brigate Rosse ed un boss mafioso. L’incontro con Alessandro fu breve ma intenso di notizie :l’anticipazione dell’uscita del nuovo libro, i contatti con la Rai per una fiction. Nel nuovo libro, Alessandro Cavallaro  svela una serie di questioni rimaste sempre irrisolte o distorte spesso anche volutamente ,per denigrare la figura eroica di Pasquale Cavallaro e la rivolta di caulonia. Il libro si intitola “Operazione Armi ai partigiani” ed è edito dalla casa editrice Rubbettino. Nel libro la figura di Pasquale Cavallaro viene ricondotta alla realtà attraverso un ampia documentazione che  è rimasta nei cassetti della storia  per oltre 50 anni . Intanto la cosa più importante del libro è la rottura di un luogo comune che vuole che la resistenza al fascismo sia stata solo al nord , e che nel sud il fascismo essendo stato buono e ben accetto dalle popolazioni non ha mai avuto opposizioni . La lettura della vita di Pasquale Cavallaro, della sua famiglia, e delle popolazioni di Caulonia e dei paesi dell’area reggina rivelano invece non solo una miseria infinita ma anche  una continua opposizione agli sgherri fascisti ed ai loro lacchè infilati nelle varie istituzioni. Carabinieri, prefetti, magistrati, sono stati sempre dalla parte degli agrari, fascisti prima e democristiani dopo. I contadini che osavano ribellarsi venivano sistematicamente bastonati, purgati, incarcerati e costretti ad atti di autodifesa che inesorabilmente li trascinavano davanti a tribunali compiacenti agli agrari che comminavano loro anni ed anni di carcere duro o confino. Ma nonostante la dura repressione in Calabria esisteva una rete clandestina di antifascisti fatta da intellettuali come Misefari e Pietro Mancini, e da contadini come quelli che appoggiavano in toto le attività di Pasquale Cavallaro. Sia ben chiaro, che se Cavallaro non avesse avuto una solida rete di contadini, sparsi in tutto il territorio reggino non avrebbe potuto attuare i piani che ha attuato durante tutto il regime fascista.  Già nel 1923 Pasquale Cavallaro faceva parte di un organizzazione clandestina antifascista , costituita da numerosi militanti calabresi che svolgevano coraggiosamente propaganda anti regime. Diversi erano in Calabria gli episodi contro il fascismo e diversi militanti comunisti e antifascisti ricercati dal regime e dagli squadristi che certamente non riservavano un trattamento democratico a questi , si rivolgevano a Pasquale Cavallaro per essere nascosti. Cavallaro aveva una tenuta a Rose nei pressi di Caulonia nella quale vi erano delle grotte ed anfratti irraggiungibili a chi non conosceva bene il territorio montuoso. Cavallaro nascose lì diversi oppositori , non solo calabresi ma anche  provenienti dalla Liguria e dalla Lombardia . Una storia singolare riguarda Valerio Domenico Greco , studente universitario che sparò due colpi di fucile ad uno squadrista fascista che  perseguitava il padre con bastonate e olio di ricino. Le fucilate non uccisero il fascista ma ugualmente Greco fu costretto alla latitanza per evitare carcere e torture. La famiglia si rivolse a Pasquale Cavallaro e questi lo nascose a Rose. Dopo alcuni mesi Cavallaro lo aiutò ad espatriare in America, dove gli venne riconosciuto lo status di rifugiato politico.  Greco si iscrisse all’università e si laureò in scienze militari. In seguito entrò nei servizi segreti con un nuovo nome: Wallace D.Graham. Quando gli anglo americani sbarcarono in Calabria il comandante di tutte le operazioni fu proprio Graham, alias Domenco Greco. Il comandante Graham-Greco per lo sbarco in Calabria e per le armi ebbe come punto di riferimento proprio Pasquale Cavallaro. Perchè conosceva bene il personaggio, la sua onestà morale e soprattutto perché ben sapeva della sua conoscenza del territorio calabrese. Intanto Cavallaro subiva attacchi da parte dei fascisti in continuazione. Nel 1926 gli squadristi attaccarono la sua casa incendiandola, nel 1932 riuscirono a farlo arrestare, inventandosi una partecipazione dello stesso ad un omicidio avvenuto nel catanzarese. La condanna a morte a questo punto era pronta, ma per sua fortuna il vero colpevole dell’omicidio venne scoperto e Cavallaro venne subito rilasciato. Ma nel 1933 arrivò una nuova accusa di sovversione che lo mandò per cinque anni al confino, prima ad Ustica e poi a Favignana.  Grazie ad un condono di un anno, il 10 giugno del 1937 ritornò a Caulonia.  Si pensò che finalmente potesse stare tranquillo ed invece ecco una nuova ordinanza che gli impediva l’insegnamento. Intanto Cavallaro ospitò nelle sue grotte un altro antifascista che aveva ucciso un agrario ed il suo figlio. Si chiamava Micu Macrì. Anche Macrì grazie all’aiuto di Cavallaro riuscì ad espatriare in America. Anche lui divenne  un alto ufficiale dei servizi segreti ed insieme a Wallace D.Graham-Greco nel 1942 si incontrarono con Cavallaro per pianificare l’operazione “Armi ai partigiani”. Vennero paracadutate apparecchiature ricetrasmittenti e tecnici  che Cavallaro nascose nelle sue grotte. Ed è proprio da qui che iniziarono le operazioni per mandare le armi al nord. Saggiamente Cavallaro tenne per se alcune casse di mitragliatori ed altro armamentario. Ma le cose con il partito comunista non cominciarono ad andare nel verso giusto. Cavallaro era considerata una persona buona e molto mite. E quando alla fine del fascismo in una riunione che si era tenuta a Cosenza presso l’abitazione di Pietro Mancini si doveva decidere l’eliminazione simultanea di una serie di agrari e capi fascisti, Cavallaro disertò la riunione.  Terracini venne avvisato di questa sua “marcia indietro” ed in una lettera stigmatizzò il suo comportamento “buonista”.  In base alla testimonianza del figlio di Pasquale, Ercole, a Cosenza  gli scomparsi fascisti ed agrari furono almeno 19,  a Reggio Calabria almeno 5,  in Sicilia circa 54.

Nel marzo del 1945 non sopportando più lo strapotere degli agrari, ancora protetti dalle varie istituzioni la popolazione di Caulonia si ribellò. Nacque così la Repubblica Rossa di Caulonia. Nel gennaio del 1944 gli anglo americani fecero sindaco proprio Pasquale e questo irretì ancora di più i caporioni fascisti che con attentati, minacce,pestaggi, costrinsero la popolazione all’autodifesa, occupando il paese ed istituendo un tribunale del popolo che difendesse i contadini. Capitoli interi del libro approfondiscono i rapporti di Cavallaro con Togliatti ed i segreti del partito Comunista Italiano. Segreti che Cavallaro tenne con sé e che non usò neanche quando finì sotto processo dopo essere stato arrestato con uno stratagemma , nel quale presero parte esponenti della federazione reggina del partito, nella quale Cavallaro nutriva piena fiducia. Al processo, che si tenne a Locri il 23 giugno 1947 arrivarono in catene ben 365 imputati. Si può dire che fu il primo grande maxi processo del secondo dopoguerra ed il primo in assoluto tenutosi in Calabria. Subito si pose una eccezione importantissima. L’ accusa voleva che tutti fossero imputati del reato di associazione a delinquere e da considerare delinquenti comuni. La difesa puntò invece sul reato di natura politica. A sorpresa la corte considerò il processo di natura politica e politiche tutte le azioni commesse durante la rivolta. Questo permise a tutti gli imputati di entrare nell’amnistia che lo stesso Togliatti aveva emanato da pochi mesi ed emessa con decreto presidenziale il 22 giugno del 1946. Cavallaro però restò in carcere. Con lui un uomo che aveva ucciso il parroco per questioni non inerenti la rivolta.  L’accusa tentò di coinvolgere Cavallaro in questo assassinio come mandante. La cassazione nel 1960 dette piena ragione a Cavallaro , che intanto però aveva fatto ben otto anni di carcere. L’ultimo capitolo del libro è dedicato al difficile rapporto che la famiglia Cavallaro ebbe con il Partito Comunista ed alla grande illusione che coinvolse tutti.  Emblematiche le ultime righe del libro: “Pasquale Cavallaro morì il 17 luglio del 1973 a Caulonia, quasi in miseria e completamente dimenticato e solo qualche piccolo giornale locale ne diede notizia. Si chiuse con lui una pagina di storia italiana, della quale Caulonia, ne fu, suo malgrado testimone inconsapevole,anche se ancora c’è qualcuno che ricorda di aver ascoltato,dalla lontana Russia,attraverso radio Mosca,in una trasmissione ripresa poi da radio Inghilterra, le parole di Stalin, che , commentando i fatti avvenuti in questo lontano paese della Calabria, concludeva dicendo :” Ci vorrebbe un Cavallaro per ogni città”.  A distanza di tanti anni , ed alla luce della nuova documentazione sarebbe necessario dare oggi il giusto peso a questo personaggio, dedicandogli una piazza ed un monumento in Caulonia, non solo come memoria storica del nostro passato ma anche come emblema di quella Calabria che mai si inginocchia di fronte  a nessuno  e che ha sempre posto davanti a se l’ideale piuttosto che l’interesse personale.

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Storia del cedro e di un occasione perduta

Il cibo sacro degli dei

                                                                                                           Di Francesco Cirillo 

Si chiama la Riviera dei cedri, ma per trovarne uno , di cedro, bisogna andare lungo il fiume Abatemarco, o verso Buonvicino, o a Santa Maria del Cedro. Per il resto della costa, in tutti i suoi 60 chilometri non ce n’è rimasto neanche uno. Al suo posto, al posto delle profumate cedriere, palazzi di cemento,villaggi turistici, albergoni  che al posto dei nostri secolari uliveti o cedri hanno imposto come verde decorativo le palme, gli oleandri, i ficus. I giovani oggi non sanno nemmeno come è fatta una pianta di cedro, né come viene coltivata , né come si usa. Eppure solo trent’anni fa, la nostra costa era rinomata per questa peculiarità. L’unico posto d’Europa dove ancora esistevano cedri autoctoni, non innestati con cedri provenienti da altre parti del mondo. E questo era importante. Si parla del cedro della Bibbia, del cedro voluto da Dio, simbolo della purezza. E gli ebrei , da tutto il mondo venivano proprio qui a prenderlo. Perché dovevano staccarlo con le proprie mani dalla pianta e riporlo in speciali vaschette protettive, senza che mani “impure” lo toccassero. Quando ero bambino, andavo a vedere questi ebrei seduti fra montagne di cedri. Si sedevano su vecchie sedioline, con le loro lunghe barbe e nei cappottoni neri , nonostante il caldo agostano di Diamante, e stavano lì tutto il giorno a sceglierli uno per uno. Li andavamo anche a spiare quando si facevano il bagno con la sottana insieme alle loro mogli. Avevano le treccine e le barbe lunghe e le nostre nonne quando non volevamo mangiare ci minacciavano di venderci ai “citricill’ che ci avrebbero portati via chissà dove. Il cedro poi veniva salamoiato direttamente a Diamante. Vi erano dei grossi capannoni dove il cedro veniva immerso in grandi botti di legno piene di acqua salata che veniva risucchiata direttamente dal nostro mare incontaminato. Solo a Diamante vi lavoravano in queste piccole industrie un centinaio di persone. Di solito ex pescatori riconvertiti alla salamoiatura. Il cedro, per la sua quantità e purezza,  veniva quotato in borsa a Milano. “Cedro di Diamante” c’era scritto e tutto il mondo partecipava al suo acquisto. La produzione negli anni 60 arrivava a centomila quintali, oggi siamo a cinquemila quintali circa. Vi fu anche uno sciopero a Diamante dei coltivatori di cedro. Il prezzo veniva deciso dai compratori e spesso questi vessavano i proprietari che invece si sobbarcavano sempre di più le spese dei contadini che ogni anno diminuivano sempre di più.  L’industria del cemento avanzava e molti contadini o emigravano o preferivano buttarsi nell’ edilizia. Zappare i cedri era una fatica enorme. Le cedriere erano basse, piene di spine, le spine di Cristo,e quando pungevano facevano un male terribile. Per zappare i contadini dovevano inginocchiarsi sotto le cedriere e zappare in ginocchio con la testa fra le spine. Un lavoro terribile che sempre pochi volevano fare e  quei pochi chiedevano sempre prezzi più alti. Piano piano, le cedriere vennero vendute. I proprietari terrieri non ne volevano più sapere degli intermediari , dei rabbini, del cedro pulito. I cementificatori, offrivano danaro fresco, immediatamente nelle loro mani. La possibilità di avere una casa in permuta per i propri figli. E così fu. Cominciarono subito a vendere tutti. La regione restò allibita di fronte a questo scempio. Non fece nessuna legge di tutela, anzi aiutò i costruttori incentivando con nuovi finanziamenti la nascita di alberghi con il 75% di fondo perduto. Le ruspe allivellarono le cedriere distruggendo un patrimonio che oggi sarebbe di un valore enorme, e soprattutto unico al mondo.

Cosa resta di tutto questo patrimonio lo chiediamo al massimo esperto del cedro : il prof. Franco Galiano studioso di piante officinali, autore di numerose ricerche sul significato culturale, religioso ed alimentare dell’agrume.  Franco Galiano è fondatore con altri soci dell' Accademia Internazionale del Cedro, di cui ricopre la carica di presidente. La sede è presso il carcere l'impresa a Santa Maria del Cedro (CS).   

 Prof.Galiano come è la situazione del cedro oggi. ? Vi è una ripresa nelle coltivazioni da parte di diversi privati . le coltivazioni sono concentrate nel territorio di Santa Maria del Cedro , lungo il fiume Lao, dove ancora è possibile trovare zone ecologiche dove il cedro cresce in modo naturale senza l’ausilio di pesticidi. Una nuova grande cedriera è stata costruita dal sig.Fazio, cugino del sindaco di Santa Maria ed ha già circa quattro anni. L’età giusta per poter raccogliere buoni frutti. Questa cedriera è fatta anche con una nuova concezione di coltivazione. Un impianto unifilare per permettere il passaggio di mezzi meccanici ed evitare il raccolto e la zappatura in ginocchio. Cosa di cui parlava già Gioacchino da Fiore. Anche le coperture che prima si facevano con le canne ora si fanno con materiale in politilene. Più facile da sistemare e da togliere al momento giusto. Questo consente una maggiore produzione ed una più semplice coltivazione. Cosa che ha impedito negli anni passati il diffondersi delle coltivazioni.  

Perché questo cibo è detto degli dei ? Io ho cercato di recuperare alcune leggende e tradizioni tipiche della Riviera dei cedri. Cibo sacro delle sirene,sacro perché secondo la mitologia contadina dell’area di Policastro,le sirene popolavano questa zona. Faccio un inciso dicendo che questa particolare pianta attecchisce attorno ai 14/35 gradi, sempre primaverile. E questo frutto veniva coltivato sin dai tempi antichi nell’area che da Paola giunge fino a Sapri. Questo mare che ha tanti richiami classici, dal passaggio di Enea agli scritti di Omero, fino al mito di Palinuro. La leggenda vuole  che i giovani contadini del luogo che avevano delle relazioni con le sirene  alla fine di ogni rapporto donassero loro un cedro come forma di omaggio. E le sirene mangiavano il frutto al tramonto sotto i raggi dell’ultimo sole del giorno. Poi a questa leggenda si è aggiunta l’aspetto tipicamente religioso legato agli Ebrei ed alla Bibbia. 

Appunto qual è il rapporto fra il cedro e la tradizione ebraica ? Il cedro si sposa  due sacralità, una di carattere pagano, quello delle sirene di cui ho parlato prima,  l’altro quello ebraico. Gli ebrei, nel Levitino, un libro legato al messianesimo di Mosè, spiegano che dopo il passaggio del mar Rosso, Mosè istituisce la festa delle capanne che è una festa di ringraziamento, contrizione e perdono. In questa festa entra una simbologia squisitamente mediterranea. Mosè fa prendere un ramo di mirto, una palma ed un ramo di salice, pone al centro il cedro e così viene venerata la festa del Suqqot dove gli ebrei tradizionalisti non rinunciano alla loro memoria che è anche l’essenza del loro spirito e del loro popolo e celebrano ogni anno in tutte le comunità del mondo. Prima di festeggiare vengono qui, nella Riviera dei cedri, per acquistare il frutto. Agosto è il periodo ideale. E giungono da Milano, da New York, da Israele e da qualche anno anche dalla Russia. Poi da questi luoghi il frutto viene smistato in tutto il mondo 

Frutto che raccolgono loro stessi.C’è una ritualità alla quale gli ebrei non rinunciano. Intanto il cedro deve avere una sua particolarità. Deve avere una sua purezza,un colore medio, né giallo né eccessivamente verde, deve essere giovane e a forma di cuore, non deve essere punteggiato né infettato da insetti, deve essere puro, perché deve rappresentare il cuore ebraico che attraverso la festa recupera il suo candore. E questo frutto si trova solo nella nostra Riviera 

E la domanda oggi risponde all’offerta ?Si, Oggi il cedro è ancora molto usato nella pasticceria, nella gelateria, per fare ottimi sciroppi e granite. Di meno viene usato come candito. Diverse ditte oggi usano la buccia d’arancia come candito spacciandola per cedro. Mentre da noi resta forte la produzione del cedro candito nella confezione dei famosi “panicilli” di uva passa, anche se è semrpe più difficile trovare l’uva zibibbo.  

Vede quindi un futuro nel nostro cedro ? Si io penso che sia possibile pensare ad una vera incentivazione attraverso opportuni e mirati finanziamenti e soprattutto tutelando in modo ecologico quello che già abbiamo salvandolo dalle speculazioni, purtroppo sempre presenti nel nostro territorio.

 

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HO VISTO LA MADONNA  

                                                                                                         Di Francesco Cirillo 

Sono certo è lei. L’ho vista ci ho quasi parlato ed era vicina a me a meno di un metro.  Era alta un metro e 50, 1,60. Bellissima. Occhi neri , capelli neri racchiusi in due trecce che le arrivavano sulle spalle, faccia nera quasi olivastra. Aveva una veste bianca lunga fino al bacino ed un pantalone nero. Il pancione era di otto mesi. Bello, come un pallone, perfetto. Le ho chiesto il suo nome guardandole negli occhi suoi lucenti, abbaglianti, tristi. Mi ha fatto vedere un tesserino. C’era scritto Bokry Almad nata il 1 gennaio del 1973 in Eritrea. La Madonna, ho pensato, oggi si fa chiamare Almad. Ed era lì proprio davanti a me. Non era un miracolo, avrei potuto toccarla, non era un apparizione , lei parlava, mi chiedeva delle cose in un antica lingua che non conoscevo ma capivo cosa diceva. Chiedeva aiuto. Aiuto per se, per la sua gente, per il suo gesucristo che porta in grembo. Mi chiede di seguirla, ed io la seguo come seguirei qualsiasi Madonna. Mi mostra la sua grotta dove forse partorirà il suo gesucristo. E’ un container. Un parallelepipedo, con una porta sul lato. Dentro con la Madonna che si chiama Almad, altre otto persone dello stesso nucleo familiare. Il luogo dove potete incontrare questa madonna che si chiama Almad si trova a Crotone. Un luogo chiamato anche CPA – CPT. Non ci credete ? Andate sulla statale 106. Arrivate fino all’Aeroporto. Di fronte , lì, si proprio lì, c’è una grande area recintata da alte barriere e filo spinato. Suonate al cancello verde. Vi verranno incontro dei poliziotti in divisa, oggi i Romani occupatori si vestono così.  Chiedete di Almad. Dite ai poliziotti in divisa , oggi i Romani occupatori si vestono così, che siete dei cristiani anche voi e che dovete, volete incontrare la Madonna, che oggi ha il nome di Almad .  Dite a loro che tra poco è Natale e che tra poco il primo gesucristo portato a fatica dall’antica madonna nascerà di nuovo in una grotta e dite ai poliziotti in divisa che questa madonna è la nuova madonna , che si chiama Almad, e che dovrà essere portata in processione e che si dovrà far nascere il nuovo gesucristo non in un container o in una grotta ma in una casa riscaldata da un caminetto, con vicino acqua calda, coperte pulite, lenzuola candide, e gente che la ama, come suo marito, i suoi parenti i vecchi e nuovi amici. E’ questo che oggi si merita  il nuovo gesucristo. Se i poliziotti in divisa si metteranno a ridere di voi, dicendo che siete pazzi, dite loro di andare a controllare loro stessi. E’ a poche centinaia di metri dal loro posto di blocco, non ci metteranno niente e  voi sarete lì ad aspettarli. Dite loro “ andate , andate, vedrete, capirete” E se ridono ancora di più allora arrabbiatevi. Non potete far restare ancora lì rinchiusa la Madonna che si chiama Almad.  Allora chiamate tutti i cristiani come voi, chiamatene migliaia e migliaia. Fateli venire da tutte le parti. Fate loro abbandonare ogni lavoro e fateli venire subito dicendo loro che c’è una madonna, la Madonna che si chiama oggi Almad che deve essere liberata. Dite a tutti i cristiani che la Madonna è di nuovo tornata e che è lì a poche centinaia di metri da voi e che aspetta di essere liberata per essere portata in trionfo al posto della vecchia statua della madonna, che adorate nelle vostre chiese, per tutte le vie del paese, e dite a tutti che deve partorire il nuovo gesucristo e che bisogna fare presto.  E se sarete migliaia e migliaia allora quel cancello si aprirà. Da solo ed i poliziotti in divisa, come oggi si vestono i Romani occupatori, scapperanno alla vista delle vostre facce arrabbiate. Avanzate con calma nel lungo viale e girate tutti a sinistra. Lì in quell’enorme campo di container c’è Almad, la nuova madonna. Troverete il container seguendo i bambini che vi verranno incontro sorridenti, ai quali si aggregheranno altri 460 poveri cristi, insieme ai quali giungerete di fronte al container della madonna. Eccola ora lì davanti a voi. Ora sorride. Non inginocchiatevi, non pregate, non cantate. Sorridete anche voi e apritevi a lei, come il mare di Mosè, facendola passare in mezzo a voi fino all’uscita, liberandola, finalmente e con lei tutti gli altri poveri cristi.   Ora si , Buon Natale.

 

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